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La grande bugia del "fai tutto online": perché la burocrazia digitale italiana è peggio di quella cartacea

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di Marianna Quatraro pubblicato il

Nel passaggio dall'analogico al digitale, la burocrazia italiana promette efficienza ma spesso genera nuove difficoltà, tra limiti tecnologici, rischi di esclusione e contraddizioni che toccano cittadini, imprese e documenti tradizionali

C'era una volta lo sportello. Lungo, lento, con la fila che si allungava fuori dalla porta e il numero strappato dal distributore di plastica. Era scomodo, certo. Richiedeva mezze giornate di ferie, scarpe comode e una dose industriale di pazienza. Ma aveva un pregio inestimabile: alla fine, qualcosa succedeva. Qualcuno ti guardava negli occhi, timbrava, firmava, e la pratica avanzava.

Oggi quello sportello è stato chiuso. Al suo posto, ci hanno messo un link.

La promessa della digitalizzazione pubblica italiana è stata venduta come una rivoluzione di civiltà: meno code, meno carta, meno disagi. Nella realtà, per milioni di cittadini, il risultato è stato esattamente l'opposto: una burocrazia che non ha perso le sue inefficienze storiche, ma le ha travestite da interfaccia grafica, le ha rese invisibili ai funzionari e inaccessibili ai non esperti di tecnologia.

Il problema non è la tecnologia. È la cultura

Prima di parlare di portali che crashano e SPID che non funzionano, bisogna capire dove nasce il vero problema. La digitalizzazione italiana ha quasi sempre seguito un modello che i tecnici chiamano "lift and shift": prendere la procedura cartacea esattamente com'è, con tutta la sua complessità e trasportarla su schermo senza toccare nulla di sostanziale. Il modulo di carta è diventato un PDF. Il PDF è diventato un form online. Ma il form online chiede ancora le stesse informazioni ridondanti di vent'anni fa, richiede ancora gli stessi allegati certificati.

Il risultato è un paradosso tutto italiano: hai bisogno di connessione internet, di uno smartphone, di un documento d'identità elettronico, di uno SPID attivo, di un codice fiscale corretto nei database dell'Agenzia delle Entrate, di Adobe Acrobat installato, di un indirizzo PEC e a volte di una stampante, per evitare di andare in ufficio.

Il percorso a ostacoli del cittadino medio

  • Accedere al portale → serve SPID o CIE
  • Attivare lo SPID → serve identità verificata da un operatore
  • Compilare il modulo → spesso in Flash o con PDF non editabili
  • Allegare documenti → formati accettati: solo .pdf, max 500kb
  • Inviare la domanda → timeout dopo 20 minuti di inattività
  • Ricevere conferma → via PEC, che bisogna aprire con un altro portale
  • Attendere esito → tempi non comunicati, impossibile controllare lo stato

SPID: la promessa e la realtà

Lo SPID è diventato il simbolo più emblematico di questa contraddizione. Presentato come la chiave universale per accedere ai servizi digitali della pubblica amministrazione, è in effetti un'idea ragionevole: un'identità digitale unica che evita la moltiplicazione di username e password. Il problema è l'esecuzione. Attivarlo richiede in media tra i due e i quattro passaggi burocratici, a seconda del provider scelto. Mantenerlo richiede attenzione: le credenziali scadono, le app si aggiornano, i numeri di telefono cambiano. E quando qualcosa va storto, non esiste uno sportello a cui rivolgersi: esiste un numero verde che squilla a vuoto, una chat bot che non capisce la domanda, e un modulo di assistenza che promette risposta entro cinque giorni lavorativi.

Per le categorie più vulnerabili, anziani, persone con bassa alfabetizzazione digitale, lavoratori migranti, lo SPID è di fatto un muro. Non un'opportunità.

La moltiplicazione dei portali

Un altro paradosso della digitalizzazione pubblica italiana è la proliferazione dei sistemi. Invece di convergere verso un unico punto di accesso coerente, ogni ente, ogni ministero, ogni ufficio ha costruito il suo portale, con le sue regole, i suoi formati, il suo sistema di autenticazione. Il SUAP per le imprese, il NoiPA per i dipendenti pubblici, il Fascicolo Sanitario Elettronico che cambia interfaccia regione per regione.

Il concetto di "user experience" è quasi assente dalla cultura progettuale della PA italiana. I portali vengono testati dai tecnici che li costruiscono, non dai pensionati o dagli artigiani che dovrebbero usarli. E quando arrivano le segnalazioni di malfunzionamento, la risposta istituzionale è spesso un tutorial PDF da scaricare da un altro portale.

Il problema dell'esclusione silenziosa

La burocrazia cartacea era lenta, cara, spesso umiliante. Ma era visibile nella sua inefficienza. Le code erano misurabili, i ritardi denunciabili, i funzionari identificabili. La burocrazia digitale, quando fallisce, lo fa in silenzio. Un form che si azzera dopo il timeout non lascia traccia. Un documento inviato nel formato sbagliato torna indietro con un messaggio di errore generico, senza spiegare quale fosse il formato corretto. Una domanda respinta per un campo non compilato correttamente non dice quale campo, né come compilarlo.

Questa opacità ha una conseguenza sociale grave e poco discussa: chi non ce la fa da solo semplicemente rinuncia. Non è che torni allo sportello, perché lo sportello non c'è più. Semplicemente abbandona la pratica. Non riscuote il sussidio. Non registra la variazione. Non ottiene il rimborso. La digitalizzazione forzata, senza reti di supporto adeguate, non ha reso lo Stato più efficiente: ha creato una nuova categoria di cittadini di serie B,  quelli che non sanno navigare.

Le soluzioni esistono, sono note, e in alcuni casi sono già state implementate con successo altrove. L'Estonia ha costruito un sistema digitale pubblico che funziona perché ha riformato prima i processi e poi gli strumenti, non il contrario. Il Portogallo ha investito nell'assistenza umana al digitale: sportelli fisici dove le persone vengono aiutate a usare i servizi online. La Danimarca ha mantenuto canali alternativi per chi non può o non vuole usare il digitale, riconoscendo esplicitamente che l'inclusione è un valore non negoziabile.




Marianna Quatraro

Laureata in Lingue e Letterature Straniere e Scienze dalla Comunicazione, giornalista pubblicista dal 2008, collaboratrice presso testate locali e nazionali, con ottime competenze linguistiche straniere, specializzata in campo letterario ed economico, collabora con la testata online Businessonline trattando in particolar modo il mondo delle pensioni, argomento di cui si occupa ormai da circa 20 an...