Le nuove analisi della Corte dei Conti illustrano come, nel 2026, il regime forfettario influisca sui redditi medi delle partite IVA, evidenziando disparità territoriali, criticità professionali e impatti economici rilevanti.
L’attuale scenario delle partite IVA in regime forfettario richiede attenzione immediata: negli ultimi anni si è verificata una rapida espansione di questo regime, con oltre la metà degli autonomi italiani che vi aderiscono. La Corte dei Conti ha recentemente evidenziato in maniera chiara come le distorsioni e le criticità associate stiano aumentando: il sistema comporta un costo strutturale elevato per lo Stato, stimato in oltre 3,4 miliardi di euro annui.
Chi applica la tassazione agevolata sperimenta benefici fiscali immediati, ma non sempre accompagnati da una reale crescita dei ricavi. Secondo l’analisi dettagliata della Corte dei Conti, si riscontra infatti una concentrazione fortissima di aderenti nella fascia più bassa di fatturato. Ogni cento autonomi che optano per la flat tax, sono addirittura quarantasei quelli che dichiarano meno di 20mila euro all’anno, meno di 1.700 euro mensili. Un dato che contrasta con l’obiettivo di promuovere vera crescita imprenditoriale.
La soglia dei ricavi per restare nel regime è stata innalzata a 85.000 euro, ma la massa critica di contribuenti resta su livelli bassi di incasso. La Corte dei Conti sottolinea inoltre l’assenza di un monitoraggio sugli effetti concreti del regime, lasciando aperta la questione sull’efficacia della norma sia per l’emersione della base imponibile che per la promozione dell’attività economica.
Mentre la platea dei forfettari cresce, aumentano i rischi di frammentazione delle attività e perdita di gettito. Gli ultimi dati accendono i riflettori sulla necessità di interventi mirati per riequilibrare un sistema che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto semplificare e incentivare, ma che rischia di frenare la crescita e acuire le disuguaglianze.
La fotografia scattata dalla Corte dei Conti descrive una frammentazione significativa nei livelli di reddito fra i forfettari. Su 2.027.665 aderenti al regime, 936.000 dichiarano meno di 20mila euro all’anno. A questi si aggiungono circa 72.000 soggetti con ricavi pari a zero, indicati nella dichiarazione dei redditi 2025. La logica sottointesa a questo dato suggerisce che il regime agevolato sia una scelta quasi obbligata per chi percepisce compensi bassi o irregolari.
Il secondo gruppo, altre 733.830 partite IVA, si colloca nella fascia intermedia, ossia tra 20.001 e 50.000 euro l’anno. Questa composizione mostra che ben oltre l’80% degli aderenti si ferma sotto la soglia dei 50mila euro di ricavi annuali, ben lontano dal limite massimo previsto dal regime.
La tabella qui sotto sintetizza la distribuzione per fasce di reddito:
| Fascia di Ricavi (€) | Numero Soggetti | Percentuale sul Totale |
| 0 - 20.000 | 936.000 | 46% |
| 20.001 - 50.000 | 733.830 | 36% |
| 50.001 - 80.000 | 276.758 | 13,6% |
| Oltre 80.000 | 81.077 | 4% |
L’innalzamento della soglia massima a 85.000 euro, pur percepito come un ampliamento dell’opportunità fiscale, ha avuto un impatto ridimensionato dai comportamenti degli stessi contribuenti: molti sono rimasti su soglie basse, preferendo non superare il tetto e garantirsi così la tassa piatta del 15%. In particolare, una quota rilevante fruisce del quinquennio “di prima attività” e dell’aliquota ridotta al 5%.
Sul piano professionale, il ricorso al regime forfettario è fortemente caratterizzato da alcune categorie:
Sulla base dell’analisi fornita dalla magistratura contabile, emergono alcune distorsioni comuni:
A livello concreto: si raccomanda di procedere a una valutazione attenta degli effetti reali delle modifiche normative e di adottare strumenti di monitoraggio efficaci anche ex post, per comprendere se il regime stia favorendo nuova imprenditorialità o se rappresenti soltanto un sistema di vantaggio fiscale.
L’analisi territoriale rivela una concentrazione di partite IVA forfettarie nelle regioni economicamente più forti:
| Area | Reddito medio dichiarato (€) |
| Nord (alcune regioni) | 18.000 - 20.000 |
| Sud (alcune regioni) | 14.000 - 15.000 |
Il gap territoriale accentua l’iniquità orizzontale già individuata dalla Corte dei Conti: gli autonomi forfettari del Nord dichiarano mediamente il 30% in più rispetto ai colleghi del Sud.
Sul piano delle implicazioni economiche, la perdita di gettito derivante dal regime forfettario è significativa. L’innalzamento della soglia ha prodotto extracosti notevoli rispetto alle stime: circa 495 milioni in più nel 2024 e 315 milioni nel 2025. La critica più forte sollevata dall’organo di controllo riguarda l’assenza di analisi controfattuali reali da parte del Ministero competente, elemento che compromette la trasparenza e l’affidabilità delle scelte di politica fiscale.
La Corte evidenzia inoltre rischi di erosione dell’equità fiscale. Il sistema della flat tax permette a un autonomo di versare imposte significativamente inferiori rispetto a un lavoratore dipendente o pensionato con stesso livello di guadagno, in contrasto con il principio costituzionale di progressività (art. 53 della Costituzione).
L’Unione Europea rafforza questo quadro, segnalando che il ricorso massiccio a regimi agevolati rischia di comprimere la base imponibile nazionale ed erodere il gettito necessario per sostenere il welfare e la spesa pubblica.
Fra le criticità evidenziate dalle analisi più recenti:
Il Dott. Ugo Terenzi è un esperto consulente senior con oltre 15 anni di esperienza nel campo della gestione delle Partite IVA. Attualmente opera a Roma, dove supporta professionisti e imprenditori nell’organizzazione delle loro attività fiscali e nella pianificazione finanziaria. Nel corso della sua carriera ha affiancato numerosi clienti, offrendo indicazioni pratiche per affrontare le normat...