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Gli stipendi perdono potere di acquisto e i risparmi valgono meno: una tempesta perfetta

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di Dott. Luca Rossoni pubblicato il
Risparmi valgono meno

Tra inflazione, stagnazione dei salari e scarsa crescita della produttività, gli stipendi italiani perdono valore e i risparmi si assottigliano. Un quadro che accentua disuguaglianze e colpisce i giovani.

L'onda lunga dell'instabilità geopolitica ed economica si ripercuote sulla vita delle famiglie, mettendo a dura prova la sicurezza economica. Così Ferruccio De Bortoli, nelle sue riflessioni su Il Corriere della Sera, descrive il doppio fronte che minaccia il benessere: redditi da lavoro erosi e risparmi che si svalutano di fronte a un'inflazione persistente.

Le crisi, dalla pandemia, alla guerra in Ucraina, fino alle turbolenze energetiche e la guerra del Golfo, hanno dato una lezione chiara: non si può dare per scontata la tenuta del potere d'acquisto. Ogni volta che l'inflazione supera la crescita dei salari e che le famiglie si vedono costrette a ricorrere al proprio patrimonio per sostenere il tenore di vita, il rischio di impoverimento reale si fa concreto.

Perché gli stipendi italiani perdono potere d'acquisto

Negli ultimi trent'anni, l'Italia si distingue in Europa per la crescita praticamente inesistente dei salari reali: tra il 1990 e il 2020, secondo l'Ocse, il valore medio dei salari lordi è addirittura calato del 3%, mentre Francia e Germania hanno visto aumenti vicini al 30%. Il quadro peggiora analizzando i dati 2021-2026: durante il biennio inflazionistico post-pandemico, gli stipendi reali italiani sono diminuiti di quasi il 9% (Fonte: ISTAT, OCSE). Per comprendere il processo, occorre distinguere tra salari nominali e reali:

  • I primi aumentano nominalmente grazie ai rinnovi contrattuali e a politiche di taglio fiscale;
  • I secondi valutano quanto quel salario permette realmente di acquistare, ovvero sono depurati dall'inflazione.
I rinnovi contrattuali in Italia sono spesso troppo deboli e lenti: un collaboratore scolastico, per esempio, ha visto dal 2019 al 2025 una crescita lorda del 9,17%, a fronte di un'inflazione del 20,6%. Questo si traduce in una perdita di migliaia di euro annui in potere d'acquisto. Nel privato, tra il 2019 e il 2025, un commesso del settore terziario ha aumentato la retribuzione solo del 13,77%, ben sotto il costante aumento dei prezzi:

Lavoratore tipo

Aumento stipendio (%)

Inflazione (%)

Perdita potere acquisto (€ annui)

Collaboratore scolastico

+9,17%

+20,6%

-3.754

Commesso IV livello

+13,77%

+20,6%

-2.458

Il confronto con le economie avanzate penalizza ulteriormente il nostro paese: mentre in altre realtà l'aumento dei prezzi è stato almeno parzialmente seguito dalla crescita dei salari, in Italia il recupero resta lento e incompleto anche dopo gli interventi, come la riduzione del cuneo fiscale e gli sgravi sulle aliquote Irpef.

Salari, inflazione, produttività: cause della tempesta perfetta

Il tracollo del potere d'acquisto dei redditi da lavoro non è un caso isolato, ma frutto di una combinazione di cause strutturali e congiunturali. In primo luogo, la produttività del lavoro in Italia negli ultimi trent'anni è cresciuta soltanto del 6%, contro un +25% della Germania e quasi il +20% della Francia (dati OCSE). A ciò si aggiungono i ritardi nella contrattazione collettiva e la limitata diffusione dei premi di risultato. Le fonti raccolte da Leonardi e Rizzo, oltre che Il Corriere della Sera, tracciano con chiarezza le tappe di questa tempesta perfetta:

  • Bassa produttività che limita lo spazio per aumenti duraturi degli stipendi.
  • Contratti decentrati concentrati solo nelle grandi imprese, lasciando scoperti molti lavoratori dei servizi e delle PMI.
  • Inflazione innescata dagli aumenti energetici e dai prezzi delle materie prime, con un impatto più pesante su chi destina una parte significativa del budget familiare ai beni essenziali.
  • Lentezza degli adeguamenti salariali rispetto agli shock dei prezzi, aggravata dalla frammentazione del sistema contrattuale (oltre 1000 contratti nazionali spesso firmati da sigle minoritarie).
Come sottolineato da De Bortoli e Leonardi, la moral suasion delle parti sociali, efficace in Germania, ha avuto in Italia uno scarso successo. Questo ciclo vizioso ha così alimentato la crescita dei cosiddetti working poor: chi lavora ma non riesce a coprire le spese essenziali con il proprio reddito.

Come l'inflazione brucia il valore del patrimonio degli italiani

La perdita di potere d'acquisto colpisce non solo il reddito mensile, ma anche il patrimonio accumulato. L'ultimo Rapporto ISTAT certifica che, nel periodo 2021-2024, il valore reale dei risparmi delle famiglie italiane si è ridotto del 5%. Come ricordato ancora da Ferruccio De Bortoli su Il Corriere, la propensione al risparmio, nel quarto trimestre 2025, è calata al 7,8%, segno di famiglie che attingono al patrimonio per sostenere i consumi. Il fenomeno si spiega osservando la scarsa remunerazione degli strumenti di deposito tradizionali: troppi capitali sono bloccati su conti correnti a basso rendimento. Solo il 15,4% della ricchezza finanziaria italiana viene gestito professionalmente:

  • Il rendimento storico dei portafogli italiani negli ultimi 20 anni si attesta sul 2,9%, contro il 6,7% registrato dai modelli americani più diversificati.
  • Il ricorso prevalente a obbligazioni e titoli a tasso fisso espone a una perdita reale consistente in caso di picchi inflazionistici.
Come sottolinea l'economista Luigi Guiso, questo choc improvviso non era stato anticipato e non si è ancora riflesso nei tassi d'interesse. Il danno, quindi, si concentra su chi detiene liquidità o assets a tasso fisso, mentre il mercato azionario e parte del patrimonio immobiliare hanno retto meglio (specialmente per le fasce di pregio). Per limitare ulteriori perdite, Guiso invita a una strategia di lungo periodo, differenziando e investendo evitando le trappole della sola liquidità:

Tipo investimento

Italia (%)

USA (%)

Azioni/equity

22

60

Obbligazioni/bond

46

35

Liquidità

32

5

Il nodo dei rinnovi contrattuali e il ruolo delle parti sociali

Il ritardo dei rinnovi contrattuali resta uno dei problemi più gravi segnalati dalle organizzazioni sindacali e dagli analisti. Contratti che coprono milioni di lavoratori vengono rinnovati anche con quattro anni di ritardo, il che comporta la restituzione di aumenti già vecchi rispetto alla fiammata dei prezzi. Secondo Maurizio Landini (Cgil) e Pierpaolo Bombardieri (Uil), la riflessione si deve spostare su modelli più reattivi, vicini a una contrattazione annuale o semestrale per tutelare in modo più efficace gli stipendi dal rialzo del costo della vita. Le proposte emerse negli ultimi anni comprendono:

  • Accelerare i rinnovi contrattuali, con penalizzazioni per chi supera scadenze troppo lunghe.
  • Rafforzare la validità dei contratti maggiormente rappresentativi, per arginare il fenomeno dei contratti pirata.
  • Utilizzare strumenti di contrattazione di secondo livello sia per recuperare produttività sia per distribuire parte dei risultati raggiunti con efficienza e innovazione.
Il nodo resta quello dell'equilibrio tra tutela dei lavoratori e sostenibilità competitiva delle imprese; la soluzione passa da una maggiore concertazione e dal rafforzamento delle regole sulla rappresentanza.

Disuguaglianze, gender pay gap e giovani: chi paga il prezzo

Le ripercussioni della perdita di potere di acquisto sono tutt'altro che omogenee: secondo INPS e ISTAT, il 10% delle famiglie si trova in povertà assoluta mentre oltre l'11% degli occupati rientra tra i working poor (dati Istat 2024). Particolarmente vulnerabili si rivelano alcune categorie:

  • Le donne nel privato hanno una retribuzione media annua di circa il 70% rispetto a quella degli uomini: nel 2024, si attesta a poco meno di 20.000 euro, mentre per gli uomini supera i 27.000.
  • I giovani sono penalizzati da stipendi di ingresso molto più bassi rispetto ai coetanei europei; le scarse prospettive di crescita spingono sempre più laureati ad emigrare.
  • I lavoratori con bassa istruzione rientrano più spesso nelle statistiche della povertà, in particolare se residenti nel Sud o impiegati in settori a produttività stagnante.
Il gender pay gap e il divario generazionale determinano una polarizzazione crescente, rischiando di erodere la coesione sociale e la mobilità interna.


Dott. Luca Rossoni

Il dott. Luca Rossoni è un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e società di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogl...