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Intervista a Pietro, un neet che né studia né lavora e non cerca occupazione: cosa c'è dietro questa tendenza che accomuna milioni di persone

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di Dott.ssa Marianna Bassetti pubblicato il

Intervista a Pietro, giovane NEET italiano: attraverso le sue risposte emergono cause, vissuti personali e interrogativi sul giudizio sociale, tra difficoltà individuali e limiti del sistema, in una condizione condivisa da milioni di giovani.

In Italia, oltre due milioni di giovani vivono in una condizione di inattività, non lavorando né studiando né partecipando a percorsi formativi. Questo gruppo, identificato con il termine NEET, rappresenta una delle sfide sociali ed economiche più rilevanti del Paese. Secondo i dati Eurostat e ISTAT aggiornati al 2025, circa il 15,2% dei giovani tra i 15 e i 29 anni è classificato come NEET, percentuale che risulta seconda solo alla Romania su scala europea. Nonostante un lento calo rispetto agli anni precedenti, il dato italiano rimane distante dall'obiettivo europeo del 9% fissato per il 2030.

I motivi di questa tendenza sono molteplici: difficoltà nel passaggio tra scuola e lavoro, scarsi servizi di orientamento, crisi economiche cicliche e una distribuzione territoriale delle opportunità profondamente diseguale. Il fenomeno tocca con particolare intensità le grandi città, le regioni del Mezzogiorno e le fasce di età tra i 25 e i 34 anni, spesso coinvolgendo sia diplomati che laureati. Ma dietro le statistiche si celano storie personali, segnate da periodi di smarrimento, aspettative deluse o scelta di prendersi una pausa per motivi molto diversi tra loro.

Testimonianze come quella di Pietro, giovane italiano che da anni non studia né lavora, offrono uno sguardo sulla realtà quotidiana di chi vive questa condizione. Attraverso il suo racconto proveremo a comprendere cosa significhi essere un NEET oggi, quali siano le percezioni sociali e le difficoltà vissute, ma anche le possibili strade di cambiamento.

Come si svolge una tua giornata tipo, dall'inizio alla fine?

“Le mie giornate scorrono lente. Mi sveglio tardi, in genere verso le dieci, a volte anche dopo. Inizio la mattinata con la colazione e scorro lo smartphone, leggo notizie, guardo video, spesso senza uno scopo preciso. La casa è silenziosa, i miei genitori sono al lavoro. Passo il tempo su internet, mi capita di chattare con qualche amico, anche se ci vediamo poco. Verso mezzogiorno magari aiuto un po' mia madre in casa, ma non mi sento motivato a fare molto altro. Il pomeriggio a volte esco per una passeggiata nel quartiere; altre volte no, resto in camera a guardare serie o ascoltare musica. Ogni tanto provo a seguire qualche corso online gratuito, ma mi manca la costanza. La sera ceno con la famiglia, guardiamo la televisione insieme. Dopodiché torno ai miei spazi, tra social e videogiochi. Alla fine, la sensazione è quella di una giornata che sfugge veloce senza aver lasciato un segno”.

C'è stato un momento preciso in cui hai smesso di studiare o cercare lavoro?

“Dopo il diploma mi sono iscritto all'università, ma già dal secondo anno ho cominciato a sentirmi fuori posto. Gli esami si accumulavano, la motivazione calava, e in aula mi sembrava che tutti avessero le idee più chiare delle mie. Ho lasciato senza dire niente quasi a nessuno. Per un periodo ho mandato curriculum, partecipato a qualche colloquio, ma ogni volta sembrava di dover ‘convincere' qualcuno che valesse la pena darmi una possibilità. Non mi sentivo all'altezza, spesso ricevevo solo risposte negative. Così, lentamente, ho smesso di provare. Non c'è un giorno preciso in cui ho detto basta, è stato un processo graduale. Un po' per stanchezza, un po' per sfiducia, ho smesso prima di studiare e poi di cercare occasioni lavorative. All'inizio pensavo fosse una pausa temporanea, ma la pausa è diventata abitudine”.

Ti è mai capitato di rifiutare un'opportunità? Se sì, perché?

“Ci sono stati alcuni lavori temporanei o tirocini che mi sono stati proposti, ma spesso erano troppo lontani da casa, con orari impossibili o rimborsi spese simbolici. Uno in particolare sembrava interessante, ma il contratto prevedeva turni notturni e nessuna prospettiva di assunzione stabile. Ho rifiutato, non perché pensassi di meritare di meglio, ma perché temevo di restare bloccato in qualcosa di precario e senza senso per mesi. In alcune occasioni è stata anche l'ansia a bloccare tutto: la paura di fallire ancora, di non reggere la pressione. Non è facile spiegare agli altri perché si rinuncia a qualcosa, ma a volte il timore pesa più della voglia di provarci”.

Di cosa vivi concretamente oggi?

“Vivo con i miei genitori: loro coprono tutte le spese essenziali, dall'affitto al cibo. Ne sono consapevole, anzi a volte mi pesa molto questa dipendenza, soprattutto perché vorrei poter contribuire. Ci sono mesi in cui mi dicono di non preoccuparmi, altri in cui sono più tesi. Credo sia inevitabile. Mi capita occasionalmente di fare piccoli lavoretti, come dare ripetizioni o aiutare un vicino con la spesa, ma non è nulla che possa considerarsi stabile o sufficiente economicamente. Risparmio molto, non avendo uscite fisse tranne qualche spesa personale sporadica. La situazione non è sostenibile a lungo, lo riconosco. Tuttavia al momento non ho altra scelta, perché senza sostegno familiare non potrei permettermi nemmeno il minimo indispensabile”.

Ti senti giudicato? E da chi soprattutto?

“Sento spesso di esserlo, specialmente dalle persone più lontane dalla mia realtà. Alcuni parenti fanno domande scomode alle cene di famiglia, altri mi evitano come se il mio status fosse un ‘virus'. Tra amici a volte mi sento un po' escluso, specialmente quelli che hanno già trovato un lavoro stabile. La società ti osserva come se fossi uno che non vuole impegnarsi o che si accontenta di restare in disparte. Leggo i commenti sui social o nei giornali e sembra che per tutti il problema sia solo nella volontà del singolo. A volte il giudizio è implicito, altre volte esplicito: anche chi non dice nulla, con uno sguardo, fa pesare la delusione o la preoccupazione. È difficile resistere all'idea di ‘non valere abbastanza'”.

Cosa ti manca oggi per rimetterti in gioco?

“Principalmente una direzione chiara, un orientamento che sia davvero personalizzato e realistico, non solo consigli generici su come scrivere un curriculum. Mi manca la fiducia in me stesso, dopo diverse esperienze negative. A volte vorrei anche solo un punto di riferimento, qualcuno che creda nelle mie capacità invece di sottolineare solo ciò che non va. L'orientamento è spesso centrato su quello che il mercato richiede, ma poco su come valorizzare le inclinazioni individuali. Non ultimo, servirebbero opportunità accessibili: molte offerte di lavoro sono poco compatibili con il mio profilo, si chiede esperienza che, di fatto, è difficile acquisire per chi è fuori dal circuito da tempo”.

Cosa dovrebbe succedere per farti cambiare direzione?

“Vorrei vedere una prospettiva che sia stabile, ma anche umana. Non cerco miracoli, ma un percorso graduale che tenga conta delle mie difficoltà, con tappe realistiche. Un tirocinio con vera possibilità di inserimento, magari supportato anche psicologicamente, potrebbe fare la differenza. Credo che servirebbero incentivi concreti all'assunzione, opportunità di apprendere sul campo e sentirsi parte di una squadra, non solo ‘un numero' tra tanti. Se ci fosse un ambiente in cui poter sbagliare, imparare senza timore di restare fuori al primo passo falso, allora avrei la forza per provarci di nuovo”.

Se qualcuno ti definisce ‘sfaticato', cosa rispondi?

“Mi fa male sentirlo, perché dietro alla mia situazione non ci sono solo mancanza di volontà o voglia di impegnarmi. Se rispondo, dico che spesso il problema è molto più complesso di quanto sembri. La pigrizia è una spiegazione troppo semplice. Nessuno, credo, sceglie volontariamente di non avere un ruolo nella società. Bisognerebbe ascoltare prima di giudicare, perché ogni persona ha la propria storia e i propri motivi”.

E se un domani tuo figlio si trovasse nella tua stessa situazione, lo capiresti o ti preoccuperebbe?

“Sarei sinceramente preoccupato. Soprattutto perché ora so quanto sia difficile uscirne, e quanto il tempo passi veloce. Nello stesso tempo cercherei di capirlo, aiutandolo a non sentirsi solo o sbagliato come è successo a me. Proverei a essere il supporto che forse a volte è mancato a me: ascoltare, non giudicare, ma anche incoraggiare a non lasciarsi andare al senso di fallimento. Bisognerebbe sempre ricordare che dietro il silenzio possono esserci domande più grandi di quanto si immagini”.




Dott.ssa Marianna Bassetti

La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...

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