L'espansione della fibra ottica, simbolo di progresso digitale, solleva nuove preoccupazioni ambientali. Dalla posa alla gestione dei materiali, crescono i rischi per suolo, acqua e sostenibilitą.
La diffusione della fibra ottica rappresenta una delle colonne portanti della trasformazione digitale nazionale. L'espansione delle reti ad alta velocità ha permesso di connettere territori, imprese e individui, generando opportunità socio-economiche e innovazioni a ogni livello. Questo percorso di crescita si affianca però a riflessioni sempre più approfondite su aspetti poco visibili ma rilevanti come le conseguenze sull'ambiente, come dimostrano la ricerca pubblicata su Communications Earth & Environment: Lead-sheathed telecom cables and historic leaded gasoline emissions substantially raise environmental lead levels in Portland, quella su Measurement of Soil Lead Levels Adjacent to Lead-Sheathed Telecommunications Cables disponibile su PubMed Central e lo studio esterno di sostenibilità per BEREC sull’impatto ambientale delle comunicazioni elettroniche
Se da una parte si celebra l'efficienza della connettività moderna, dall'altra emergono studi che documentano le potenziali ripercussioni sul paesaggio e sulle matrici ambientali, tra cui suolo e risorse idriche, legate alle modalità di posa e gestione delle infrastrutture di rete.
Grazie all'accelerazione della digitalizzazione, l'Italia ha adottato tecniche di posa sempre più sofisticate e a basso impatto per portare la banda ultralarga ovunque. Se inizialmente la realizzazione delle infrastrutture richiedeva scavi aperti, oggi si punta soprattutto su soluzioni innovative come la Trivellazione Orizzontale Controllata (TOC/HDD), le microtrincee e i trencher per minimizzare gli effetti negativi sull'ambiente e sulla viabilità.
Questi sistemi permettono di posare i cavi in modo preciso anche in aree densamente urbanizzate o in siti rurali, attraversando strade, infrastrutture o corsi d'acqua senza interrompere i servizi in superficie. Le fasi operative prevedono rilievi topografici accurati, indagini georadar e studio delle presenze sottoservizi per limitare il rischio di interferenze e massimizzare la sicurezza dei lavoratori. La sequenza tipica comprende:
Le tecniche no-dig, regolamentate e incentivate anche dal Ministero dello Sviluppo Economico, riducono la quantità di materiale da movimentare e limitano i costi indiretti, mantenendo un elevato standard di affidabilità nel tempo. La qualità dei materiali, la pianificazione tecnica approfondita e la formazione delle squadre di lavoro costituiscono i pilastri per garantire infrastrutture avanzate e sicure, con impatti ambientali contenuti.
I materiali utilizzati per la realizzazione delle reti di telecomunicazione includono tubazioni corrugate, guaine di polietilene e cavi ottici protetti da schermature. Ogni fase della posa contribuisce, in misura variabile, al disturbo degli equilibri del suolo e delle riserve idriche, soprattutto se si opta per scavi tradizionali o se le tecniche non sono adattate al contesto specifico.
Durante la perforazione TOC/HDD, ad esempio, si utilizzano fluidi bentonitici per stabilizzare il foro e trasportare i detriti in superficie: una gestione non corretta può comportare danni alla struttura del terreno, alterazioni della permeabilità e migrazione di sostanze nel sottosuolo. La movimentazione di materiali di risulta è comunque minima rispetto ai vecchi scavi a cielo aperto, e le lavorazioni vengono pianificate per essere il più possibile localizzate e circoscritte al passaggio del cavo. Le procedure di installazione prevedono:
Una progettazione non accurata o un cantiere non controllato possono invece causare, in via residuale, inquinamento da materiali plastici o dalla presenza di additivi industriali usati per facilitare lo scavo.
Con l'espansione della rete in fibra ottica aumenta anche il bisogno di punti di raccolta dati e processi di archiviazione ad alta densità. I data center costituiscono oggi nodi nevralgici di questa evoluzione digitale, ma sono anche tra le infrastrutture più energivore e idrovore dell'epoca contemporanea. L'Italia, nel 2026, conta oltre 200 strutture operative e decine in costruzione, concentrate in particolare nell'area di Milano e nelle nuove valley digitali del Sud. Ogni data center richiede:
La pressione sui territori si manifesta anche sotto forma di impermeabilizzazione del suolo e potenziale inquinamento da emissioni termiche e rifiuti elettronici. Nelle aree più fragili, il bilancio tra benefici digitali e costi ambientali diventa particolarmente delicato. La normativa nazionale e le direttive europee iniziano ora a richiedere trasparenza sul consumo energetico e idrico delle infrastrutture, orientando il mercato verso efficienza e responsabilità ambientale.
L'insieme delle attività per la posa, gestione e manutenzione delle reti in fibra genera potenziali rischi di inquinamento che occorre monitorare attentamente per proteggere le matrici ambientali. Il pericolo principale risiede nella possibile dispersione di polveri, fanghi e residui plastici nel suolo e nelle acque durante le fasi di scavo e lavorazione.
I fluido bentonitici utilizzati nella TOC/HDD, se non correttamente confinati e riciclati, possono alterare la composizione chimico-fisica dei terreni e migrare verso le falde superficiali. Le plastiche delle guaine e i cavi danneggiati, se lasciati in situ o smaltiti in modo improprio, rilasciano nel tempo microplastiche o composti potenzialmente tossici che si accumulano nel suolo e possono essere trascinati verso i corpi idrici in caso di piogge intense o successive lavorazioni.
I data center, invece, rappresentano punti di tensione locali per la gestione idrica: in periodi di siccità, il raffreddamento delle infrastrutture compete direttamente con l'uso umano e agricolo dell'acqua. Il rilascio di calore residuo nei corpi idrici aumenta i rischi di stress termico e modifica l'ecosistema degli ambienti acquatici circostanti. Il problema è aggravato dalla scarsa trasparenza dei dati sui consumi effettivi, limitando la possibilità per le comunità locali di valutare l'impatto reale delle nuove realizzazioni.
Il pericolo di contaminazione è oggi mitigato dall'impianto normativo e dalle figure professionali che si occupano di sicurezza ambientale e risk assessment. Tuttavia, episodi di sversamenti accidentali e gestione inadeguata degli scarti continuano a essere registrati dove mancano controlli rigorosi, formazione tecnica o le soluzioni progettuali non sono ottimizzate per il territorio. La qualità dell'acqua resta una risorsa estremamente sensibile alle modalità operative lungo tutto il ciclo di vita delle infrastrutture digitali.
I cavi in fibra ottica, così come altri cavi elettrici e di telecomunicazione, rientrano nella categoria dei rifiuti speciali. Non possono essere destinati alla raccolta indifferenziata o gettati in discarica senza trattamento, poiché composti da metalli (alluminio, rame), plastiche tecniche e, se deteriorati, da sostanze potenzialmente pericolose per il suolo e le acque.
L'attuale quadro normativo europeo e nazionale impone il recupero e il corretto smaltimento di questi materiali. Il processo di riciclo segue:
Nato a Milano nel 1979, laureato alla Bocconi dopo il liceo classico ai Salesiani di Milano. Uno dei pionieri dell'Internet italiano, uno dei fondatori tra l'altro del celebre sito degli anni 90-2000 webmasterpoint.org, si occupa di organizzare tutta la parte editoriale di Businessonline, ma scrive anche lui stesso sia sulle tematiche legate ai suoi studi che alle sue passioni. In modo particolar...