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Essere sempre reperibili fuori orario: il nuovo schiavismo che chiamiamo flessibilità

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di Dott.ssa Marianna Bassetti pubblicato il

Rispondere a un messaggio alle 23:00, controllare la posta durante le ferie, essere 'disponibili' anche nel weekend. Lo abbiamo normalizzato. Ma a che prezzo?

Probabilmente ti è capitato. Stai cenando, o forse stai già scivolando nel sonno, e il telefono vibra. Un messaggio del capo, un'email urgente, una richiesta da un collega in un fuso orario diverso. E tu rispondi. Non perché sei obbligato, almeno, non formalmente,  ma perché «è solo un secondo», perché «non voglio creare problemi», perché nel tuo settore «funziona così». Funziona così. Tre parole che hanno trasformato la reperibilità h24 da eccezione a norma silenziosa, da abuso a virtù.

Benvenuti nell'era della disponibilità permanente, dove i confini tra vita professionale e personale non sono stati abbattuti da una rivoluzione ma erosi lentamente, giorno per giorno, notifica per notifica. E dove la parola «flessibilità» nata per proteggere i lavoratori, è diventata il cavallo di Troia di una nuova forma di controllo.

La flessibilità tradita

Il vecchio padrone aveva un volto riconoscibile: orari imposti, straordinari obbligatori, punizioni esplicite. Il nuovo padrone è più sottile. Agisce attraverso l'aspettativa implicita, il senso di colpa, la paura di sembrare «poco motivati». Non ti dice di rispondere alle email alle 22. Si limita a scrivere alle 22  e aspetta. Questo meccanismo si chiama «available time» nelle ricerche di organizzazione del lavoro: il tempo in cui un dipendente non sta tecnicamente lavorando, ma resta in uno stato di allerta latente, pronto a intervenire. Non è lavoro. Non è riposo. È un limbo che logora senza lasciare tracce nei fogli paga.

Lo smart working ha accelerato tutto. Quando l'ufficio entra in casa, i confini temporali evaporano. Il computer del lavoro è sul tavolo della cucina. Il telefono aziendale è sul comodino. E con essi, la sensazione permanente di essere «in servizio». Molti lavoratori da remoto riferiscono di lavorare più ore di prima, non perché qualcuno le imponga, ma perché non sanno più quando finiscono. La flessibilità lavorativa nacque come conquista: la possibilità di modulare orari e luoghi di lavoro per conciliare professione e vita privata. Un diritto, non un favore. Una tutela per i genitori, per chi ha esigenze sanitarie, per chi vive lontano dal luogo di lavoro.

Qualcosa è andato storto nel trasferimento. Nella pratica diffusa, «flessibilità» ha assunto un significato unidirezionale: flessibile deve essere il lavoratore, disponibile ad adattarsi alle esigenze dell'azienda, a qualsiasi ora.

Il costo invisibile sulla salute

Non è solo una questione di ingiustizia contrattuale. Il prezzo si paga sul corpo e sulla mente. La ricerca scientifica degli ultimi vent'anni è inequivocabile: l'impossibilità di «staccare» dal lavoro è associata a livelli più elevati di cortisolo, disturbi del sonno, ansia cronica e burnout. Il cervello umano ha bisogno di fasi di recupero vero, non di un riposo vigilante con il telefono sul comodino. Il fenomeno del «cognitive load permanente», la fatica mentale di sapere che potresti essere chiamato in causa da un momento all'altro è paragonabile, in termini di stress cronico, a quello di chi svolge lavori di emergenza. Con una differenza: il medico d'urgenza lo sa che è in reperibilità, è compensato per questo, e sa anche quando finisce il turno. Per milioni di lavoratori ordinari, invece, il turno non finisce mai davvero. E questa condizione mascherata da «dedizione» o «mentalità imprenditoriale», viene non solo tollerata, ma spesso premiata. Chi non risponde fuori orario viene percepito come meno coinvolto. Chi difende i propri confini viene etichettato come rigido.  Vale la pena chiedersi a chi giova questo sistema. Le ore di disponibilità non retribuite rappresentano un trasferimento di valore enorme: dal lavoratore all'azienda, dalla sfera privata a quella produttiva. Un trasferimento che non appare nei bilanci, non viene tassato, non viene nemmeno discusso.Le conseguenze ricadono asimmetricamente. I lavoratori con minori tutele contrattuali, i precari, i free lance, i collaboratori «a chiamata» subiscono la pressione della reperibilità in modo ancora più acuto, perché rifiutare significa perdere non solo un turno, ma un'intera relazione professionale. Le donne, statisticamente, sopportano un carico ulteriore: oltre alla reperibilità professionale, gestiscono la reperibilità domestica, bambini, anziani, cura della casa. Il tempo libero, già compresso, viene eroso da due fronti. Il burnout femminile nei contesti lavorativi con alta reperibilità è un fenomeno documentato e sistematicamente sottovalutato.

Il diritto alla disconnessione: legge o finzione?

Diversi paesi europei hanno introdotto norme sul «diritto alla disconnessione». Il concetto è semplice: fuori dall'orario di lavoro contrattuale, il lavoratore ha il diritto di non rispondere a comunicazioni professionali senza subire conseguenze. In Francia esiste una legge dal 2017. Il Portogallo ha vietato ai datori di lavoro di contattare i dipendenti fuori orario. L'Italia ha norme simili, almeno sulla carta.Sulla carta, appunto. L'applicazione reale è pressoché nulla. Non esiste una sanzione effettiva per il capo che scrive alle 23. Non esiste un meccanismo semplice per documentare la pressione implicita che spinge a rispondere. Le norme esistono, ma la cultura aziendale le ignora  e spesso sono i lavoratori stessi, intrappolati in dinamiche competitive, a sabotarle inconsapevolmente rispondendo per primi.

La risposta individuale non basta. Una persona che decide di non rispondere alle email la domenica può farlo ma se lo fa in un contesto in cui tutti gli altri rispondono, paga un prezzo reale in termini di visibilità, opportunità, reputazione. La soluzione strutturale richiede azione collettiva: norme contrattuali chiare, culture aziendali che normalizzino il confine, leadership che modelli il comportamento corretto smettendo di inviare messaggi fuori orario.

A livello individuale, alcune strategie aiutano: separare fisicamente i dispositivi di lavoro e personali, impostare notifiche automatiche di fuori-orario, comunicare esplicitamente e senza scuse i propri confini. Soprattutto: smettere di rispondere immediatamente  perché ogni risposta immediata fuori orario segnala all'impresa che quella disponibilità è acquisita.Ma la domanda più difficile resta quella culturale: perché abbiamo smesso di considerare il tempo libero un diritto e abbiamo cominciato a considerarlo un privilegio da guadagnare? 




Dott.ssa Marianna Bassetti

La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...

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