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Ex Ilva, licenziamenti e rischi per i lavoratori dopo il no della Corte: trattative, soluzioni e prossime date

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di Dott. Marco Castagna pubblicato il
Ex Ilva, licenziamenti e rischi per i lavoratori dopo il no della Corte: trattative, soluzioni e prossime date

La Corte d'Appello di Milano conferma lo stop dell'area a caldo entro il 28 ottobre. Oltre 4.200 lavoratori a rischio tra licenziamenti e cassa integrazione. Le trattative in corso e le prossime date da monitorare.

La giornata di oggi, 11 settembre 2026, segna un passaggio decisivo per il futuro dello stabilimento siderurgico di Taranto La Corte d'Appello di Milano ha respinto la richiesta di sospensiva presentata da Ilva e Acciaierie d'Italia, confermando integralmente il decreto che dispone lo stop dell'area a caldo entro il 28 ottobre 2026 Una decisione che apre scenari complessi non solo sul piano industriale e ambientale, ma soprattutto su quello occupazionale, con migliaia di lavoratori che attendono ora risposte concrete

Cosa è successo davvero oggi

La sezione specializzata in materia d'impresa della Corte d'Appello civile di Milano, presieduta da Lorenzo Orsenigo, ha impiegato circa due ore di udienza per decidere sull'istanza urgente presentata dalle due società Il verdetto conferma quanto già stabilito lo scorso 27 luglio, ovvero l'obbligo di fermare cokeria e altoforno entro novanta giorni dalla decisione originaria Per poter eventualmente riaprire gli impianti in futuro, sarà necessario procedere alla rimozione totale dell'amianto ancora presente nelle strutture e garantire il rispetto dei limiti sulle polveri sottili a tutela della salute dei residenti

Ilva e Acciaierie d'Italia avevano tentato una duplice strada legale, da un lato un ricorso alla Corte di Cassazione, dall'altro l'istanza di sospensiva urgente respinta oggi Restano ora poche settimane, e la Cassazione stessa difficilmente riuscirà a pronunciarsi prima della scadenza del 28 ottobre, rendendo di fatto quel ricorso una strada percorribile solo per il futuro, non per fermare l'esecuzione immediata del decreto

I rischi concreti per i lavoratori e le trattative in corso per evitare il peggio

Il rischio più immediato riguarda ovviamente i dipendenti diretti dello stabilimento siderurgico, ma la vera emergenza si sta consumando soprattutto nell'indotto, cioè tra le aziende esterne che lavorano per Ilva attraverso appalti e forniture Secondo i dati diffusi da Aigi, l'associazione che raggruppa 28 aziende dell'indotto, sono già stati annunciati 2.500 licenziamenti collettivi

A questi si aggiungono i numeri forniti da Confapi Taranto, secondo cui, nella sola sezione Unionmeccanica e Trasporti, su 2.653 lavoratori censiti tra 52 aziende associate, ben 523 risultano già dichiarati non allocabili, un passaggio che apre di fatto la strada a nuove procedure di licenziamento collettivo Un ulteriore gruppo, pari a circa il 50% di 1.100 dipendenti, potrebbe invece essere destinato alla cassa integrazione nel corso del 2026

Sommando le stime di Aigi e Confapi, si arriva a un totale di lavoratori coinvolti che supera quota 4.200 unità, un numero enorme che riguarda l'intero tessuto economico della città di Taranto, ben oltre i confini del solo stabilimento siderurgico Il presidente di Confapi, Fabio Greco, ha parlato apertamente di una situazione ormai sull'orlo del baratro, sottolineando come le responsabilità della crisi non possano ricadere sulle aziende dell'indotto né sui loro dipendenti

Proprio nei giorni precedenti alla decisione della Corte, il Governo aveva convocato a Palazzo Chigi un doppio tavolo, uno con le rappresentanze delle imprese, l'altro con i sindacati metalmeccanici Fim, Fiom, Uilm, Usb e Ugl Da quel confronto era emerso un primo segnale di apertura da parte dell'esecutivo, che non esclude una partecipazione pubblica nell'operazione di acquisizione dell'ex Ilva, a condizione che venga presentato un piano industriale solido da parte degli investitori interessati

Sempre in quella sede, era stato ipotizzato anche un possibile rallentamento dei licenziamenti già annunciati nell'indotto, in attesa di capire come si sarebbe evoluta proprio la partita giudiziaria sull'area a caldo, quella decisa oggi dalla Corte di Milano La segretaria generale della Cisl, Daniela Fumarola, ha commentato la sentenza sottolineando come l'Italia non possa fare a meno della produzione di acciaio verde, ma ribadendo al tempo stesso la necessità di tutelare lavoro, salute, ambiente e sicurezza insieme, senza contrapporli l'uno all'altro I sindacati attendono ora di essere nuovamente convocati dal Governo per capire quali determinazioni concrete verranno messe in campo

La partita della vendita, ancora aperta

Parallelamente al fronte occupazionale, resta aperta la questione più strategica, ovvero chi rileverà effettivamente lo stabilimento Restano in corsa alcuni soggetti industriali con interessi differenti, il gruppo indiano Jindal Steel International, tra i candidati più accreditati fin dalle prime fasi della trattativa, il gruppo statunitense Flacks Group, entrato più di recente nella partita, e una cordata di aziende italiane guidata da Federacciai, interessata però solo all'area a freddo dello stabilimento, non a quella a caldo appena colpita dalla decisione della Corte

Proprio l'area a caldo rappresenta il vero nodo della trattativa, perché mentre l'interesse per l'area a freddo appare più solido, trovare un investitore disposto a farsi carico anche della gestione e della necessaria riconversione di quella parte dell'impianto, magari attraverso l'installazione di forni elettrici come richiesto dallo stesso Confapi, resta la sfida più complessa

Le prossime date da monitorare

Nei prossimi giorni e settimane, tre appuntamenti risulteranno decisivi per capire quale direzione prenderà concretamente la vertenza Il primo riguarda gli sviluppi sul fronte occupazionale, con la possibile formalizzazione definitiva delle procedure di licenziamento già annunciate da Aigi e Confapi, insieme alle eventuali risposte del Governo in termini di ammortizzatori sociali

Il secondo appuntamento chiave resta la scadenza del 28 ottobre 2026, data entro cui, salvo sviluppi imprevisti, dovrà avvenire concretamente lo spegnimento dell'Afo1, il primo altoforno, un passaggio definito da più parti come un vero e proprio punto di non ritorno, poiché una volta avviato il raffreddamento l'impianto non potrà più essere riacceso

Il terzo elemento da seguire riguarda gli sviluppi della partita della vendita, con Jindal, Flacks e la cordata Federacciai che restano gli interlocutori principali per il futuro industriale dello stabilimento Un eventuale accordo di acquisizione, se raggiunto in tempi rapidi e accompagnato da un piano industriale credibile per l'area a caldo, potrebbe in teoria offrire ancora margini di manovra, anche se la finestra temporale a disposizione si fa ormai molto stretta

Un finale ancora tutto da scrivere

Con la decisione della Corte d'Appello di Milano che chiude, almeno per il momento, la strada dei ricorsi urgenti, l'attenzione si sposta ora interamente sul piano politico e sindacale Il Governo dovrà decidere se e come intervenire concretamente per attutire l'impatto occupazionale della chiusura dell'area a caldo, mentre sindacati e associazioni datoriali dell'indotto continuano a chiedere risposte rapide e concrete Nel frattempo, migliaia di lavoratori e le loro famiglie restano in attesa di capire quale sarà davvero il proprio futuro, in una vertenza che gli osservatori definiscono ormai una delle più delicate e complesse degli ultimi anni per l'intera industria siderurgica italiana




Dott. Marco Castagna

Il Dott. Marco Castagna è un esperto consulente senior nel settore delle imprese con oltre 15 anni di esperienza. Laureato in Economia Aziendale, la sua competenza si estende alla consulenza strategica, gestione delle risorse e ottimizzazione dei processi aziendali, rendendolo una figura di riferimento per molte aziende in crescita. Residente a Venezia, Marco ha collaborato con diverse start-up...