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Italiani all'estero e burocrazia: perché il sistema consolare italiano è rimasto fermo agli anni Novanta

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di Marianna Quatraro pubblicato il
Complessità della burocrazia consolare

Tra iter complessi, obblighi amministrativi e digitalizzazione a rilento, il sistema consolare italiano impatta in modo significativo sulla vita degli italiani all'estero. Un viaggio tra AIRE, diritti, doveri e prospettive di riforma

Di fronte a uno sportello consolare, ogni italiano emigrato prima o poi sperimenta la stessa sensazione: un salto indietro nel tempo. Moduli da compilare a mano, appuntamenti che slittano di mesi, raccomandate che viaggiano tra Roma e l'altra parte del mondo come se internet non fosse mai stato inventato. Il sistema consolare italiano, nella sua ossatura profonda, funziona ancora secondo logiche disegnate decenni fa.

Un patrimonio umano trascurato

Sono oltre 5,3 milioni gli italiani iscritti all'AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all'Estero), una cifra che non comprende milioni di discendenti con diritto alla cittadinanza. Rappresentano un capitale umano, culturale ed economico immenso: professionisti, imprenditori, ricercatori, artisti sparsi in ogni angolo del pianeta. Eppure, nel momento in cui devono interfacciarsi con lo Stato italiano, si trovano a fare i conti con una macchina amministrativa che sembra progettata per scoraggiarli.

Cosa non funziona: i nodi del sistema

Le disfunzioni del sistema consolare italiano sono note, documentate, denunciate da anni. Eppure persistono. Ecco le principali:

  • Tempi biblici per gli appuntamenti: in alcune sedi quali Londra, Buenos Aires, San Paolo, Sydney, l'attesa per un appuntamento consolare può superare i 12-18 mesi. Per pratiche urgenti come il rinnovo del passaporto o il riconoscimento della cittadinanza, significa mesi di limbo burocratico.
  • Obbligo di presenza fisica: molte pratiche richiedono ancora che il cittadino si rechi fisicamente allo sportello, anche per operazioni che potrebbero essere gestite interamente in digitale.
  • Moduli cartacei e raccomandate: in piena era della firma digitale, molti consolati accettano o addirittura richiedono, documentazione cartacea inviata per posta ordinaria o raccomandata internazionale.
  • Sistemi informatici obsoleti: le piattaforme digitali del Ministero degli Esteri (come il Portale dei Servizi Consolari) sono state più volte aggiornate, ma rimangono frammentate, poco intuitive e spesso inaccessibili da dispositivi mobili.
  • Personale insufficiente: il numero di funzionari consolari non è cresciuto in proporzione all'aumento degli iscritti AIRE. Molte sedi sono cronicamente sottorganico.
  • Disomogeneità tra sedi: le procedure variano sensibilmente da un consolato all'altro: ciò che è possibile fare a Barcellona può essere impossibile a Berlino, e viceversa, con regole interpretate in modo difforme.

Il paradosso digitale

L'Italia non è un paese tecnologicamente arretrato. Ha prodotto il Codice Fiscale, lo SPID, la Carta d'Identità Elettronica, il sistema NoiPA. Sul fronte interno, la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione ha compiuto passi avanti reali; il problema è che questa trasformazione si è fermata ai confini nazionali.

Il cittadino residente a Milano può rinnovare il passaporto con un appuntamento online e ottenerlo in poche settimane. Il cittadino residente a Toronto deve aspettare mesi per un appuntamento, portare fisicamente documenti, e spesso tornare più volte allo sportello. La stessa pratica, per lo stesso documento, in due mondi burocratici completamente diversi.

Perché? Le ragioni sono molteplici: mancanza di investimenti specifici per la rete consolare, difficoltà a standardizzare procedure in contesti giuridici nazionali diversi, resistenza culturale al cambiamento all'interno di un corpo diplomatico tradizionalmente conservativo, e non ultimo una sostanziale indifferenza politica verso un elettorato lontano, difficile da mobilitare.

La questione della cittadinanza: il caso più doloroso

Tra le pratiche consolari, quella del riconoscimento della cittadinanza rappresenta forse il caso più emblematico del malfunzionamento del sistema. Migliaia di discendenti di emigrati italiani, in Sud America soprattutto, ma anche in Nord America e Australia, attendono anni per vedersi riconosciuto un diritto che la legge garantisce loro.

Le cause si accumulano:

  • Archivi storici non digitalizzati, spesso danneggiati o incompleti
  • Richiesta di documenti originali, anche centenari, con apostille e traduzioni giurate
  • Nessun sistema di tracciamento digitale delle pratiche
  • In alcuni paesi, ricorso obbligatorio al tribunale civile italiano per la grande mole di arretrato
Il risultato è che in Brasile, Argentina, Uruguay migliaia di famiglie aspettano anche dieci anni prima di ottenere risposta. Un diritto teoricamente garantito si trasforma in un percorso ad ostacoli.

Cosa chiedono gli italiani all'estero

Le richieste dei cittadini residenti fuori dall'Italia sono concrete e ragionevoli:

  • Digitalizzazione completa delle pratiche ordinarie (rinnovo documenti, iscrizione AIRE, certificati anagrafici)
  • Firma digitale e identità digitale (SPID/CIE) utilizzabili dall'estero senza passaggi fisici obbligatori
  • Tempi certi e trasparenti per ogni tipo di pratica, con sistemi di tracciamento online
  • Potenziamento del personale nelle sedi con maggiore affluenza
  • Sportelli itineranti o servizi decentrati nei paesi con comunità italiane sparse su territori vastissimi
  • Un interlocutore politico dedicato, con reale potere di indirizzo sulla rete consolare
Alcune di queste istanze vengono periodicamente raccolta dai Comites (Comitati degli italiani all'estero) e dal CGIE (Consiglio Generale degli Italiani all'Estero), organismi rappresentativi che però hanno un potere consultivo limitato e scarsa visibilità nel dibattito politico nazionale.

Il peso politico degli "invisibili"

C'è una dimensione politica che non va sottovalutata. Gli italiani all'estero votano, hanno una circoscrizione parlamentare dedicata, la Circoscrizione Estero, che elegge 4 senatori e 8 deputati. Eppure la loro voce nel dibattito pubblico è debole, frammentata, spesso ignorata dai partiti che pure li corteggiano in campagna elettorale.

Il paradosso è evidente: si chiede il voto a chi vive a Melbourne o a New York, ma non si investe per garantirgli servizi efficienti. L'emigrato italiano è utile come elettore, invisibile come cittadino che ha bisogno di uno Stato funzionante.

Qualcosa si muove ma troppo poco, troppo lentamente

Non è giusto dipingere un quadro interamente negativo. Negli ultimi anni alcuni segnali positivi ci sono stati:

  • Il Portale dei Servizi Consolari è stato aggiornato e consente la prenotazione online degli appuntamenti
  • In alcune sedi pilota sono stati attivati servizi di fast track per i casi urgenti
  • La possibilità di richiedere alcuni documenti tramite posta o canali digitali è stata estesa
  • Il tema è entrato, con più forza che in passato, nell'agenda del Ministero degli Esteri
Ma si tratta di interventi parziali, non di una riforma organica. Manca una visione di sistema, mancano risorse adeguate, manca soprattutto la volontà politica di trattare i 5 milioni di italiani all'estero come una priorità e non come un problema da gestire.

Un paese che si definisce moderno non può accettare che i propri cittadini, solo perché vivono oltre confine, debbano subire anni di attesa per esercitare diritti elementari. Che debbano prendere un giorno di ferie per andare fisicamente a consegnare una fotocopia. Che debbano affidarsi a intermediari e avvocati per pratiche che dovrebbero essere semplici e accessibili.






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Marianna Quatraro

Laureata in Lingue e Letterature Straniere e Scienze dalla Comunicazione, giornalista pubblicista dal 2008, collaboratrice presso testate locali e nazionali, con ottime competenze linguistiche straniere, specializzata in campo letterario ed economico, collabora con la testata online Businessonline trattando in particolar modo il mondo delle pensioni, argomento di cui si occupa ormai da circa 20 an...