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Forfettario, dal 2027 chi supera 30.000 euro di stipendio o pensione perde la flat tax al 15%: chi rischia davvero senza proroga

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di Dott. Ugo Terenzi pubblicato il

Dal primo gennaio 2027, salvo proroghe, il limite per cumulare lavoro dipendente o pensione con il regime forfettario scende da 35.000 a 30.000 euro: chi rischia, cosa cambia e come prepararsi.

Per migliaia di partite IVA in regime forfettario si avvicina una scadenza che può cambiare in modo concreto il conto economico del 2027. Se non arriverà una proroga, dal 1° gennaio 2027 chi cumula un reddito da lavoro dipendente o da pensione superiore a 30.000 euro con un’attività autonoma in flat tax perderà il diritto all’imposta sostitutiva al 15% (o al 5% per le startup nei primi cinque anni). 

Che cosa cambia dal 2027: il ritorno al limite di 30.000 euro

La misura interessa i contribuenti che cumulano una pensione o uno stipendio con una partita IVA forfettaria. Per questi soggetti la normativa prevede una soglia di reddito da lavoro dipendente e assimilato (stipendi, pensioni, ma anche redditi assimilati) oltre la quale il forfettario non è più applicabile.

Oggi vale il limite di 35.000 euro, innalzato dalla scorsa Legge di Bilancio come misura temporanea. Da gennaio 2027 la soglia tornerà a 30.000 euro, il valore ordinario previsto dalla disciplina del regime agevolato.

In sostanza:

  • fino al 2026: soglia a 35.000 euro;
  • dal 1° gennaio 2027, salvo proroghe: soglia a 30.000 euro;
  • chi supera il limite perde il diritto ad applicare la flat tax.
Il punto cruciale è che non si tratta di un taglio generalizzato dell’agevolazione, ma di una restrizione mirata a chi ha una doppia fonte di reddito. Il forfettario puro, che vive solo della propria attività, non è toccato da questa regola.

Chi rischia davvero: i profili più esposti

La platea a rischio è composta da chi ha un reddito da lavoro dipendente o da pensione tra 30.001 e 35.000 euro e contemporaneamente esercita un’attività in forfettario. Sono i soggetti che oggi rientrano nel regime grazie alla soglia più alta, ma che nel 2027 ne resterebbero esclusi.

I profili tipici sono:

  • Dipendenti con partita IVA per consulenze, formazione o attività professionali svolte fuori dall’orario di lavoro, ove il contratto lo consenta;
  • Pensionati che proseguono un’attività autonoma, come consulenti, tecnici o professionisti con una pensione medio-alta;
  • Lavoratori con più redditi assimilati, per esempio compensi che si sommano allo stipendio principale;
  • Docenti, medici, ingegneri e tecnici che affiancano alla busta paga una clientela privata.
Un aspetto da non sottovalutare: la verifica non riguarda il reddito complessivo, ma specificamente i redditi di lavoro dipendente e assimilati e le pensioni. Chi guadagna molto dalla sola partita IVA, ma ha uno stipendio contenuto, non viene toccato da questa soglia (resta ovviamente il tetto generale dei ricavi per il forfettario).

Come si calcola il limite e quale anno conta

È fondamentale capire a quale anno si riferisce il controllo. La regola prevede che la condizione si valuti sui redditi percepiti nell’anno precedente a quello in cui si applica il regime. In pratica, per essere in forfettario nel 2027 conta quanto percepito nel 2026.

Questo significa che l’effetto della soglia a 30.000 euro andrebbe valutato con attenzione già sui redditi in corso, perché i dati del 2026 determineranno il regime del 2027. Gli addetti ai lavori consigliano di verificare con precisione cosa rientra nel computo: retribuzione lorda, pensione, eventuali redditi assimilati e compensi che hanno natura di lavoro dipendente.

Ricordiamo anche un’ulteriore cautela: esistono cause di esclusione collegate al datore di lavoro (ad esempio l’esercizio dell’attività prevalentemente nei confronti di datori di lavoro con cui sono in essere rapporti di lavoro nei due anni precedenti), che vanno valutate a parte rispetto alla soglia economica.

Cosa succede a chi supera i 30.000 euro

Chi supera il limite perde il diritto ad applicare la flat tax. Salvo proroghe, dal 1° gennaio 2027 sarà necessario passare al regime semplificato, con conseguenze rilevanti su più fronti.

1. Tassazione con IRPEF per scaglioni

Il reddito dell’attività non sarà più tassato con l’imposta sostitutiva del 15%, ma concorrerà al reddito complessivo e sarà soggetto all’IRPEF per scaglioni, con aliquote progressive. Per chi ha già uno stipendio o una pensione di 30.000 euro o più, il reddito aggiuntivo della partita IVA verrebbe tassato a partire da uno scaglione già elevato, con un impatto potenzialmente pesante.

2. Gestione ordinaria dell’IVA

Il forfettario non applica l’IVA in fattura e non la detrae. Uscendo dal regime, tornerà la gestione ordinaria dell’IVA: applicazione dell’imposta sulle fatture emesse, detrazione sugli acquisti, liquidazioni periodiche, dichiarazioni e relativi versamenti.

3. Ritenute d’acconto

Cambia anche il fronte delle ritenute d’acconto. Il forfettario è esonerato dall’applicazione della ritenuta sulle proprie fatture; nel regime ordinario o semplificato, invece, per i professionisti tornerà la gestione delle ritenute nei rapporti con i sostituti d’imposta, con relativa certificazione.

4. Adempimenti contabili

Il regime semplificato comporta una contabilità più strutturata: registri IVA, annotazione di ricavi e costi, maggiore attenzione alla documentazione. Per molti professionisti significa più tempo e più costi di gestione, spesso con l’esigenza di affidarsi a un commercialista.

Un esempio pratico per capire l’impatto

Immaginiamo un dipendente con 32.000 euro di reddito da lavoro e una partita IVA forfettaria con 15.000 euro di ricavi imponibili.

  • Con il forfettario: il reddito dell’attività sconta il 15% di imposta sostitutiva, pari a circa 2.250 euro.
  • Senza forfettario: il reddito dell’attività si somma al reddito di lavoro e viene tassato con le aliquote IRPEF progressive, con la quota aggiuntiva che ricade nello scaglione successivo, oltre a addizionali regionali e comunali e agli adempimenti IVA.
Il differenziale può essere significativo e va quantificato caso per caso, perché dipende anche dai costi realmente sostenuti, che nel regime ordinario diventano deducibili mentre nel forfettario sono coperti dal coefficiente di redditività.

La questione della proroga: cosa aspettarsi

Il tema centrale è proprio la possibile proroga. L’innalzamento a 35.000 euro è stato introdotto come misura temporanea dalla scorsa Legge di Bilancio. Senza un nuovo intervento normativo, il ritorno a 30.000 euro scatterà automaticamente dal 1° gennaio 2027.

Spetta ora alla prossima manovra decidere se confermare la soglia più alta o lasciare che il limite torni al valore originario. Fino all’approvazione definitiva della legge, non c’è certezza: i contribuenti interessati dovrebbero quindi pianificare con prudenza, considerando lo scenario peggiore e aggiornandosi sulle novità del dibattito parlamentare.

Per questo conviene monitorare con attenzione le fonti ufficiali e le comunicazioni del proprio consulente, perché una proroga, se arriverà, potrebbe essere inserita a ridosso della chiusura dell’anno.

Anche in assenza di certezze, si possono seguire determinate accortezze, come:

  1. Verificare il reddito 2026: calcolare con esattezza stipendio, pensione e redditi assimilati percepiti nell’anno che farà da riferimento.
  2. Simulare i due scenari: confrontare il carico fiscale e contributivo con e senza flat tax, includendo IRPEF, addizionali e costi di gestione.
  3. Valutare i costi dell’uscita: considerare commercialista, software di fatturazione e contabilità, adempimenti IVA e gestione delle ritenute.
  4. Rivedere i prezzi e i contratti: se l’IVA tornerà a incidere, i prezzi verso i clienti privati o le condizioni verso le aziende potrebbero dover essere ricalcolati.
  5. Pianificare i redditi: per quanto lecito, valutare se esistono margini per gestire il reddito di lavoro dipendente o i compensi in modo da restare sotto soglia, sempre con il supporto di un professionista.
  6. Seguire lo sviluppo della Manovra Finanziaria: verificare se la proroga verrà inserita nel testo definitivo.

Domande frequenti

Il limite di 30.000 euro riguarda i ricavi della partita IVA?
No. È una soglia riferita ai redditi da lavoro dipendente, assimilati e pensioni. I ricavi del forfettario hanno un limite separato.

Chi supera la soglia perde il forfettario per sempre?
No. La perdita riguarda l’anno in cui i requisiti non sono rispettati. Se in futuro le condizioni tornano in regola, è possibile rientrare nel regime nel rispetto delle norme.

Cosa cambia per un pensionato?
La pensione rientra nel computo come i redditi di lavoro dipendente. Un pensionato con un assegno superiore a 30.000 euro e una partita IVA forfettaria sarebbe fuori dal regime dal 2027.

La proroga è certa?
No. Al momento la soglia a 35.000 euro è una misura temporanea e il ritorno a 30.000 euro scatta salvo proroghe.

Il ritorno al limite di 30.000 euro dal primo gennaio 2027 rappresenta, dunque, un passaggio da seguire con attenzione per chi cumula stipendio o pensione con una partita IVA forfettaria. Chi oggi si colloca, infatti, tra 30.000 e 35.000 euro rischia di perdere la flat tax al 15%, con il passaggio al regime semplificato, la tassazione con IRPEF per scaglioni, la gestione ordinaria di IVA e ritenute d’acconto e un aumento degli adempimenti.






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Dott. Ugo Terenzi

Il Dott. Ugo Terenzi è un esperto consulente senior con oltre 15 anni di esperienza nel campo della gestione delle Partite IVA. Attualmente opera a Roma, dove supporta professionisti e imprenditori nell’organizzazione delle loro attività fiscali e nella pianificazione finanziaria. Nel corso della sua carriera ha affiancato numerosi clienti, offrendo indicazioni pratiche per affrontare le normat...