Draghi indica nell'IA la leva per colmare il divario di produttività Ue-Usa, puntando sulla sovranità dei dati. Ma Hinton e Bengio avvertono: fino al 20% di rischio esistenziale entro 30 anni.
C'è una tensione che attraversa il dibattito pubblico sull'intelligenza artificiale, capace di mettere fianco a fianco due visioni apparentemente inconciliabili Da una parte c'è chi, come Mario Draghi, la considera la leva più promettente per rilanciare un'economia stagnante Dall'altra ci sono scienziati di primissimo piano che avvertono di un rischio, seppur con probabilità diverse a seconda di chi lo calcola, di conseguenze catastrofiche per l'intera umanità
In un lungo intervento pubblicato sul Financial Times l'11 settembre 2026, l'ex presidente della Banca Centrale Europea ha delineato quella che definisce una terza via europea per l'intelligenza artificiale, distinta sia dalla rinuncia totale sia dalla dipendenza completa dalle grandi piattaforme straniere
Il punto di partenza dell'analisi di Draghi è un dato che considera allarmante, il divario di produttività tra area euro e Stati Uniti, passato da 9 dollari l'ora nel 2018 a ben 21 dollari nel 2025 Un divario che continua ad allargarsi, mentre la produttività totale dei fattori europea resta sostanzialmente stagnante dal 2022
Secondo gli scenari elaborati dalla stessa Bce, una rapida adozione dell'intelligenza artificiale potrebbe aggiungere tra 0,3 e 0,4 punti percentuali all'anno alla crescita della produttività totale dei fattori Per un'economia europea ferma da anni, non si tratterebbe di un contributo marginale, ma di un cambio di passo potenzialmente decisivo
Draghi individua però un ostacolo concreto a questa opportunità, il fatto che l'Europa controlli oggi soltanto una piccola parte della catena del valore dell'intelligenza artificiale I numeri parlano chiaro, l'Unione Europea ospita meno del 5% della capacità di calcolo mondiale dedicata all'IA, contro un enorme 75% detenuto dagli Stati Uniti
Il divario tra domanda e offerta installata in Europa si attesta oggi intorno ai 3 gigawatt, pari a circa un quarto della capacità attuale, con una proiezione che secondo Draghi potrebbe ampliarsi fino a 14 gigawatt entro il 2030 Una dipendenza tecnologica che, avverte l'ex premier, rischia di assumere una dimensione strategica, dato che l'intelligenza artificiale è destinata a penetrare in quasi ogni settore, dall'industria alla sanità, dall'istruzione alla difesa
«Essere tagliati fuori dall'IA, una volta che l'economia si baserà su di essa, sarebbe come essere tagliati fuori dal sistema finanziario statunitense», ha scritto Draghi, utilizzando un paragone che rende immediatamente comprensibile la portata del rischio strategico che intravede
La soluzione proposta da Draghi si concentra su un elemento specifico, i dati Secondo l'ex presidente della Bce, quello dei dati è l'unico settore in cui l'Europa può ancora esercitare una reale sovranità, ed è anche quello con il maggior potenziale per generare crescita economica autonoma
Le stime della Commissione Europea, citate nello stesso intervento, indicano che entro il 2030 l'economia dei dati potrebbe superare gli 800 miliardi di euro, oltre il 5% del Pil complessivo dell'Unione Per sfruttare concretamente questa risorsa, Draghi indica la necessità di costruire più data center, aumentare la capacità di calcolo disponibile e garantire un maggiore controllo europeo sull'archiviazione e sul trattamento dei dati stessi
«L'Europa non deve scegliere tra crescita, sovranità e i propri valori. Può avere l'IA senza oligarchi», ha affermato Draghi, sintetizzando così l'obiettivo della sua proposta
La posizione di Draghi non resta isolata Anche da Bankitalia, attraverso le parole del governatore Fabio Panetta, arriva un giudizio convergente, secondo cui l'intelligenza artificiale rappresenterà il maggior volano di crescita dei prossimi anni, a patto però che il suo sviluppo resti al servizio della persona e della società, e non della semplice concentrazione di potere tecnologico nelle mani di pochi soggetti
Mentre si discute di produttività e sovranità economica, un fronte parallelo e sempre più nutrito di scienziati mette in guardia da rischi di natura completamente diversa, quelli legati alla possibile perdita di controllo sui sistemi di intelligenza artificiale più avanzati
Tra le voci più autorevoli spicca quella di Geoffrey Hinton, premio Nobel per la Fisica 2024 e considerato uno dei padri fondatori del deep learning In una recente intervista alla Bbc, Hinton ha dichiarato di non ritenere irragionevole che sistemi molto avanzati possano arrivare a causare l'estinzione dell'umanità, stimando una probabilità compresa tra il 10% e il 20% che questo possa accadere entro i prossimi trenta anni
Interrogato su come potrebbe concretamente verificarsi un simile scenario, Hinton ha spiegato che un sistema non avrebbe nemmeno bisogno di agire fisicamente nel mondo reale per provocare devastazioni «Potrebbe causare il caos più completo semplicemente parlando con le persone», ha dichiarato, aggiungendo che un'intelligenza artificiale sufficientemente avanzata potrebbe anche progettare virus biologici pericolosi oltre a virus informatici, o condurre attacchi informatici su vasta scala
Per rendere l'idea del possibile squilibrio di potere tra esseri umani e macchine future, Hinton ha utilizzato un paragone efficace, quello dei bambini di tre anni «Noi, come esseri umani, saremo i bambini di tre anni di fronte all'IA», ha affermato, sottolineando come le previsioni sui tempi si siano progressivamente accorciate, passando da ipotesi di diversi decenni a scenari molto più ravvicinati
Accanto a Hinton, anche Yoshua Bengio, altro pioniere del deep learning insignito del Turing Award, ha firmato insieme ad altri premi Nobel appelli pubblici che invitano alla massima prudenza nello sviluppo di sistemi sempre più autonomi Una dichiarazione firmata da 350 scienziati e ingegneri del settore, pubblicata dal Center for AI Safety, ha definito la mitigazione del rischio di estinzione legato all'intelligenza artificiale una priorità globale, paragonabile per importanza ad altri rischi come le pandemie e la guerra nucleare
Tra i firmatari di quella lettera compaiono, non senza un evidente paradosso, gli stessi leader delle principali aziende che sviluppano questi sistemi, tra cui Sam Altman di OpenAI, Demis Hassabis di Google DeepMind e Dario Amodei di Anthropic, a testimonianza di quanto la preoccupazione attraversi lo stesso settore che sta guidando lo sviluppo tecnologico
Non tutti gli esperti condividono però questi scenari allarmistici Alcuni osservatori, come emerso in un recente scambio pubblico su LinkedIn ripreso da diverse testate, hanno definito clickbait i titoli che parlano di intelligenza artificiale pronta a sterminare l'umanità, sottolineando come i modelli attuali si limitino di fatto a predire la parola successiva in una frase, senza possedere alcuna volontà propria
Resta il fatto che, quando si tratta di valutare i rischi legati ai sistemi futuri, più avanzati di quelli oggi disponibili, gli stessi ricercatori del settore si dividono profondamente, senza riuscire a portare prove definitive a sostegno delle rispettive posizioni
Osservando complessivamente il dibattito, emerge come le due posizioni, quella di Draghi orientata alla crescita economica e quella degli scienziati preoccupati per il rischio esistenziale, si muovano in realtà su piani temporali e concettuali differenti Draghi ragiona sull'impatto economico immediato e strutturale dell'adozione dell'intelligenza artificiale già oggi disponibile, mentre gli allarmi di Hinton e Bengio riguardano principalmente sistemi futuri, più avanzati e potenzialmente dotati di capacità che oggi l'intelligenza artificiale non possiede ancora
Questo non significa che le due prospettive siano del tutto scollegate Anzi, proprio la velocità di sviluppo del settore, sottolineata sia da chi ne celebra il potenziale economico sia da chi ne teme le conseguenze più estreme, rappresenta il punto di contatto più evidente tra le due narrazioni, entrambe concordi nel ritenere che l'intelligenza artificiale sia destinata a trasformare in modo irreversibile l'economia e la società nei prossimi anni, che si tratti di un'opportunità storica da cogliere o di un rischio da governare con estrema attenzione
Il dott. Luca Rossoni è un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e società di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogl...