Negli ultimi anni, il potere d'acquisto degli stipendi italiani stato eroso dall'inflazione e dall'ineguale crescita salariale nei diversi settori. Dati, confronti europei e prospettive per il futuro.
L'aumento dei prezzi, anche quando limitato, può erodere in modo significativo la capacità di spesa delle famiglie, soprattutto se gli stipendi non riescono a tenere il passo con l'inflazione. In un contesto segnato da crisi internazionali, stagnazione produttiva e rincari costanti dei beni essenziali, la capacità degli stipendi di preservare il tenore di vita è minacciata sia a breve che a lungo termine. Ogni analisi che voglia essere accurata deve partire dal rapporto reale tra salari, inflazione e costo della vita, tentando di capire in che misura i recenti aumenti abbiano davvero protetto i lavoratori italiani rispetto al resto d'Europa.
I dati recenti confermano che gli stipendi nominali in Italia hanno registrato una crescita, ma questa risulta inferiore rispetto ad altri Paesi europei e non sempre sufficiente a compensare il rincaro dei prezzi. Secondo Eurostat e OCSE, il salario medio lordo annuale in Italia si attesta a circa 31.856 euro, mentre il salario lordo mensile medio per un lavoratore full-time arriva a 2.729 euro. A confronto, la media europea si posizione a 3.155 euro mensili, evidenziando un divario di 429 euro al mese, ovvero più di 5.000 euro su base annua.
La situazione italiana appare ancora più sfavorevole se si considerano i salari netti e i diversi sistemi di tassazione. In Italia un lavoratore single senza figli percepisce mediamente 24.797 euro netti l'anno, leggermente sotto la media europea. Tuttavia, Paesi come Germania e Svizzera presentano retribuzioni nette di quasi 40.000 e oltre 85.000 euro rispettivamente, creando un quadro di forte disparità. È essenziale analizzare il valore reale di queste cifre, ossia quanto potere d'acquisto consentono in relazione al costo della vita.
Se si utilizza lo standard di potere d'acquisto (PPS), che adegua i salari alle differenze di prezzo tra i Paesi, emerge che lo stipendio medio italiano risulta ancora del 15% inferiore alla media europea. Il divario rispetto alla Germania arriva al 45%, quello con la Francia al 18%, mentre nei confronti della Spagna la differenza è più contenuta, circa il 2%. Questi dati sottolineano l'urgenza di rafforzare la capacità di spesa degli stipendi italiani, soprattutto in presenza di una pressione inflazionistica che continua a incidere maggiormente sui redditi medio-bassi:
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Parametro |
Italia |
Media UE |
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Stipendio lordo mensile |
2.729 € |
3.155 € |
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Stipendio netto annuale |
24.797 € |
>26.000 € |
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Salario medio in PPS |
2.772 |
3.260 |
I dati ISTAT e OCSE evidenziano che la perdita di potere d'acquisto dei salari italiani si è accentuata a partire dal 2021. Dopo la crisi pandemica e in seguito all'aumento del costo delle materie prime e alla guerra in Ucraina, l'inflazione ha subito un'accelerazione: tra il gennaio 2021 e il febbraio 2025, l'indice dei prezzi al consumo è cresciuto di quasi il 18%. Nello stesso periodo, gli stipendi nominali sono aumentati solo dell'8,2% circa, meno della metà rispetto all'incremento dei prezzi.
Secondo l'OCSE, nel 2025 i salari reali in Italia risultano del 7,5% inferiori rispetto al 2021. Questo significa che, nonostante un aumento nominale, la retribuzione effettiva – ovvero ciò che realmente si può acquistare – si è ridotta in maniera sensibile, portando l'Italia a detenere il record negativo tra le grandi economie OCSE. Nel periodo tra il 2000 e il 2023, la crescita dei salari netti annui per i lavoratori single si è rivelata ben al di sotto della media europea, e calcolando il PPS il gap risulta ancora più pronunciato.
L'analisi dei dati ISTAT relativi all'ultimo biennio mostra che, benché nel 2024 sia stato registrato un incremento delle retribuzioni contrattuali (+4% tra marzo 2024 e marzo 2025), il recupero è solo parziale rispetto alla perdita di potere d'acquisto causata dall'iperinflazione dei precedenti due anni. Le famiglie italiane, infatti, sentono ancora fortemente il peso di questo scarto, che incide sulla loro capacità di affrontare il carrello della spesa, l'affitto o il mutuo e altre spese essenziali.
Le previsioni per il biennio successivo (2025-2026) indicano un moderato rallentamento dell'inflazione, stimata attorno al 2,2% nel 2025 e all'1,8% nel 2026. Tuttavia, la crescita prevista degli stipendi si attesta intorno al 2,6% per il 2025 e al 2,2% per il 2026, valori che potrebbero garantire solo un recupero molto graduale e insufficiente rispetto alla perdita subita nel triennio precedente. Questo quadro, aggravato da una produttività del lavoro stagnante e da cicli lunghi nei rinnovi contrattuali, rende ancora incerta la possibilità di un reale allineamento tra stipendi e costo della vita nel medio termine.
Al contrario, comparti come le farmacie private e le telecomunicazioni non hanno registrato alcun incremento salariale nell'ultimo anno. A livello macro, ciò significa che solo una minoranza di lavoratori è riuscita a proteggere il proprio potere d'acquisto:
I rinnovi dei contratti collettivi costituiscono il principale strumento di adeguamento salariale in Italia, in un contesto di scarsa crescita della produttività. Al termine del 2025, solo il 56,9% dei lavoratori era coperto da un contratto aggiornato, lasciando circa 5,6 milioni di dipendenti in attesa di rinnovi. Il settore metalmeccanico, il più rilevante tra quelli in trattativa, coinvolge circa 1,5 milioni di addetti.
Un'altra variabile chiave è l'aumento del costo del lavoro, cresciuto mediamente del 5,5% nell'ultimo anno. Le grandi imprese sono quelle che hanno subito l'incremento maggiore (+7,2%), seguite dalle medie imprese (+6,6%) e dalle piccole (+5,2%). Le microimprese, invece, hanno visto aumenti molto più contenuti (+1,2%). Nonostante questi rincari, le aziende organizzate in gruppi d'impresa hanno dimostrato una maggiore produttività, con un valore aggiunto per addetto quasi doppio rispetto a quello delle imprese indipendenti:
Per ripristinare la capacità di spesa persa negli ultimi anni, è indispensabile un aumento degli stipendi che tenga conto sia dell'inflazione subita che del gap aperto rispetto ai salari europei. Tra il 2021 e il 2025, l'inflazione cumulata in Italia ha toccato il 18%, mentre le retribuzioni sono salite solo dell'8,2%. Di conseguenza, ripianare il differenziale richiederebbe un incremento aggiuntivo di almeno 9-10 punti percentuali sui salari medi, solo per tornare al livello di potere d'acquisto pre-pandemico.
In pratica, per avvicinarsi al livello di parità e allinearsi con i principali Paesi UE, il recupero dovrebbe prevedere:
Parallelamente, si richiede anche l'introduzione di meccanismi automatici di adeguamento, come uno schema ripensato di scala mobile, che permetta agli stipendi di mantenere il valore reale in tempi di inflazione persistente, pur evitando effetti distorsivi sulle dinamiche di prezzo e crescita:
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Anno di riferimento |
Inflazione cumulata |
Aumento retribuzioni |
Differenziale potere d'acquisto |
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2021-2025 |
+18% |
+8,2% |
-7,5% (salari reali) |
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2026 (prospettiva) |
+2% ca. |
+2-2,5% |
Lieve recupero previsto |