Le operazioni dell’ICE negli Stati Uniti generano proteste a Minneapolis e crescente tensione sociale, spingendo investitori come Ray Dalio e Larry Fink a temere per la stabilità finanziaria e il sistema capitalistico. L’instabilità americana influenza mercati e democrazie globali.
L’intensificarsi delle attività delle forze dell’ordine federali, in particolare di quelle dell’Immigration and Customs Enforcement, sta ridisegnando drammaticamente il clima sociale negli USA. Negli ultimi mesi, le azioni degli agenti in diverse città hanno suscitato un ampio dibattito pubblico, con cittadini e osservatori internazionali che percepiscono un’erosione del tessuto democratico e un inasprimento dei metodi repressivi. Le operazioni, ufficialmente motivate dalla necessità di rafforzare la sicurezza interna e il controllo sui flussi migratori, si sono però inserite in un contesto già caratterizzato da instabilità politica e lacerazioni profonde tra diverse fasce della popolazione.
Il quadro è reso ancora più complesso dalle crescenti tensioni sociali che attraversano comunità intere, specie negli Stati dell’area centro-settentrionale. Minneapolis, in particolare, è divenuta l’emblema di questo nuovo scenario: qui, la sofferenza sociale ha raggiunto livelli tali da rimettere al centro del dibattito pubblico i temi dei diritti civili, delle disuguaglianze e del rapporto tra cittadini e istituzioni.
L'attenzione non è più rivolta soltanto alla legalità delle singole operazioni, ma al rischio che tali attività siano l’anticamera di fenomeni conflittuali su scala nazionale. I mercati internazionali e il mondo della finanza osservano questa situazione con crescente preoccupazione, interrogandosi su quali siano i limiti oltre i quali la tenuta sociale può cedere lasciando spazio a forme di protesta sempre meno gestibili.
Nell’ultimo anno, l’epicentro del malcontento contro le politiche migratorie federali si è concentrato a Minneapolis. Migliaia di cittadini sono scesi in piazza denunciando le modalità delle operazioni condotte dagli agenti ICE, considerate lesive dei diritti umani e sistematicamente orientate verso un’escalation della tensione. Eventi drammatici, tra cui la morte di manifestanti nelle fasi più acute degli scontri, hanno suscitato reazioni a catena e alimentato il timore di un ritorno a un clima da guerra civile.
Le manifestazioni non si sono limitate a richieste di giustizia per le singole vittime, ma hanno innescato un’ampia riflessione sui limiti della democrazia federale quando sottoposta a forti pressioni interne. La polarizzazione è diventata visibile anche nella struttura sociale: sono infatti emersi nuovi collettivi, trasversali rispetto ai classici schieramenti politici, che promuovono un modello di coesione fondato sull’inclusività e la difesa dei diritti civili.
L’analisi di Ray Dalio, fondatore di uno dei maggiori hedge fund del pianeta, offre uno sguardo lucido su quanto sta accadendo. Dalio ha costruito la propria reputazione studiando i cicli storici degli imperi, individuando ricorrenze che prevedono la transizione da periodi di stabilità a fasi di collasso strutturale. Nel suo recente intervento dedicato all’attuale contesto statunitense, evidenzia come gli USA stiano rapidamente avanzando verso una fase storica che in passato ha preceduto rivoluzioni e guerre civili.
Il modello teorico di Dalio, noto come Big Cycle, suddivide la storia degli imperi in sei fasi. La nazione nordamericana – secondo l’esperto – si starebbe avvicinando alla fase terminale, contrassegnata da conflitti interni drammatici. Gli elementi che caratterizzano questo scenario includono:
Sui mercati finanziari, la crescita vertiginosa del valore dell’oro ha assunto una centralità che va oltre le solite logiche speculative. Nel corso dell’ultimo anno, il metallo prezioso ha registrato una crescita superiore al 26% su base annua e un sorprendente +95% rispetto al periodo precedente, raggiungendo nuovi record storici oltre i 5.600 dollari per oncia. Questo fenomeno va interpretato come spia di un nervosismo senza precedenti: la ricerca di un bene rifugio indica sfiducia crescente negli asset tradizionali e nelle capacità delle classi dirigenti di governare la complessità attuale.
All’apertura dell’ultimo World Economic Forum di Davos, Larry Fink, CEO di BlackRock, ha sottolineato come il sistema capitalistico sia entrato in una fase di perdita di legittimità. Secondo Fink, a partire dalla fine della Guerra Fredda la concentrazione delle ricchezze ha dato vita a tensioni sociali e politiche radicali. In questo contesto, segnala due pericoli principali:
La fragilità dei sistemi democratici si riflette immediatamente nei comportamenti dei mercati finanziari. Quando aumenta la percezione di instabilità politica, investitori e risparmiatori adottano strategie difensive, come la diversificazione dei portafogli e il ricorso massiccio a beni rifugio come l’oro. In questo scenario, cresce il timore di un’erosione delle garanzie istituzionali su cui si regge la fiducia internazionale.
L’incapacità della classe politica tradizionale di affrontare efficacemente i problemi legati a debito, disuguaglianze e innovazione tecnologica, ha accentuato il disallineamento tra economia reale e finanziaria. Gli attori di mercato, infatti, sembrano ormai ignorare le rassicurazioni ufficiali, facendo affidamento su indicatori alternativi di rischio e rendimento.
In questo contesto, le scelte della Federal Reserve e delle altre banche centrali statunitensi vengono scrutate con attenzione spasmodica, poiché ogni errore di valutazione può alimentare ulteriormente dinamiche speculative e fughe di capitali. L'interconnessione tra finanza e politica è talmente marcata che minacce esterne, come le tensioni commerciali o i dazi, rischiano di essere amplificate da una base domestica già instabile. Sono proprio queste variabili a suscitare l’apprensione degli investitori internazionali e a spingere i grandi fondi verso strategie di protezione.