Linchiesta di Report su Tods e Della Valle accende i riflettori sul caporalato e lo sfruttamento nel lusso italiano. Analisi di accuse, sistemi di controllo e possibili soluzioni per garantire etica e trasparenza nel Made in Italy.
Nell’ultimo anno il comparto moda italiano è stato attraversato da gravi accuse di sfruttamento lavorativo e caporalato, portando sotto la lente degli inquirenti alcune delle maison più note del Made in Italy. Il termine "caporalato" richiama un sistema criminale di intermediazione della manodopera, spesso legato a condizioni di lavoro degradanti, salari irrisori e assenza di tutele contrattuali e sicurezza. La Procura di Milano ha avviato una vasta inchiesta che riguarda oltre una dozzina di brand di lusso, con particolare attenzione ai rischi di sfruttamento lungo la filiera produttiva e nelle reti di subfornitura.
Queste indagini – forti di testimonianze, documenti sequestrati e ispezioni – mettono in discussione l’immagine virtuosa su cui il settore ha finora costruito la sua reputazione globale. Dai capi venduti a prezzi esorbitanti nei flagship store, alla realtà di laboratori sommersi, emerge una frattura tra il racconto della sostenibilità e la gestione quotidiana della produzione.
Il caso Tod's rappresenta uno dei fulcri recenti della discussione sulla sostenibilità sociale nella moda italiana. L’8 ottobre 2025, la Procura di Milano ha chiesto l’amministrazione giudiziaria per Tod’s S.p.A., con l’accusa di aver agevolato “fenomeni di caporalato” nella propria filiera tramite subfornitori cinesi tra Lombardia e Marche. Le indagini hanno rilevato lavori retribuiti 2,75 euro l’ora, turni notturni, macchinari insicuri e lavoratori alloggiati negli stessi opifici in condizioni igieniche precarie. Gli investigatori, tuttavia, non hanno contestato a Tod’s una responsabilità diretta, ma una vigilanza debole sui propri subappalti.
La posizione ufficiale dell’azienda, condivisa anche da Diego Della Valle, rivendica la totale estraneità e un lavoro costante per la tutela dei lavoratori, sottolineando le regole stringenti per i partner e i molteplici audit interni. Tod’s ha dichiarato: “Da sempre riteniamo imprescindibili la qualità dei prodotti e la qualità della vita lavorativa dei nostri dipendenti”, rimarcando l’impegno a fornire tutte le informazioni richieste dalla magistratura.
L’inchiesta, tuttavia, si distingue da altri casi simili perché è la prima volta che vengono ipotizzate responsabilità, anche colpose, per manager di alto livello e per la società stessa, non solo per i fornitori intermedi. Il Tribunale, pur riconoscendo “carenze organizzative”, aveva negato la sorveglianza giudiziaria per motivi territoriali e di merito, ma la Procura ha proseguito le indagini ampliando il perimetro fino a includere altri brand e casi.
Il quadro emerso fa riflettere su come una governance strutturata sulla carta, arricchita da codici etici e dichiarazioni di accountability ESG, possa non riuscire a prevenire abusi reali nella filiera. In assenza di controlli efficaci oltre il primo livello di subfornitura e di audit a sorpresa, le misure di autotutela rischiano di trasformarsi in narrazione autoreferenziale, lasciando zone d’ombra dove il rischio di violazioni resta elevato.
Negli ultimi anni, molte imprese della moda di fascia alta hanno enfatizzato gli standard ESG (Environmental, Social, Governance) nel proprio storytelling. Tod’s, ad esempio, ha pubblicato nel 2024 un report dettagliato comprensivo di 28 audit on-site, questionari destinati a numerosi fornitori, percentuali di risposte elevate e l’introduzione di passaporti digitali su blockchain per la tracciabilità del prodotto.
Tuttavia, come evidenziato anche dagli atti degli inquirenti, tali sistemi spesso non assicurano il controllo delle condizioni reali nei laboratori dei subappaltatori, specie oltre il primo livello della catena. Mancano indicatori trasparenti sui controlli a sorpresa, dati sulla quota di non conformità rilevate, percentuali di lavoratori intervistati e indicatori pubblici sui tempi di risoluzione delle criticità. La realtà produttiva osservata dalle autorità penali spesso contraddice i risultati condivisi pubblicamente nei report di sostenibilità.
L’esperienza empirica dimostra che gli strumenti di autovalutazione, se gestiti internamente, rischiano di perdere efficacia proprio nelle zone meno tracciabili della filiera: ambienti informali, opifici di piccole dimensioni, subfornitori a cascata e manodopera irregolare. È in queste aree che, secondo i rapporti degli inquirenti, avviene la compressione massima dei costi e l’omissione dei diritti dei lavoratori.
Le certificazioni ISO, spesso citate nei documenti aziendali come prova di conformità, coprono una parte limitata della forza lavoro e non sempre includono i siti indiretti. Gli stessi audit, laddove non effettuati in modalità indipendente e senza preavviso, rischiano di trasformarsi in un adempimento formale più utile alla reputazione che alla prevenzione.
L’inchiesta avviata dalla Procura di Milano ha ampliato il proprio spettro fino a interessare almeno tredici grandi brand del lusso, inclusi Dolce & Gabbana, Versace, Prada, Gucci, Missoni, Ferragamo, Yves Saint Laurent, Givenchy, Pinko, Coccinelle, Off-White, Adidas e Alexander McQueen.
Le modalità ricorrenti individuate dagli investigatori sono le seguenti:
Se le correzioni non saranno tempestive e sufficienti, la magistratura potrebbe adottare misure cautelari come l’amministrazione giudiziaria sulle società coinvolte, come già accaduto in passato per altri marchi.
Le amministrazioni giudiziarie disposte dal Tribunale di Milano negli ultimi anni rappresentano un campanello d’allarme per l’intero settore. Loro Piana, realtà d’élite del gruppo LVMH, ha subìto un provvedimento di questo tipo nel 2025 dopo che un’indagine aveva svelato una catena di subappalti non autorizzati fino al quarto livello. La produzione era esternalizzata a società con ridottissima forza lavoro e nessun reale apparato industriale, che a loro volta rimandavano la produzione a opifici clandestini cinesi, dove le condizioni dei lavoratori sono state descritte dai magistrati come “degradanti” e “sottosoglia rispetto ai minimi tabellari”.
Il profitto illecito in questi casi si manifesta attraverso un crollo del costo unitario del capo prodotto (circa 100 euro per una giacca in cashmere, poi venduta a cifre fino a trenta volte superiori). Le aziende, come in questo caso Loro Piana, hanno spesso sostenuto di non essere a conoscenza dei subfornitori “non dichiarati e non autorizzati”, ma i giudici hanno precisato che la legge non ammette ignoranza ove vi siano obblighi chiari di vigilanza.
I casi emersi hanno scatenato un confronto pubblico sul senso stesso della responsabilità d’impresa nel lusso, tema che interseca la legalità, l’etica d’impresa e la trasparenza nei rapporti di filiera. “Nessuna azienda può dirsi del tutto al riparo dai rischi collegati a un sistema produttivo opaco” è stato sottolineato da diversi esperti di giurisprudenza aziendale e di compliance.
Il dibattito ruota attorno a diversi snodi:
Le risposte delle aziende hanno oscillato tra la collaborazione con gli inquirenti e la difesa della propria estraneità ai fatti, ma il sistema industriale sembra chiamato a una riflessione profonda sugli strumenti e le strutture necessari per garantire etica d’impresa e legalità. Il principio “la legge non ammette ignoranza” diventa sempre più un riferimento imprescindibile per la supply chain del lusso.
La pressione normativa e la sensibilizzazione dell’opinione pubblica hanno accelerato la ricerca di strumenti efficaci: