Maria Vurchio, 46 anni, giudice onorario minorile, racconta due maternità vissute alla guida tra Andria e Bari e uno stipendio che non arriva a mille euro, senza contributi, ferie né tutele. La sua storia mostra il volto meno raccontato del lavoro qualificato in Italia e fa scandalo.
C’è un’Italia che decide sul destino dei minori, firma provvedimenti delicatissimi, ascolta bambini e famiglie in momenti di crisi, e che a fine mese guadagna meno di un impiegato di primo livello. È l’Italia dei giudici onorari, una platea di professionisti formati, laureati e abilitati che reggono una parte consistente del sistema giudiziario con contratti precari. Una di loro è Maria Vurchio, 46 anni, giudice onorario minorile, che ha accettato di raccontare cosa significhi fare giustizia con un compenso che oscilla tra i 600 e i mille euro al mese.
Maria è un avvocato che da anni lavora come giudice onorario presso il tribunale per i minorenni. Il suo ruolo è quello di affiancare i magistrati togati nelle decisioni che riguardano minori in difficoltà: affidamenti, adozioni, procedimenti per situazioni di grave trascuratezza o conflitto familiare, percorsi penali che coinvolgono ragazzi sotto i diciotto anni.
Non è un incarico marginale. I giudici onorari minorili partecipano ai collegi, valutano relazioni dei servizi sociali, ascoltano le parti e contribuiscono a decisioni che cambiano la vita delle persone. Eppure la loro posizione resta quella di lavoratori non strutturati, definiti onorari proprio perché la legge, nata in un’altra epoca, immaginava questa funzione come un impegno accessorio e non come un lavoro a tempo pieno.
La realtà, come racconta Maria, è molto diversa. Le udienze, lo studio dei fascicoli, la stesura dei provvedimenti e gli spostamenti occupano giornate intere. Altro che attività secondaria.
La storia di Maria, che racconta un vero e proprio scandalo, diventa personale quando parla delle sue due gravidanze. Il tribunale si trova a Bari, lei vive ad Andria: circa settanta chilometri di strada statale e autostrada, da percorrere più volte a settimana. Ha guidato fino all’ottavo mese di gravidanza, in entrambe le maternità, per non perdere le udienze e non lasciare scoperti i procedimenti.
Il motivo è semplice e brutale: per i giudici onorari non è prevista alcuna tutela della maternità. Niente congedo retribuito, niente indennità, niente copertura contributiva durante l’astensione. Fermarsi significava non lavorare, e non lavorare significava non essere pagata. Così Maria ha continuato, con il pancione, in auto, tra il traffico della SS16 e le scadenze dei fascicoli.
È un’immagine che colpisce, ma che rappresenta bene il paradosso: una professionista che ogni giorno valuta se una famiglia sia in grado di proteggere i propri figli non ha avuto la possibilità di proteggere pienamente la propria maternità.
Un altro elemento di fragilità è la durata dell’incarico. Ogni tre anni i giudici onorari devono rifare la selezione, con la prospettiva di non essere confermati. Significa vivere in una condizione di incertezza costante, senza la possibilità di programmare il futuro, chiedere un mutuo con serenità o progettare investimenti professionali di lungo periodo.
Sul fronte economico, il compenso è legato alla produttività e alle udienze svolte: tra i 600 e i mille euro al mese, a seconda dei periodi e del carico di lavoro. Cifre lorde o nette poco cambia, perché ciò che pesa è l’assenza di tutto il resto:
Con queste cifre, la conseguenza è inevitabile: serve un secondo lavoro. Maria prosegue la professione forense, con tutto ciò che comporta: clienti da seguire, scadenze, incertezza dei pagamenti, costi di studio, contributi alla cassa forense da versare comunque.
Il risultato è una doppia vita lavorativa, in cui il tempo per sé e per la famiglia si riduce al minimo. Il paradosso è che la funzione giudiziaria, per la quale sono richieste competenza, indipendenza e dedizione, finisce per essere svolta in ritagli di tempo e con un reddito che non permette di viverci.
Il tema dell’indipendenza non è secondario. Un giudice che dipende da un secondo lavoro per sopravvivere, e che dal rinnovo triennale dipende per continuare, opera in una condizione strutturalmente fragile. Non perché manchi l’integrità personale, ma perché il sistema non offre le condizioni che dovrebbero accompagnare una funzione tanto delicata.
Sarebbe riduttivo leggere la vicenda di Maria come un caso isolato. La sua storia fotografa un fenomeno più ampio: il lavoro qualificato e precario, che attraversa la giustizia, la scuola, la sanità, la ricerca, la cultura e molte libere professioni.
Per anni si è raccontato che studiare e specializzarsi fosse la strada per garantirsi stabilità. Oggi molti professionisti, pur con lauree, abilitazioni e anni di esperienza, si trovano con redditi intermittenti, contratti a termine, partite IVA con compensi bassi e pochissime tutele. Il titolo di studio non basta più a proteggere dalla precarietà.
Nel sistema giudiziario, la questione dei magistrati onorari è nota da tempo. Migliaia di persone garantiscono il funzionamento di uffici che altrimenti non reggerebbero il carico, ma restano in un limbo normativo che l’Europa ha più volte messo in discussione, chiedendo all’Italia di riconoscere diritti e tutele equiparabili a quelli dei lavoratori. Le riforme si sono succedute, ma per molti il quadro quotidiano è cambiato poco.
La parte più significativa della storia di Maria riguarda ciò che accade dentro le famiglie. Il suo non è un nucleo povero in senso tradizionale: ci sono titoli di studio elevati, lavori qualificati, impegno costante. Eppure l’equilibrio economico è precario.
Questo è il volto del nuovo ceto medio fragile. Famiglie in cui uno o entrambi i genitori hanno studiato, lavorano e contribuiscono alla società, ma che devono fare i conti con:
La precarietà dei professionisti non pesa solo su di loro. Ha effetti collettivi concreti:
Le richieste di chi vive questa condizione sono sostanzialmente comuni e riguardano il riconoscimento di diritti di base:
La vicenda di Maria Vurchio è il racconto di una donna, di una madre e di una professionista. Ma è anche lo specchio di un Paese in cui competenza e dedizione non sempre bastano a garantire sicurezza economica. Guidare tra Andria e Bari con il pancione, rifare la selezione ogni tre anni, mettere insieme due lavori per arrivare a fine mese: sono dettagli che, uniti, raccontano una questione nazionale.
La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...