Regime forfettario e flat tax tornano al centro della Manovra 2027. Soglia a 100mila euro, o a 65mila euro aliquota più alta o tassazione progressiva: gli scenari possibili e cosa cambierebbe per le partite Iva.
Ogni autunno, con l'avvicinarsi della Legge di Bilancio, il regime forfettario torna a occupare le pagine dei giornali economici. Quest'anno la discussione è più accesa del solito, perché il dossier sulla flat tax per le partite Iva è stato riaperto dai vertici del Ministero dell'Economia. Per oltre due milioni di contribuenti si tratta di capire se il regime che oggi garantisce un'imposta sostitutiva del 15% resterà com'è, verrà ampliato oppure sarà reso meno conveniente.
Dopo gli annunci di un rialzo a 100mila euro, con i pochi fondi disponibili in manovra finanziaria e gli ostacoli posti dall'Ue (come ogni anno), sono tornate alla ribalta almeno due revisioni del regime e della tassazione negative che preoccupano ovviamente gli aventi diritto.
Prima di parlare di riforme conviene ricordare le regole attuali. Il regime forfettario è pensato per professionisti, lavoratori autonomi e piccoli imprenditori individuali che rispettano determinati requisiti. I punti chiave sono:
Il tema è tornato d'attualità perché il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti ha aperto alla possibilità di innalzare la soglia da 85.000 a 100.000 euro, precisando però che al momento si tratta di un'ipotesi politica e fiscale ancora da trasformare in misura concreta. Secondo diverse ricostruzioni, la spinta arriverebbe soprattutto dalla Lega.
Sullo sfondo c'è un numero che spiega l'interesse politico: secondo la Relazione della Corte dei conti sul rendiconto generale dello Stato, i forfettari sono 2.027.665 e di questi 81.077 hanno ricavi vicini al tetto. Si tratta di una platea vasta, con un peso elettorale e un impatto sul gettito tutt'altro che marginali.
Il dibattito però non si limita all'ampliamento. Con i conti pubblici sotto osservazione e le coperture da trovare, ogni misura a favore di una categoria può essere bilanciata da un ritocco altrove. Per questo, accanto all'ipotesi dei 100mila euro, nel confronto tecnico e giornalistico compaiono anche scenari di segno opposto. I tre scenari che potrebbero prospettarsi sono i seguenti:
Il primo scenario riguarda il limite di ricavi, e qui le strade possibili sono due, opposte tra loro.
L'ipotesi al rialzo: da 85mila a 100mila euro
È l'ipotesi più concreta, perché è quella su cui si è espresso apertamente il Governo. Portare il tetto a 100mila euro significherebbe permettere a chi fattura tra 85mila e 100mila euro di restare nel regime agevolato senza passare all'Irpef ordinaria. Le simulazioni circolate indicano che l'aliquota sostitutiva resterebbe invariata al 15%, con il 5% per le nuove attività.
Il vero ostacolo è europeo. La direttiva Ue 2020/285 stabilisce che la soglia fissata per la flat tax dagli Stati per la franchigia Iva delle piccole imprese non possa superare gli 85.000 euro. Nel modello italiano imposta sostitutiva ed esonero Iva sono legati, quindi alzare il tetto senza una deroga o una revisione con Bruxelles risulterebbe incompatibile con il diritto dell'Unione. Lo stesso Giorgetti ha ammesso che serve un negoziato con l'Europa. Ne deriva un rischio concreto di tempi lunghi o di soluzioni parziali, con un tetto più alto per l'imposta sul reddito ma non per l'Iva.
L'ipotesi al ribasso: da 85mila a 65mila euro
Sul fronte opposto c'è lo scenario di una riduzione del limite da 85.000 a 65.000 euro. L'idea sarebbe quella di limitare la platea ai redditi più bassi, escludendo i professionisti più strutturati, e di recuperare gettito. Al momento non risultano proposte ufficiali in questa direzione: va considerata un'ipotesi di scuola, che riemerge ogni volta che si cercano risorse. Se si concretizzasse, chi oggi fattura tra 65mila e 85mila euro dovrebbe ripensare completamente la propria struttura fiscale, passando all'Irpef, all'Iva e a una contabilità più articolata.
Il secondo scenario prevede un ritocco dell'imposta sostitutiva, dal 15% a una forchetta compresa tra il 18% e il 23%. Anche qui non esiste una misura scritta: è una delle leve teoriche a disposizione di chi deve far quadrare i conti. L'effetto sarebbe una riduzione del vantaggio rispetto all'Irpef ordinaria, che ha aliquote del 23%, 33% e 43% a seconda degli scaglioni.
Per capire l'impatto, un esempio semplificato. Un professionista con 80.000 euro di ricavi e coefficiente di redditività del 78% ha un reddito imponibile di 62.400 euro. Con la flat tax al 15% l'imposta sostitutiva è di circa 9.360 euro. Con un'aliquota al 18% salirebbe a circa 11.230 euro, mentre al 23% arriverebbe a circa 14.350 euro. Nell'ipotesi più severa il risparmio rispetto all'Irpef si ridurrebbe in modo sensibile, soprattutto per i redditi più bassi, dove l'aliquota ordinaria del 23% sul primo scaglione è già competitiva.
Un aumento dell'aliquota colpirebbe anche l'attrattività del regime per chi sta valutando di aprire una partita Iva, e potrebbe ridimensionare il ruolo della tassazione al 5% per le nuove attività, se non fosse mantenuta come corsia preferenziale.
Il terzo scenario è il più innovativo dal punto di vista del disegno fiscale: l'introduzione di un regime progressivo. L'aliquota agevolata varrebbe solo entro una certa soglia di reddito, mentre la parte eccedente sarebbe soggetta alla tassazione ordinaria. Sarebbe un modello simile alle imposte a scaglioni: nessuna esclusione secca dal regime, ma un vantaggio che si assottiglia man mano che si guadagna di più.
Riprendendo l'esempio precedente, con un reddito di 62.400 euro e un ipotetico 15% applicato solo sui primi 50.000 euro, l'imposta sui primi scaglioni sarebbe di 7.500 euro. Sui restanti 12.400 euro si applicherebbe l'aliquota ordinaria, per esempio il 33%, per circa 4.090 euro. Il totale sfiorerebbe gli 11.600 euro, un carico maggiore rispetto ai 9.360 euro di oggi. I numeri sono puramente indicativi, ma mostrano la logica: più equità verticale, meno effetto soglia, ma anche più complessità di calcolo e un vantaggio ridotto per chi ha redditi elevati.
Il pregio principale di questa soluzione sarebbe il superamento del cosiddetto cliff effect: oggi superare di un euro il limite può costare molto in termini fiscali, mentre un sistema progressivo renderebbe il passaggio più graduale. Il rovescio della medaglia è la perdita della semplicità, che è proprio uno dei motivi per cui il forfettario piace.
C'è un cambiamento che riguarda chi affianca al lavoro dipendente una partita Iva forfettaria e che scatta da solo. Dal 1° gennaio 2027, salvo nuovi interventi legislativi, tornerà operativo il limite ordinario di 30.000 euro per i redditi da lavoro dipendente e assimilati, dopo la deroga temporanea che aveva portato la soglia a 35.000 euro per il 2025 e il 2026.
La regola guarda sempre all'anno precedente. Per applicare il forfettario nel 2027 contano quindi i redditi percepiti nel 2026: chi supererà i 30mila euro di stipendio o pensione perderà l'accesso al regime nel 2027. Un esempio pratico: un dipendente con una partita Iva forfettaria e 32.000 euro di stipendio nel 2026 è in regola quest'anno, ma con le regole attuali non potrà applicare il regime nel 2027 e passerà all'Irpef ordinaria e all'Iva. Di conseguenza, chi era nella fascia tra 30mila e 35mila euro dovrebbe rifare i conti prima del 31 dicembre.
Restano valide le storiche eccezioni: il limite non si applica se il rapporto di lavoro è cessato entro l'anno precedente, e non si computano gli arretrati a tassazione separata. Ma, precisiamo, che il quadro può ancora cambiare. Nel dibattito sulla Manovra è emersa una richiesta di Forza Italia, che propone di portare la soglia a 40.000 euro. Al momento però è solo una proposta politica e in assenza di una norma in Legge di Bilancio la soglia tornerà a 30mila euro. Per questo chi ha uno stipendio vicino al limite dovrebbe pianificare in anticipo, valutando con il commercialista se conviene contenere i redditi da lavoro dipendente, rinviare l'apertura della partita Iva o passare al regime ordinario.
Conviene fare chiarezza, perché sul tema circolano molte informazioni imprecise. Allo stato attuale l'unica ipotesi supportata da dichiarazioni istituzionali è quella dell'innalzamento a 100mila euro. Come ricorda anche FederProfessioni, fino all'approvazione definitiva della Legge di Bilancio continuano ad applicarsi le regole attuali, con il limite ordinario fissato a 85mila euro.
Gli scenari del ribasso della soglia, dell'aumento dell'aliquota e del regime progressivo restano ipotesi di lavoro e non proposte formalizzate. Vale la pena monitorarli perché, in un contesto di risorse limitate, l'eventuale ampliamento potrebbe essere accompagnato da correttivi. C'è poi un elemento già certo per il 2027: secondo un'analisi di PMI.it, la discesa del limite di reddito da lavoro dipendente opera in automatico dal 1° gennaio 2027, perché la proroga della soglia più alta non copre l'anno successivo. Chi ha anche un impiego dipendente deve quindi controllare la propria posizione.
In sostanza:
Il Dott. Ugo Terenzi è un esperto consulente senior con oltre 15 anni di esperienza nel campo della gestione delle Partite IVA. Attualmente opera a Roma, dove supporta professionisti e imprenditori nell’organizzazione delle loro attività fiscali e nella pianificazione finanziaria. Nel corso della sua carriera ha affiancato numerosi clienti, offrendo indicazioni pratiche per affrontare le normat...