L’ingresso delle aziende alimentari nella cosmetica non è una moda passeggera. È il segno di un cambio di prospettiva in cui il cibo, i suoi aromi e i suoi residui diventano materia prima per un settore in espansione. I grandi nomi coinvolti nella trasformazione tra pasticceri, frantoi e gruppi agroindustriali.
Il confine tra cucina e beauty si sta assottigliando. Lo scarto di un frantoio, il fiore di zafferano che resta dopo la raccolta, la foglia di bergamotto che non finisce in cucina: materie prime che fino a ieri rappresentavano un costo di smaltimento diventano oggi ingredienti attivi per creme, detergenti e profumi. E non solo: a muoversi sono anche pasticceri di fama internazionale, che portano in profumeria i profumi dei propri dolci. Dietro questa tendenza c’è un settore, quello cosmetico, che corre a una velocità che poche altre industrie italiane possono vantare.
Il primo dato da cui partire è quello economico. Il fatturato della cosmetica in Italia supera i 18 miliardi di euro, un valore in crescita costante e trainato per quasi metà dall’export. Il made in Italy, in questo ambito, gode di una reputazione solida all’estero: qualità delle formulazioni, filiera produttiva diffusa, capacità di innovare e un’immagine legata a territori e tradizioni.
È su questo terreno che si affacciano soggetti nuovi. Pasticceri, frantoi e gruppi agroindustriali non guardano più al beauty come a una curiosità o a un’operazione di immagine, ma come a un’opportunità industriale. Le collaborazioni tra mondo alimentare e mondo cosmetico sono ormai ben più che punti di contatto occasionali: diventano progetti strutturati, con investimenti in ricerca, partner dedicati e distribuzione organizzata.
Le ragioni sono facili da capire. Chi lavora il cibo conosce già materie prime pregiate, ha accesso a filiere controllate e, spesso, genera sottoprodotti che possono trovare una seconda vita. Il cosmetico offre margini interessanti e un mercato internazionale ricettivo. L’incontro tra i due mondi è quasi naturale.
Tra le storie più emblematiche c’è quella di Iginio Massari. Il maestro pasticcere ha portato in profumeria l’universo olfattivo della sua pasticceria con Dolci Rituali Beauty Collection, un progetto sviluppato con International Beauty, società nata nel 2024 per lo sviluppo e la distribuzione di marchi beauty.
La linea è stata presentata al Cosmoprof Worldwide di Bologna, uno degli appuntamenti di riferimento a livello globale per il settore, ed è arrivata nei negozi a settembre 2026. La collezione comprende cinque Eau de Parfum ispirate a ingredienti e dolci iconici:
L’operazione di Massari si inserisce in un filone già tracciato. Lo spagnolo Jordi Roca, pasticcere di fama mondiale, ha realizzato tre eau de toilette ispirate ai suoi dessert. In Campania, Sal De Riso ha lanciato sette fragranze, portando il proprio immaginario dolciario nel mondo dei profumi.
Il dato interessante è che la pasticceria si presta in modo particolare a questo passaggio. Gli accordi olfattivi di vaniglia, caramello, frutta secca o agrumi sono già parte del linguaggio della profumeria, e il consumatore li riconosce con immediatezza. Il pasticcere porta in dote notorietà, storytelling e credibilità sensoriale: elementi che un marchio beauty tradizionale deve costruire da zero.
Se la pasticceria punta sul profumo, il mondo dell’olio gioca un’altra partita, quella della cura della pelle. L’olio d’oliva è da sempre associato ai trattamenti di bellezza, e oggi alcune aziende lo trasformano in prodotti cosmetici completi.
Una delle operazioni più strutturate degli ultimi mesi arriva dal Frantoio Bonamini, in Val d’Illasi, in provincia di Verona. A giugno l’azienda ha lanciato una linea cosmetica completa a base del proprio olio extravergine di oliva biologico, con una profumazione all’iris. Il progetto non nasce dall’improvvisazione: è il risultato di oltre dieci anni di ricerca, un tempo lungo che racconta quanto sia seria l’attenzione alla formulazione e alla stabilità dei prodotti.
Questo caso mostra bene un cambio di passo. Il frantoio non si limita a fornire l’olio a un terzista, ma costruisce un’offerta cosmetica propria, partendo dal prodotto che conosce meglio.
Non tutte le aziende del food scelgono di lanciare un marchio proprio. Diverse realtà entrano nel beauty come fornitori di ingredienti o come produttori conto terzi, mettendo a disposizione competenze e materie prime senza esporsi sul fronte del brand.
Verel e The Synergetic Group
È il caso di Verel, azienda di cosmetica conto terzi di Parma, acquisita da The Synergetic Group, iniziativa dell’imprenditore della Food Valley Giampaolo Cagnin. Il gruppo ha investito oltre 1,5 milioni di euro in infrastrutture, di cui oltre 500mila euro nella sola ricerca e sviluppo.
A Cosmopack 2026, il salone dedicato alla filiera produttiva del beauty, Verel ha presentato detergenti a base di attivi ricavati da fiori di zafferano e foglie di bergamotto da upcycling. È un esempio concreto di come lo scarto agricolo possa trasformarsi in valore: parti della pianta che non hanno impiego alimentare diventano principi attivi per la cosmesi.
Cereal Docks e Cultipharm
Sulla stessa linea si muovono anche Cereal Docks e la mantovana Cultipharm, specializzata in botanici coltivati in ambiente controllato. Quest’ultima ha firmato un accordo con Zambon per ingredienti destinati anche al settore cosmetico. Il coinvolgimento di un gruppo farmaceutico come Zambon segnala quanto la filiera degli attivi di origine vegetale stia diventando trasversale, a cavallo tra alimentare, farmaceutico e beauty.
Il concetto di upcycling è al centro di questa trasformazione. Con questo termine si indica il recupero di sottoprodotti e residui, che invece di essere smaltiti vengono valorizzati in un nuovo utilizzo, spesso a più alto valore aggiunto. Per le aziende del food i vantaggi sono diversi:
Mettendo insieme le storie, emerge un quadro coerente. Dietro la tendenza ci sono almeno quattro fattori:
1. Un mercato solido e internazionale. Con oltre 18 miliardi di euro di fatturato e una quota rilevante legata all’export, la cosmetica italiana offre sbocchi concreti e una visibilità globale.
2. La diversificazione del food. Per pasticceri, frantoi e gruppi agroindustriali entrare nel beauty significa aprire una seconda linea di business, meno legata alla stagionalità e alle oscillazioni delle materie prime alimentari.
3. L’innovazione negli ingredienti. Ricerca e sviluppo, come dimostrano gli investimenti di Verel o i dieci anni di lavoro del Frantoio Bonamini, sono il vero fattore competitivo. Chi parte dal cibo porta con sé conoscenza delle materie prime e delle loro proprietà.
4. Il valore dell’identità. Il made in Italy alimentare è già una garanzia di qualità. Trasferire questo patrimonio nel beauty, con nomi come Massari, permette di costruire marchi riconoscibili in tempi più rapidi.
Naturalmente non mancano le insidie. La cosmetica è un settore fortemente regolamentato, con requisiti stringenti in materia di sicurezza, test e conformità. Passare dal laboratorio alimentare a quello cosmetico richiede competenze specifiche, partner adeguati e investimenti non trascurabili. Anche la distribuzione è un nodo cruciale: entrare in profumeria o nei canali selettivi significa confrontarsi con operatori esperti e con una concorrenza agguerrita.
Per questo molti scelgono alleanze con società specializzate, come nel caso di International Beauty per il progetto di Massari, o si affidano a terzisti qualificati. È un modello che consente di limitare i rischi e di concentrarsi su ciò che si sa fare meglio: creare un prodotto di eccellenza e raccontarlo.
Il Dott. Marco Castagna è un esperto consulente senior nel settore delle imprese con oltre 15 anni di esperienza. Laureato in Economia Aziendale, la sua competenza si estende alla consulenza strategica, gestione delle risorse e ottimizzazione dei processi aziendali, rendendolo una figura di riferimento per molte aziende in crescita. Residente a Venezia, Marco ha collaborato con diverse start-up...