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Il ceto medio non ha solo problemi di soldi e di arrivare a fine mese: i 2 disagi in crescita e perchè

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di Dott. Luca Rossoni pubblicato il
Problemi di soldi

Il ceto medio si assottiglia e alle difficoltà di arrivare a fine mese si sommano cure rinviate, solitudine e timori per il futuro dei figli. La sicurezza, però, dipende da condizioni concrete.

Nel 2026 il 54% degli italiani si colloca sotto il ceto medio e, all’interno di questo gruppo, il 34% si definisce «in caduta». È uno dei risultati di FragilItalia 2026, l’indagine realizzata da Ipsos per Legacoop, che descrive una fragilità legata a redditi insufficienti, rinunce quotidiane, relazioni più deboli e minore fiducia nel futuro. La difficoltà investe così la vita di tutti i giorni: dalla possibilità di curarsi e mantenere una vita sociale fino alle aspettative per sé e per i figli.

La de-cetomedizzazione cambia il quadro sociale

La rilevazione del 2026 chiama «de-cetomedizzazione» il progressivo arretramento percepito da chi sente di scendere nella scala sociale. Sotto il ceto medio si colloca la maggioranza degli intervistati, il 54%. Nel dettaglio, il 34% si riconosce nel ceto medio «in caduta», il 16% si definisce fragile e il 4% si colloca nella fascia popolare più bassa. Il ceto medio stabile raccoglie il 37% delle risposte, una quota vicina a quella di chi avverte una discesa.

Le percentuali restituiscono soprattutto il modo in cui le persone percepiscono la propria posizione e i cambiamenti attraversati. Nel 2026, il 25% dichiara di essere sceso nella scala sociale; il 7% ritiene invece di averla migliorata. Il divario tra i due valori dà la misura di una mobilità vissuta più spesso come arretramento che come avanzamento. La fragilità prende forma nel tempo, come una traiettoria che si allontana dalla condizione raggiunta.

Il senso di peggioramento riguarda anche chi non si definisce in caduta: il 68% si sente economicamente più fragile rispetto al 2021. La preoccupazione è diffusa anche tra chi lavora, ha una casa o sostiene una famiglia. Sono condizioni che possono convivere con il timore di perdere sicurezza.

Spese quotidiane e fine mese

L’insicurezza si misura nelle difficoltà di bilancio. Nel 2026 un italiano su quattro fatica ad arrivare a fine mese, mentre il 19% dichiara di aver rinunciato a spese necessarie. Il 17% afferma che non sarebbe riuscito ad affrontare una spesa imprevista di 600 euro. Il quadro comprende così le difficoltà a reggere le uscite ordinarie, le rinunce già fatte e la scarsa capacità di assorbire un imprevisto.

La pressione arriva anche sul posto di lavoro. Nel 2026 il 39% considera lo stipendio insufficiente rispetto al costo della vita. Tra le persone dai 31 ai 50 anni la quota sale al 49%, mentre nel ceto popolare raggiunge il 54%. Anche chi ha un’occupazione può quindi faticare a sostenere con tranquillità le spese essenziali o a mantenere il tenore di vita raggiunto. Il lavoro non mette automaticamente al riparo dalla vulnerabilità, soprattutto quando il reddito è percepito come inadeguato ai costi correnti.

Tra le spese che slittano ci sono interventi e acquisti necessari. Nel 2026 il 29% ha rinviato la manutenzione della casa o dell’auto; il 22% ha posticipato l’acquisto di vestiti o calzature di cui aveva bisogno. Nel ceto popolare, il 23% dichiara di aver ridotto anche la qualità o la varietà dell’alimentazione. Le scelte disponibili si restringono, una rinuncia dopo l’altra.

Le cure diventano una spesa rinviabile

Tra le rinunce più delicate ci sono quelle sanitarie. Nel 2026 il 26% degli intervistati dichiara di aver rinunciato per ragioni economiche a cure mediche o dentistiche. Nel ceto popolare la quota arriva al 57%. Per le famiglie con risorse più limitate, sostenere una prestazione sanitaria può diventare difficile e la cura finisce per essere rimandata o abbandonata.

Le spese sanitarie si aggiungono a quelle per la casa, i trasporti, l’alimentazione e le bollette. Quando il margine mensile è ridotto, una spesa non programmata può obbligare a stabilire quale necessità affrontare per prima. La salute entra così nel bilancio familiare, insieme alle voci che già comprimono i consumi e gli interventi di manutenzione.

Anche la casa richiede uscite che non tutte le famiglie riescono a sostenere: nel 2026 il 31% ha rinviato per motivi economici lavori di manutenzione necessari. Come per l’auto, rimandare può contenere le spese immediate, ma lascia meno spazio alla prevenzione e alla programmazione. Le famiglie cercano di salvaguardare le priorità e spostano più avanti altri interventi o acquisti.

La pressione economica si accompagna alla solitudine

FragilItalia 2026 restituisce anche un quadro di difficoltà sociali ed emotive. Nei dodici mesi considerati dalla rilevazione, il 23% degli intervistati si è sentito solo e il 24% ha avuto poche o nessuna occasione di socialità. Il senso di solitudine riguarda l’esperienza personale; la scarsità di occasioni, invece, descrive la possibilità concreta di incontrare altre persone e prendere parte alla vita sociale.

Alla domanda sulle difficoltà che hanno interessato direttamente la persona o il suo nucleo familiare, nel 2026 il 21% indica il senso di vuoto o la mancanza di prospettive. La difficoltà economica è la risposta più citata, con il 29%. Seguono le cure, indicate dal 19%, e l’isolamento o la solitudine, segnalati dal 15%. Accanto alle difficoltà materiali, emergono quindi quelle legate alla sfera emotiva e alle relazioni.

Il disagio materiale e quello sociale possono presentarsi insieme. Ridurre le spese può limitare le occasioni di incontro; l’incertezza sulle prospettive, a sua volta, pesa sulla possibilità di progettare attività e cambiamenti. Il disagio si misura anche nella vita quotidiana: nella possibilità di partecipare, mantenere legami e trovare una direzione per il futuro.

Il timore riguarda anche i figli

Le preoccupazioni si estendono alla generazione successiva. Nel 2026, nel ceto popolare, il 48% teme che i propri figli possano vivere una condizione peggiore e scendere ancora nella scala sociale. Il timore riguarda le opportunità che le famiglie sperano di trasmettere ai figli, oltre alla sicurezza degli adulti nel presente.

Quando una famiglia pensa che i figli avranno meno possibilità, l’incertezza investe le aspettative sull’istruzione, sul lavoro, sull’autonomia e sulla costruzione di una vita indipendente. Le risorse, i servizi e le prospettive vengono percepiti come meno sicuri, e questo pesa sul modo in cui i genitori immaginano il futuro dei ragazzi.

Nel 2026 il 7% ritiene di aver migliorato la propria posizione sociale, contro il 25% che dichiara di essere sceso nella scala sociale. Accostati al timore espresso per i figli, questi dati mostrano quanto la vulnerabilità sia legata anche alla mobilità sociale e alle prospettive familiari. La fiducia nel futuro passa da ciò che una famiglia crede di poter rendere possibile per la generazione successiva.

Legacoop, l’associazione nazionale delle cooperative, osserva che le nuove forme di povertà richiedono interventi che affianchino alle misure assistenziali condizioni più ampie. Gli aiuti possono rispondere ai bisogni immediati; il quadro dell’indagine richiama anche lavoro dignitoso, accesso alle cure, una casa sostenibile, servizi e occasioni di partecipazione. L’obiettivo indicato è ricostruire sicurezza e capacità di progettare.

Per i cittadini la differenza si vede nelle esigenze concrete. Un sostegno economico può alleggerire una spesa urgente; servizi accessibili e relazioni di prossimità possono aiutare ad affrontare problemi di salute, cura o isolamento. Le difficoltà descritte dall’indagine si sovrappongono nella vita delle famiglie, e le risposte devono considerare sia i bilanci sia le condizioni che consentono di mantenere legami e prospettive.

La fotografia del ceto medio che arretra riunisce rinunce materiali, fragilità relazionale e paura della discesa sociale. Nel 2026 il 54% si colloca sotto il ceto medio, il 26% ha rinunciato a cure per ragioni economiche e il 23% si è sentito solo. Sono dimensioni diverse della stessa indagine, che riportano l’attenzione sulla sicurezza quotidiana: potersi curare, partecipare alla vita sociale e immaginare un futuro praticabile per sé e per i propri figli.




Dott. Luca Rossoni

Il dott. Luca Rossoni è un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e società di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogl...