Lindustria automobilistica europea affronta nuovi scenari tra crisi, incentivi UE e difesa del Made in Europe. Sfide su batterie, riforme e occupazione mettono Italia e Germania in primo piano nel dibattito sul rilancio del settore.
La filiera automobilistica europea si trova nel 2026 in uno dei periodi più complessi della sua storia recente. La transizione verso la mobilità elettrica, accelerata dalle normative europee sulla decarbonizzazione, si intreccia con la concorrenza globale di Cina e Stati Uniti, mentre le case automobilistiche devono affrontare costi produttivi crescenti, rincari sulla catena delle batterie e nuove tensioni geopolitiche. Non sorprende che in Italia la produzione sia calata ai livelli di settant’anni fa e centinaia di migliaia di lavoratori diretti e dell’indotto vivano in un senso d’incertezza. L'Unione Europea, spinta dalle richieste dei governi e delle associazioni di categoria, sta riscrivendo in queste settimane il percorso della transizione tra revisione degli incentivi, apertura alla neutralità tecnologica e salvaguardia delle produzioni “Made in Europe”.
Il nuovo quadro normativo presentato dalla Commissione europea rappresenta una svolta chiave per il futuro dell’industria automobilistica nel Vecchio Continente. Tra le principali novità figurano incentivi mirati per veicoli a basse e zero emissioni prodotti nell’Unione Europea, accompagnati dall’introduzione obbligatoria della certificazione e dell’etichetta “Made in the EU” come prerequisito per accedere ai contributi pubblici.
Nello specifico, il nuovo pacchetto automotive prevede:
Dai vertici dei principali gruppi continentali, tra cui Volkswagen e Stellantis, si è levata con forza la richiesta di un trattamento preferenziale per i veicoli prodotti localmente, materia che si interseca con la salvaguardia del lavoro e degli investimenti in Europa. I manager sottolineano che le nuove regole devono equilibrare sostenibilità ambientale, sostenibilità economica e tutela della competitività, in uno scenario dove il mercato delle auto elettriche soffre la competizione sulle batterie e i prezzi dei modelli cinesi.
Tra le richieste chiave avanzate dalle case costruttrici e dalle associazioni di categoria, si possono evidenziare:
Italia e Germania hanno rinsaldato la loro alleanza per incidere sulle future mosse dell’Unione Europea in materia di industria automobilistica. I due Paesi, storicamente interconnessi nella produzione di veicoli e componentistica (con quasi il 20% delle parti realizzate in Italia destinate all’assemblaggio tedesco), hanno promosso una piattaforma congiunta rivolta a Bruxelles. L’urgenza condivisa riguarda la revisione delle regole su emissioni, la spinta all’innovazione tecnologica e la riduzione degli oneri regolatori che oggi pesano sulle imprese.
Tra i principali punti avanzati dall’asse italo-tedesco:
La risposta europea alla sfida globale sulla produzione e approvvigionamento di batterie è diventata il punto nevralgico dell’attuale processo di rilancio del settore. Mentre la produzione asiatica – soprattutto cinese – detiene il 70% della filiera globale, i costruttori europei sono chiamati a ridurre la dipendenza da fonti esterne per contenere i costi e garantire la sicurezza strategica. La Commissione ha varato il programma “Battery Booster”, focalizzato su credito agevolato e incentivi alla ricerca sulle celle di nuova generazione.
I principali ostacoli restano i prezzi elevati delle batterie e la competizione sulle tecnologie del futuro. Da una parte, il pubblico europeo spinge per veicoli elettrici più economici; dall’altra, il ricorso a batterie extra-UE rischia di azzerare i benefici in termini di sostenibilità e rilocalizzazione produttiva.
Le strategie di localizzazione industriale adottate da gruppi come BMW (con la nuova fabbrica “full electric” di Debrecen che integra produzione di batterie Gen6) rappresentano una risposta concreta, ma non ancora sufficiente. L’obiettivo condiviso dagli operatori è la creazione di un ecosistema integrato locale – “local for local” – capace di generare valore aggiunto, occupazione e know-how.
Parallelamente, si moltiplicano le richieste per una parità di condizioni: i produttori ritengono necessario che chi accede agli incentivi per l’acquisto di auto prodotte in Europa rispetti le stesse regole ambientali e industriali, in modo da evitare concorrenza sleale o triangolazioni di componenti.
La situazione italiana incarna molte delle criticità e delle sfide condivise a livello continentale. Il nuovo piano nazionale, varato dal governo tramite il Mimit, prevede un Fondo per l’automotive di circa 1,6 miliardi di euro fino al 2030, con una quota predominante (circa il 75%) destinata a ricerca, sviluppo e incentivo all’offerta. Una parte dei fondi è riservata all’ecobonus e ad altre misure per sostenere la domanda – tra cui il noleggio sociale e il retrofit dei veicoli esistenti.
Dal lato sindacale, però, la percezione è di un forte sotto-dimensionamento rispetto alle necessità: rispetto agli 8 miliardi previsti inizialmente, la attuale dotazione non sembra in grado di tenere testa all’ampiezza della crisi, che coinvolge impianti storici e decine di migliaia di addetti. Secondo la FIM CISL, la produzione 2025 è ferma al 35% delle capacità e si profilano rischi per almeno 10 mila posti di lavoro. Le associazioni dei lavoratori sollecitano un vero piano industriale, sulla falsariga del modello spagnolo, per accompagnare la transizione e garantire continuità occupazionale.
Sul versante imprenditoriale, si sottolinea l’urgenza di interventi fiscali e di una profonda revisione delle politiche del lavoro e dell’energia, per abbassare il costo delle forniture e recuperare competitività. I dati sulla produzione e sull’invecchiamento del parco auto italiano confermano la debolezza strutturale di un comparto che rischia di perdere il treno della transizione senza risorse mirate e una pianificazione di lungo periodo.
L’accoglienza del nuovo pacchetto UE è stata segnata da umori contrastanti tra industria, sindacati e associazioni ambientaliste. Dai governi di Italia, Germania e altri partner industriali arrivano dichiarazioni di apprezzamento per il pragmatismo e la maggiore flessibilità, percepita come un segnale positivo per produttori e lavoratori. Sul fronte delle imprese, ANFIA ed UNRAE plaudono alle deroghe concesse sulle tempistiche e alla promozione di una transizione non ideologica, che tenga conto delle specificità nazionali e delle esigenze della filiera.
Molto più severo il giudizio della società civile e dei gruppi ambientalisti come Transport & Environment, che parlano di “un regalo all’industria dell’auto” a scapito degli obiettivi climatici.