Tra iter complessi, obblighi amministrativi e digitalizzazione a rilento, il sistema consolare italiano impatta in modo significativo sulla vita degli italiani all'estero. Un viaggio tra AIRE, diritti, doveri e prospettive di riforma
Di fronte a uno sportello consolare, ogni italiano emigrato prima o poi sperimenta la stessa sensazione: un salto indietro nel tempo. Moduli da compilare a mano, appuntamenti che slittano di mesi, raccomandate che viaggiano tra Roma e l'altra parte del mondo come se internet non fosse mai stato inventato. Il sistema consolare italiano, nella sua ossatura profonda, funziona ancora secondo logiche disegnate decenni fa.
Sono oltre 5,3 milioni gli italiani iscritti all'AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all'Estero), una cifra che non comprende milioni di discendenti con diritto alla cittadinanza. Rappresentano un capitale umano, culturale ed economico immenso: professionisti, imprenditori, ricercatori, artisti sparsi in ogni angolo del pianeta. Eppure, nel momento in cui devono interfacciarsi con lo Stato italiano, si trovano a fare i conti con una macchina amministrativa che sembra progettata per scoraggiarli.
Le disfunzioni del sistema consolare italiano sono note, documentate, denunciate da anni. Eppure persistono. Ecco le principali:
Il cittadino residente a Milano può rinnovare il passaporto con un appuntamento online e ottenerlo in poche settimane. Il cittadino residente a Toronto deve aspettare mesi per un appuntamento, portare fisicamente documenti, e spesso tornare più volte allo sportello. La stessa pratica, per lo stesso documento, in due mondi burocratici completamente diversi.
Perché? Le ragioni sono molteplici: mancanza di investimenti specifici per la rete consolare, difficoltà a standardizzare procedure in contesti giuridici nazionali diversi, resistenza culturale al cambiamento all'interno di un corpo diplomatico tradizionalmente conservativo, e non ultimo una sostanziale indifferenza politica verso un elettorato lontano, difficile da mobilitare.
Tra le pratiche consolari, quella del riconoscimento della cittadinanza rappresenta forse il caso più emblematico del malfunzionamento del sistema. Migliaia di discendenti di emigrati italiani, in Sud America soprattutto, ma anche in Nord America e Australia, attendono anni per vedersi riconosciuto un diritto che la legge garantisce loro.
Le cause si accumulano:
Le richieste dei cittadini residenti fuori dall'Italia sono concrete e ragionevoli:
C'è una dimensione politica che non va sottovalutata. Gli italiani all'estero votano, hanno una circoscrizione parlamentare dedicata, la Circoscrizione Estero, che elegge 4 senatori e 8 deputati. Eppure la loro voce nel dibattito pubblico è debole, frammentata, spesso ignorata dai partiti che pure li corteggiano in campagna elettorale.
Il paradosso è evidente: si chiede il voto a chi vive a Melbourne o a New York, ma non si investe per garantirgli servizi efficienti. L'emigrato italiano è utile come elettore, invisibile come cittadino che ha bisogno di uno Stato funzionante.
Non è giusto dipingere un quadro interamente negativo. Negli ultimi anni alcuni segnali positivi ci sono stati:
Un paese che si definisce moderno non può accettare che i propri cittadini, solo perché vivono oltre confine, debbano subire anni di attesa per esercitare diritti elementari. Che debbano prendere un giorno di ferie per andare fisicamente a consegnare una fotocopia. Che debbano affidarsi a intermediari e avvocati per pratiche che dovrebbero essere semplici e accessibili.
Laureata in Lingue e Letterature Straniere e Scienze dalla Comunicazione, giornalista pubblicista dal 2008, collaboratrice presso testate locali e nazionali, con ottime competenze linguistiche straniere, specializzata in campo letterario ed economico, collabora con la testata online Businessonline trattando in particolar modo il mondo delle pensioni, argomento di cui si occupa ormai da circa 20 an...