Nell'ambiente lavorativo, i richiami disciplinari possono essere strumenti leciti o sfociare in mobbing, specie se usati con intento persecutorio. Limiti, tutele e criteri giurisprudenziali.
Nello scenario lavorativo contemporaneo le dinamiche tra dirigenti e dipendenti sono sempre più complesse. La gestione della disciplina in azienda è affidata al potere organizzativo e direttivo del datore, il quale può intervenire mediante provvedimenti disciplinari per garantire il corretto funzionamento dell'attività produttiva. Tuttavia, la linea tra legittimi richiami e comportamenti lesivi della dignità del lavoratore può essere sottile. In queste situazioni, spesso si affaccia un interrogativo: quando la reiterazione degli interventi disciplinari oltrepassa il confine della liceità per diventare mobbing?
L'esperienza giudiziaria mostra quanto sia centrale distinguere i richiami realmente ingiusti da quelli che, pur vissuti soggettivamente come ostili, sono invece espressione lecita del potere datoriale. La questione ha assunto particolare rilievo in casi come quello di un lavoratore della sanità pubblica sottoposto a numerosi richiami nel tempo: dopo aver avanzato richiesta di risarcimento per quella che riteneva una campagna persecutoria, si è visto rigettare le sue domande da tutti i gradi di giudizio fino all'intervento della Suprema Corte. Attraverso questi casi, la giurisprudenza offre importanti indicazioni sui limiti del potere disciplinare e sulla necessità di distinguere tra conflitti fisiologici e condotte realmente persecutorie.
Il richiamo disciplinare rappresenta la più lieve tra le sanzioni che un datore di lavoro può irrogare in presenza di comportamenti ritenuti non conformi agli obblighi contrattuali o alle norme aziendali. Gli strumenti a disposizione variano per forma e grado di ufficialità:
L'obiettivo principale di ogni richiamo è correttivo e dissuasivo: invita il dipendente a non ripetere comportamenti contrari agli obblighi di diligenza, collaborazione, obbedienza o fedeltà. Solo ove questi richiami non producano effetto o la condotta sia particolarmente grave, la disciplina prevede l'adozione di sanzioni più pesanti come la sospensione o il licenziamento.
La giurisprudenza, tramite numerose pronunce tra cui l'ordinanza n. 12915/2026 della Cassazione, ha espresso con chiarezza che la presenza di richiami ripetuti non determina, di per sé, la configurazione del mobbing. Occorre, infatti, accertare:
La differenza sostanziale risiede quindi nell'animus nocendi (volontà di nuocere), da riscontrarsi nell'unitarietà delle condotte e nella loro finalizzazione alla mortificazione della personalità del dipendente, come ribadito anche dalla Cassazione.
Affinché una lettera di richiamo disciplinare possa essere dichiarato illegittimo o indice di mobbing, la giurisprudenza utilizza alcuni criteri selettivi e rigorosi. Di seguito i più significativi:
Solo la convergenza di questi indici può condurre alla qualificazione di una serie di richiami come mobbing. In assenza di essi, le sanzioni conservano natura lecita e non danno diritto a risarcimenti.
La prova a carico del lavoratore è particolarmente onerosa. Non basta documentare una pluralità di richiami oppure un malessere soggettivo; è necessario:
All'interno della sanità pubblica la gestione del personale si caratterizza per esigenze di continuità operativa, responsabilità verso gli utenti e rispetto di stringenti standard organizzativi. Tali aspetti comportano una maggiore attenzione nella valutazione della legalità dei provvedimenti disciplinari. Proprio le sentenze della Cassazione evidenziano che nelle realtà sanitarie i richiami sono spesso imposti dalla necessità di evitare interruzioni di servizio o rischi per la salute collettiva.
Questa specificità riduce il margine soggettivo di valutazione della condotta datoriale: richiami e contestazioni sono in genere l'espressione del potere direttivo in funzione delle esigenze imprescindibili del servizio pubblico. Ciò non legittima abusi, ma comporta che l'accertamento dell'eventuale discriminazione nel trattamento debba essere ancora più rigoroso e circostanziato.
Sotto il profilo pratico, i dipendenti del settore sanitario devono pertanto dimostrare in modo ancor più stringente la presenza di animus persecutorio e la carenza di motivazioni oggettive nei provvedimenti subiti per arrivare a ottenere il riconoscimento di condotte persecutorie.
Dopo la ricezione di una contestazione, è essenziale che il lavoratore agisca con tempestività e razionalità:
La documentazione puntuale delle comunicazioni e degli episodi avvenuti risulta determinante per la tutela dei propri diritti nei procedimenti successivi.
La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...