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Il 60% dei lavori sarà cancellato o stravolto con forti rischi per classe media e giovani: allarme di Georgieva(Fmi) e tutta Davos

di Marcello Tansini pubblicato il
allarme sul lavoro da davos

L'intelligenza artificiale trasforma il mondo del lavoro: occupazione e competenze cambiano radicalmente, minacciando giovani e classe media. Disuguaglianze, rischi e chance si delineano in uno scenario inedito.

"Non siamo più in Kansas": con questa metafora, Kristalina Georgieva, direttrice generale del Fondo Monetario Internazionale, sintetizza la sensazione diffusa a Davos di fronte a una trasformazione epocale dei modelli economici e lavorativi. Il World Economic Forum si è chiuso con la consapevolezza che il vecchio equilibrio mondiale è definitivamente tramontato. La rapida digitalizzazione, la spinta dell’intelligenza artificiale e la stagione di macro-incertezze geopolitiche mettono in discussione i parametri tradizionali dell’occupazione e della crescita. In questo contesto, l’allarme di Georgieva risuona come un monito preciso: il 60% dei lavori nei paesi avanzati è destinato, secondo le proiezioni Fmi, a essere profondamente trasformato o cancellato. Le ripercussioni si fanno sentire specialmente tra giovani e classe media, che rischiano di essere travolti non solo dalla velocità del cambiamento, ma anche dalla mancanza di risposte sistemiche e dalla crescente polarizzazione sociale e occupazionale.

L’impatto dell’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro: numeri, dinamiche e rischi

L'automazione intelligente sta riscrivendo i confini tra capitale e lavoro a un ritmo mai sperimentato in precedenza. Secondo le analisi più recenti, oltre la metà dei processi aziendali nelle economie avanzate coinvolge già sistemi di intelligenza artificiale, con una prospettiva di adozione che supera il 90% nei prossimi anni (McKinsey, OCSE). Il dato quantitativo rilevante, fornito dal Fmi, impone un ripensamento delle categorie: non si assiste semplicemente a una "sostituzione di posti di lavoro", ma a un massiccio mutamento di compiti e funzioni. Rischiano l'estinzione, o una trasformazione radicale:

  • I lavori a bassa e media qualificazione, in particolare nei servizi amministrativi e nei processi di routine
  • I ruoli entry level in settori come finanza, customer service, retail e industria
  • Mansioni oggetto di automazione parziale, dove la sinergia uomo-macchina produce "team ibridi" con richiesta di nuove competenze
Gli studi Harvard e Yale hanno confermato che in imprese che adottano l’AI generativa si registra una riduzione sistemica delle assunzioni junior fino al 10%, mentre l’automazione raggiunge punte del 44% nella manifattura, del 30% nelle banche e del 25-30% nei servizi amministrativi.

Non si tratta solo di una riduzione numerica: l’AI sta cambiando in profondità le logiche di selezione e promozione, premiando la seniority e i profili specializzati, penalizzando chi non dispone di competenze digitali avanzate o strumenti di adattamento rapido. L’onda d’urto investe anche la qualità del lavoro: aumenta la produttività media, ma cresce l’intensità della pressione operativa e la percezione di incertezza psicologica tra chi rischia l’obsolescenza occupazionale. Le nuove tecnologie, come riconoscono esperti e policy maker a Davos, non sono più semplici "strumenti", ma agenti di discontinuità che ridefiniscono le traiettorie delle carriere e ridisegnano, in modo selettivo, le opportunità di mobilità sociale.

Chi paga il prezzo della trasformazione: giovani, classe media e i nuovi esclusi

La contrazione dei percorsi di ingresso rappresenta uno degli effetti più visibili della corrente di automazione spinta: compiti che tradizionalmente fungevano da palestra per acquisire esperienza vengono oggi affidati agli algoritmi. Ciò si traduce in una progressiva erosione dei gradini di accesso per i nuovi laureati e diplomati, che faticano a trovare posizioni da cui costruire una carriera.

La classe media cognitiva – tipicamente costituita da impiegati, analisti, project manager, addetti alla gestione di processi standardizzabili – affronta una doppia minaccia: da un lato la sostituzione automatica in segmenti ripetitivi, dall’altro una compressione delle opportunità di sviluppo, aggravata dall’aumento della "burocrazia digitale" richiesta per monitorare e affinare i sistemi stessi di AI.

Le conseguenze sociali sono profonde:

  • Calo delle opportunità per i giovani (riduzione della domanda di ruoli junior, in particolare in ambito ICT e servizi)
  • Difficoltà di riqualificazione per chi si trova nel mezzo della transizione
  • Aumento dell’ansia generazionale e percezione di "società a porte chiuse"
Tra le nuove categorie esposte si aggiungono anche alcuni settori, come il customer service, la segreteria, la contabilità, e figure storiche come addetti di produzione, personale di vendita e ruoli amministrativi. Lo spostamento della domanda verso profili "ibridi", con forti competenze digitali ed esperienziali, amplifica il rischio di marginalizzazione per chi non ha accesso a percorsi di upskilling tempestivi. In tutto questo, la mobilità sociale si inceppa e il rischio di "ascensore sociale bloccato" diventa un nodo critico per tutta la tenuta democratica ed economica del sistema.

Il paradosso della produttività: crescita economica e polarizzazione delle opportunità

Un nuovo paradosso si sta imponendo sulle economie avanzate: aumenta la produttività media per addetto grazie alle nuove tecnologie, ma si concentra la distribuzione dei benefici. Parecchi report (Goldman Sachs, WEF) stimano che la crescita della produttività potrà arrivare fino al 7% sul Pil nei prossimi dieci anni, un contributo paragonabile alle grandi rivoluzioni tecnologiche del passato. Tuttavia, tale incremento non si traduce necessariamente in una crescita equivalente dell’occupazione.

La polarizzazione delle opportunità occupazionali suddivide la società in due fasce:

  • Una élite di professionisti altamente qualificati, che beneficia dell’incremento della produttività riflesso anche in stipendi e benefit crescenti
  • Una porzione crescente di lavoratori impiegati in mansioni a basso valore aggiunto, spesso precarie, e soggette a fluttuazioni della domanda
L’automazione non elimina solo ruoli "di routine", ma ridisegna anche la struttura salariale, accrescendo la dispersione tra top performer e "resto". Il consolidamento di grandi aziende tecnologiche e la difficoltà, per PMI e territori meno attrezzati, di reagire tempestivamente a tali dinamiche, amplifica la concentrazione dei vantaggi e rafforza il divario tra chi ha le competenze adatte e chi resta indietro. La tendenza, segnalata da Lagarde e Okonjo-Iweala a Davos, è che senza politiche adeguate la tecnologia rischia di diventare non solo un fattore moltiplicatore della produttività, ma anche delle disuguaglianze.

Il futuro delle competenze: formazione, riqualificazione e ascensore sociale bloccato

L’accelerazione tecnologica mette sotto pressione sistemi formativi, aziende e individui: il lifelong learning è la nuova frontiera per rimanere rilevanti in una realtà che cambia di trimestre in trimestre. Emerge però un doppio colpo all’ascensore sociale:

  • Da un lato, la riduzione di ruoli entry level priva i giovani di esperienze formative fondamentali per lo sviluppo delle competenze trasversali e relazionali
  • Dall’altro, le strategie aziendali di upskilling e reskilling, pur essenziali, riescono a coprire solo una parte limitata dei "lavoratori spiazzati" dall’automazione
I dati EU Eurostat e Cedefop mostrano che meno della metà dei lavoratori europei partecipa a programmi di aggiornamento, e solo un’esigua minoranza accede a percorsi realmente avanzati nel digitale. La formazione continua si scontra spesso con un mismatch tra domanda e offerta – tra ciò che viene insegnato e ciò che il mercato richiede realmente. Le imprese preferiscono investire nella riqualificazione di dipendenti già presenti, mentre i sistemi pubblici faticano a raggiungere i più vulnerabili.

Si intrecciano quindi:

  • Un basso tasso di digitalizzazione delle PMI, specie italiane
  • Fragilità delle reti universitarie e di formazione tecnica nell'adattare velocemente i curricula alle novità dell’AI
  • Divari territoriali e di genere, con le donne ancora sottorappresentate tra i profili "core" delle nuove tecnologie
Tutto ciò non fa che rafforzare la trappola dell’ascensore sociale bloccato, con l’Italia e il Sud Europa che mostrano ancora più criticità legate all’inclusività dell’innovazione.

Disuguaglianze e rischi sistemici: le sfide per governi e imprese

Il World Economic Forum ha segnalato la triplice minaccia che incombe se la transizione tecnologica non sarà gestita in modo coordinato e sostenibile:

  • Disuguaglianze di reddito e di opportunità, aggravate dall’"AI divide" tra grandi aziende tech e PMI, Nord-Sud, città e zone periferiche
  • Rischio di esclusione delle fasce vulnerabili, soprattutto giovani, lavoratori poco qualificati e territori svantaggiati
  • Fragilità dei sistemi di protezione sociale, impreparati ad assorbire ondate di "disoccupazione tecnologica" e nuove forme di lavoro atipico
Christine Lagarde ha sottolineato la necessità di nuovi "guardrail" normativi, evidenziando come errori compiuti nell’implementazione dei social media – in termini di regolamentazione e tutela delle fasce deboli – non possano essere ripetuti con l'intelligenza artificiale. Smantellare la retorica dell’automazione "inevitabile" significa quindi intervenire con politiche redistributive, investimenti sulle competenze, regolamentazione dei processi automatizzati nei settori sensibili e un bilanciamento tra innovazione e coesione sociale.

L’azione congiunta di governi, istituzioni formative, imprese e società civile si impone come unica via per evitare che la produttività si traduca in esclusione.

Verso una società ‘a due velocità’ e le soluzioni per un lavoro più inclusivo

Il quadro che si profila, raccolto nei panel di Davos e ribadito dalle grandi istituzioni internazionali, è quello di una società polarizzata, in cui la quantità e qualità delle opportunità lavorative dipende anzitutto dalla capacità di gestire le trasformazioni introdotte dall’automazione. Una realtà con "due velocità": una minoranza con competenze aggiornate e possibilità di crescita, e una maggioranza a rischio stagnazione e precarietà.

I pilastri per invertire la rotta sono ormai chiari agli addetti ai lavori:

  • Politiche mirate di upskilling e reskilling, accessibili anche ai gruppi più fragili
  • Regolamentazione dell’intelligenza artificiale, capace di garantire trasparenza, inclusione e sostenibilità dei modelli di business
  • Diversificazione e regionalizzazione produttiva, per non ricadere nell’iper-dipendenza da poche economie e rendere la crescita più resiliente
  • Rafforzamento del welfare e meccanismi fiscali in grado di supportare i lavoratori nelle fasi di cambiamento
Secondo il modello proposto da Georgieva e ripreso anche da Lagarde, la sfida non è opporsi al cambiamento, ma orientare la rivoluzione tecnologica verso una maggiore equità e sostenibilità. L’automazione, se governata con visione e responsabilità, può diventare un motore di valore per tutti, evitando che l’impatto dell’AI sul lavoro crei nuove fratture sociali e consolidando, invece, una società più inclusiva e stabile.