Sempre più aziende, dalle startup alle realtà italiane, sperimentano il barefooting in ufficio: benessere, stimoli produttivi, sfide culturali e testimonianze dirette ridefiniscono il concetto di lavoro moderno.
Il fenomeno del barefooting in ambito aziendale nasce come risposta all’evoluzione dei modelli lavorativi e delle priorità delle nuove generazioni, portando un profondo cambiamento anche nell’ambiente tradizionalmente più rigido: l’ufficio. Se in passato togliersi le scarpe rappresentava al massimo una piccola trasgressione domestica o una scena da fiction – pensiamo a Michael Burry ne "La grande scommessa" o al Don Draper di "Mad Men" che riceve clienti in calzini – oggi questo gesto è diventato un simbolo di comfort e libertà sul luogo di lavoro. Promosso inizialmente da alcune startup della Silicon Valley, il barefooting si è presto diffuso in altre realtà pionieristiche del mondo tech, dalla California fino al Regno Unito. Negli ultimi anni la pratica di lavorare senza scarpe, o con pantofole e calzini puliti, ha coinvolto aziende innovative e creativi desiderosi di rompere con le consuete regole del dress code. Oggi questo trend è arrivato anche in Italia, dove alcune realtà imprenditoriali – attente al benessere psico-fisico dei dipendenti – sperimentano con successo nuovi paradigmi che mettono al centro accoglienza, comfort e produttività individuale.
L’adozione della modalità "niente scarpe" ha avuto uno sviluppo significativo proprio nelle startup tecnologiche statunitensi. Realtà come Cursor, Replo, Composite e la storica Notion hanno plasmato i loro uffici rendendo l’assenza di calzature uno strumento di riconoscimento aziendale. Un sito come "noshoes.fun" elenca decine di società con politiche dedicate e, non di rado, i dipendenti stessi raccontano di non aver mai lavorato in aziende in cui le scarpe fossero obbligatorie.
Per eliminare possibili fastidi, molte di queste realtà hanno pensato di ricoprire i pavimenti di moquette o tappeti soffici, oltre a fornire pantofole personalizzate sia per i collaboratori sia per eventuali ospiti. Una testimonianza di questa attenzione arriva dall’ufficio Spur di Manhattan, dove Sneha Sivakumar, CEO e cofondatrice, sottolinea che "il lavorare senza scarpe rende tutto più familiare e abbassa le barriere tra colleghi".
Negli ambienti più attenti all’inclusività e al benessere, alcune regole pratiche sono frequenti:
Alla base del successo di questo approccio si trovano ragioni di salute, benessere e produttività, sempre più centrali nelle moderne filosofie del lavoro. Eliminando le scarpe, si ottiene innanzitutto un immediato beneficio dal punto di vista del comfort personale: i piedi, lasciati "liberi", favoriscono rilassamento e riducono la tensione muscolare accumulata dopo ore di postura seduta. Il contatto diretto con il pavimento, possibilmente morbido, può ridurre i livelli di stress e trasmettere una sensazione di "casa" anche negli ambienti ufficio tradizionali.
Molte testimonianze sottolineano come il barefooting favorisca la concentrazione e la creatività: «Mi sento più connesso al mio ambiente e i pensieri scorrono meglio quando non ho le scarpe ai piedi», afferma chi ha adottato questa soluzione. Per chi è neurodivergente o sensibile a determinati stimoli, la possibilità di stare senza scarpe migliora addirittura la performance, portando a una migliore qualità delle ore lavorate.
Dal punto di vista gestionale, il tema della produttività è strettamente legato a quello della serenità dei collaboratori. Secondo dirigenti e coach aziendali, i piccoli accorgimenti volti al benessere personale si riflettono nell’engagement complessivo, nell’abbassamento dei livelli di burn out e in un clima aziendale più rilassato e collaborativo. In questa prospettiva, il barefooting rappresenta uno dei tanti strumenti a supporto della flessibilità e dell’attenzione all’esperienza lavorativa totale.
Se da una parte questa modalità viene associata a un clima innovativo e inclusivo, restano forti le sfide di tipo sociale e culturale. In molte culture aziendali, specialmente quelle tradizionali legate ai servizi finanziari, al law e ad altri settori "classici", persiste una visione secondo cui la formalità nel vestiario è sinonimo di affidabilità e serietà. Il passaggio a una routine "senza scarpe" può essere vissuto come eccessivamente informale, rischiando di compromettere la percezione del professionismo.
Un ulteriore elemento critico riguarda la disparità di genere: come osservato da studiosi del tema, gli uomini possono permettersi con maggiore disinvoltura livelli di informalità che, nel caso delle donne, potrebbero avere conseguenze negative sulla credibilità professionale. Gli abiti e le calzature rappresentano ancora oggi un filtro con cui si valuta la posizione e l’autorevolezza di una lavoratrice.
Il confronto generazionale è un altro punto spesso dibattuto: le nuove generazioni apprezzano ambienti rilassati e creativi, mentre i collaboratori senior possono percepire come poco professionale trovarsi davanti a colleghi scalzi. In particolare per i contesti aperti al pubblico, come studi professionali e uffici frequentati da clienti, questa pratica può generare imbarazzo o essere considerata poco adeguata.
Infine, resta il tema dell’inclusione e della sensibilità verso chi, per motivi religiosi, culturali o sanitari, potrebbe non essere a proprio agio nel togliere le scarpe o trovarsi a contatto con piedi scoperti di altri colleghi.
Le narrazioni che emergono dalle realtà che hanno adottato il barefooting sono variegate e spesso emblematiche delle diverse forme in cui si può declinare questa filosofia. Andy Hague, CEO di Tech West Midlands, racconta che indossare le scarpe lo rendeva meno concentrato, sentendosi "disconnesso dal pavimento" al punto da percepire una produttività inferiore del 30% rispetto a quando lavora scalzo. Altri manager e dipendenti sottolineano un impatto immediato in termini di maggiore calma, felicità e collaborazione.
Ci sono poi pratiche regolamentate come quella della startup britannica helloSKIN, dove è attiva una rigida "sock-only policy" – via scarpe all’ingresso e solo calzini puliti, obbligo di ricalzarsi per accedere a cucina e servizi. Questa soluzione intermedia viene riconosciuta per la sua capacità di creare comfort senza scendere a compromessi su igiene e rispetto reciproco.
Anche in Italia si registrano testimonianze positive: alcuni lavoratori che hanno adottato scarpe con suola minimale – le cosiddette "barefoot" – affermano di non poter più tornare alle classiche calzature dopo aver provato la sensazione di libertà e salute dei piedi durante la giornata lavorativa. L’esperienza è spesso raccontata come un passaggio a una nuova normalità, con effetti positivi evidenti su postura e benessere psicologico.
Nonostante il fenomeno sia nato in ambito anglosassone, oggi si osserva una progressiva adozione della cultura barefoot anche negli uffici e nei coworking italiani. Esempi diventati noti sono sessioni di recruiting day a piedi nudi sulle spiagge romagnole, utili a rompere la rigidità delle situazioni selettive e favorire una maggiore autenticità negli incontri tra candidati e aziende.
Alcune imprese italiane del settore creativo e della tecnologia stanno introducendo policy, in parte ispirate ai modelli dei paesi nordici e orientali, in cui si entra senza scarpe o si usano pantofole fornite dall’azienda. È significativo che anche sindaci e amministratori pubblici abbiano sperimentato questa apertura, lasciando le calzature all’ingresso del proprio ufficio per creare uno spazio più informale e accogliente.
Dal punto di vista regolamentare, non esistono in Italia leggi specifiche che disciplinino il lavorare scalzi; tuttavia, la normativa sulla sicurezza impone nei settori produttivi (officine, cucine, laboratori) l’uso di calzature antinfortunistiche. Negli uffici, dove non ci sono rischi di infortuni diretti, la scelta resta una questione di policy interna e cultura aziendale, fermo restando il rispetto delle norme igieniche e del decoro.
Tra le curiosità merita attenzione la diffusione di calzature "barefoot" che riproducono la camminata naturale a piedi nudi, testate e certificate da esperti italiani nell’ambito ortopedico, frutto di una lunga tradizione che mette la salute del piede al centro dell’attenzione progettuale.
Camminare senza scarpe offre innumerevoli vantaggi fisici e psicologici supportati sia dall’esperienza diretta sia da evidenze raccolte sul campo. Dal punto di vista fisiologico, stare a piedi nudi rafforza i muscoli del piede e delle caviglie, migliora la postura e agevola la percezione sensoriale del terreno (propriocezione), elementi che possono ridurre il rischio di infiammazioni, problemi articolari e cefalee da postura.
Molti specialisti evidenziano che il barefooting regolare può:
Anche le testimonianze relative all’uso delle scarpe "barefoot" rimarcano i benefici sul piano della comodità e sulla progressiva eliminazione di dolori specifici dovuti a posture scorrette. L’importanza, ribadita dagli esperti, resta nel mantenere elevati livelli di igiene e gradualità nell’adozione di nuove abitudini.
La scelta di lavorare senza scarpe non raccoglie solo consensi. Uno dei limiti più discussi è l’impatto sociale e culturale di questa pratica: per qualcuno, togliersi le scarpe in ufficio rischia di scatenare nuove asimmetrie, tra chi può permettersi l’informalità e chi invece vede nella cura dell’aspetto un elemento di riconoscimento e rispetto.
Le critiche più diffuse sottolineano il rischio di compromettere i confini tra sfera privata e vita lavorativa, ma anche il disagio che può sorgere in uffici condivisi per questioni igieniche o di comfort personale. Vi sono inoltre contesti dove la policy senza scarpe può non essere accettabile o addirittura vietata per motivi di decoro, sicurezza o regolamento (ad esempio scuole, enti pubblici, settori produttivi).
Un altro limite riguarda le possibili tensioni interne a livello di diversità generazionale e culturale: se per una persona può essere segno di autentica modernità, per altre è un passo "troppo avanti", che mina la professionalità acquisita in anni di rigidi codici aziendali.