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L'Europa continua a svuotarsi: nel 2100 saremo come negli anni '70 ma con il doppio degli anziani. Chi lavorerà e chi pagherà le pensioni

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di Dott.ssa Marianna Bassetti pubblicato il

Il futuro demografico dell'Europa si prospetta critico: una popolazione sempre più anziana, pochi giovani, welfare sotto pressione e importanti sfide economiche, culturali e sociali.

Le analisi demografiche mostrano con chiarezza un trend che, se non invertito, ridefinirà l'intero assetto sociale ed economico del continente: una Europa sempre più anziana e con popolazione in diminuzione. Il cosiddetto inverno demografico si manifesta attraverso il calo costante dei nati e un sensibile aumento della longevità media. Questo scenario comporta profonde conseguenze sull'organizzazione dello Stato sociale, sulla sostenibilità dei sistemi pensionistici e sulla coesione tra le generazioni.

Gli effetti di questa situazione non sono confinati unicamente all'ambito previdenziale, ma si espandono nella sfera del welfare, del mercato del lavoro e della produttività generale. All'orizzonte, il rischio di una società squilibrata dove la percentuale della popolazione over 65 supererà di molto quella dei giovani, pone questioni su chi garantirà il benessere collettivo, chi contribuirà al sistema pensionistico e come si ridisegneranno le politiche di inclusione sociale. Riconoscere l'estrema urgenza del tema significa confrontarsi con la necessità di soluzioni strutturali e lungimiranti in grado di dare risposte efficaci sia alle esigenze della popolazione anziana sia alle aspettative delle fasce lavorative più giovani.

L'impatto della transizione demografica si traduce anche in una maggiore pressione sulla forza lavoro attiva, destinata a sobbarcarsi l'onere crescente della solidarietà intergenerazionale: la diminuzione degli attivi e l'aumento degli anziani pongono una sfida inedita alla capacità dei sistemi economici di reggere il carico sociale e finanziario di una struttura demografica tanto sbilanciata.

Nel 2100 quasi una persona su tre avrà almeno 65 anni

La trasformazione è già cominciata. All'inizio del 2025 nell'Unione europea vivevano circa 99 milioni di persone con almeno 65 anni, pari al 22% della popolazione. Gli ultraottantenni costituivano già il 6%.

Le proiezioni Eurostat indicano che alla fine del secolo gli over 65 potrebbero raggiungere circa 133,8 milioni, mentre il loro peso sulla popolazione si avvicinerebbe al 34%. Il numero assoluto degli anziani, quindi, non dovrebbe letteralmente raddoppiare rispetto a oggi. Sarebbe scorretto sostenere il contrario.

A più che raddoppiare è invece la quota degli ultraottantenni, che dovrebbe passare dal 6% del 2025 al 16% del 2100. Considerando insieme la diminuzione degli abitanti e l'aumento della longevità, la parte superiore della piramide demografica diventerà enormemente più larga. Nel 2050, secondo il Joint Research Centre, quasi un residente europeo su tre avrà già almeno 65 anni, rispetto a circa uno su cinque oggi.

Mentre aumentano gli anziani spariscono 65 milioni di persone in età lavorativa

Il numero da osservare con maggiore attenzione non è però quello dei pensionati. È quello di chi dovrebbe lavorare per finanziare l'intero sistema. Eurostat stima che la popolazione europea tra 20 e 64 anni passerà da circa 263 milioni nel 2025 a 198,4 milioni nel 2100.

Sono quasi 65 milioni di potenziali lavoratori in meno. Anche il peso relativo cambia drasticamente. Le persone tra 20 e 64 anni costituiscono oggi circa il 58% degli abitanti dell'Unione. Nel 2100 potrebbero rappresentarne meno della metà, il 49,7%. Nel frattempo scenderà anche il numero dei giovani destinati a sostituire chi va in pensione.

La conseguenza può essere visualizzata attraverso il rapporto di dipendenza degli anziani, che confronta la popolazione sopra i 65 anni con quella in età lavorativa.

Nel 2025 il rapporto tra over 65 e persone tra 20 e 64 anni era pari al 37,6%. Eurostat lo proietta al 67,5% nel 2100. In termini semplificati, oggi ci sono quasi tre persone in età lavorativa per ogni anziano; alla fine del secolo si potrebbe arrivare a circa tre persone in età lavorativa ogni due over 65. Non tutte le persone tra 20 e 64 anni lavorano, naturalmente. Ed è proprio questo a rendere il problema ancora più complesso.

Le persone in età da lavoro non coincidono con i lavoratori

Nel 2025 il tasso di occupazione europeo della popolazione tra 20 e 64 anni ha raggiunto il 76,1%, massimo dall'inizio della serie Eurostat nel 2009. Gli occupati erano 197,7 milioni. Questo significa che già oggi una parte consistente delle persone considerate demograficamente in età lavorativa non sta effettivamente lavorando.

Per mantenere una forza lavoro sufficientemente ampia mentre diminuisce la popolazione, l'Europa dovrà quindi agire contemporaneamente su più fronti: aumentare il numero di persone che lavorano, prolungare almeno in parte la permanenza nel mercato del lavoro, attirare lavoratori dall'estero e produrre più ricchezza con ogni occupato.

La semplice speranza che tornino a nascere molti più bambini non può risolvere i problemi dei prossimi venti o trent'anni. Anche un'improvvisa ripresa delle nascite avrebbe infatti effetti sul mercato del lavoro soltanto dopo circa due decenni.

Perché nascono sempre meno bambini

Alla base dello squilibrio c'è una natalità che continua a scendere. Nel 2024 nell'Unione europea sono nati appena 3,55 milioni di bambini, il 3,3% in meno rispetto all'anno precedente.

Il tasso di fecondità è precipitato a 1,34 figli per donna, contro 1,38 nel 2023. È il valore più basso della serie europea disponibile dal 2001 e rimane lontanissimo dai circa 2,1 figli per donna che, in assenza di migrazioni, consentirebbero nel lungo periodo il ricambio delle generazioni.

Per capire quanto sia cambiato il continente basta guardare alle nascite. Nel 1964 nei Paesi che compongono oggi l'UE nacquero circa 6,8 milioni di bambini. Nel 2024 sono stati 3,55 milioni: quasi la metà. Una generazione numerosa sta quindi entrando progressivamente nella fase della pensione mentre dietro ne arrivano altre molto più piccole.

L'immigrazione sta già impedendo all'Europa di ridursi molto più velocemente

Senza immigrazione il declino sarebbe decisamente più rapido. Eurostat stima che tra il 2025 e il 2100 nell'Unione europea potrebbero verificarsi complessivamente circa 253 milioni di nascite e quasi 410 milioni di morti. Il saldo naturale sarebbe quindi negativo per circa 157 milioni di persone.

A compensarne una parte consistente dovrebbe essere la migrazione netta, che nello scenario centrale aggiungerebbe cumulativamente circa 104 milioni di persone. Alla fine rimarrebbero i 53 milioni di abitanti persi indicati dalla proiezione principale. È un dato essenziale per capire la demografia europea: l'immigrazione non è soltanto un fenomeno sociale o politico, ma è già una delle variabili che determinano la dimensione futura della forza lavoro.

Eurostat sottolinea che una migrazione netta positiva può rallentare l'invecchiamento proprio perché molti migranti appartengono alle fasce di età lavorativa.

Non significa però che l'immigrazione possa annullare automaticamente il problema. Anche i lavoratori stranieri invecchiano, maturano diritti pensionistici e utilizzano i servizi pubblici. Perché l'immigrazione migliori l'equilibrio del welfare servono soprattutto occupazione regolare, produttività, contributi versati e integrazione nel mercato del lavoro.

Quindi chi lavorerà nel 2050 e nel 2100?

La risposta più probabile è: una popolazione lavorativa diversa da quella alla quale l'Europa è stata abituata nel secondo dopoguerra. Ci saranno meno giovani autoctoni, ma dovranno lavorare quote più elevate delle persone che oggi restano ai margini del mercato del lavoro.

Una prima riserva è costituita dalle donne. Nel 2025 il tasso di occupazione europeo tra 20 e 64 anni era dell'80,9% per gli uomini e del 71,2% per le donne, lasciando quasi dieci punti percentuali di differenza. Ridurre quel divario significa ottenere milioni di occupati senza aumentare la popolazione.

Un'altra riserva è composta dai lavoratori più anziani. Con l'allungamento della vita e il miglioramento delle condizioni di salute, una quota crescente di europei potrebbe restare professionalmente attiva dopo i 60 anni e, in alcune professioni, oltre l'età oggi associata al pensionamento.

La Commissione europea individua proprio nell'aumento della partecipazione di donne, anziani, giovani, persone con basse qualifiche, persone con disabilità e cittadini con background migratorio una delle leve per compensare la contrazione della popolazione in età lavorativa.

E poi ci saranno robot e intelligenza artificiale

La seconda risposta alla domanda “chi lavorerà?” potrebbe sembrare paradossale: non necessariamente servirà sostituire ogni lavoratore mancante con un'altra persona. Se una popolazione più piccola riesce a produrre più beni e servizi per ora lavorata, il calo numerico della forza lavoro può essere almeno in parte compensato dalla produttività.

Automazione, robotica e intelligenza artificiale assumono quindi un'importanza economica che va oltre la semplice innovazione tecnologica. Una fabbrica che produce la stessa quantità con 800 addetti invece di 1.000 può continuare a generare reddito nonostante una minore disponibilità di lavoratori. Lo stesso principio può riguardare logistica, agricoltura, amministrazione, servizi finanziari e una parte delle professioni qualificate.

Il passaggio non è automatico. Se i guadagni di produttività restassero concentrati in pochi settori o non si trasformassero in salari, profitti tassabili e basi contributive, la tecnologia da sola non risolverebbe il finanziamento del welfare. La vera questione sarà quindi quanta ricchezza produrrà ogni lavoratore rimasto, non soltanto quanti lavoratori ci saranno.

Chi pagherà le pensioni?

Qui occorre distinguere tra diversi sistemi nazionali, perché non esiste una pensione europea unica. Una parte molto ampia della previdenza pubblica del continente funziona attraverso meccanismi a ripartizione: in termini semplificati, i contributi versati oggi dai lavoratori finanziano le pensioni pagate oggi, accompagnati in numerosi Paesi da trasferimenti provenienti dalla fiscalità generale.

Non esiste quindi necessariamente un conto personale nel quale siano rimasti materialmente accantonati tutti i contributi versati da un pensionato durante la carriera. Se diminuiscono i contribuenti e aumentano i pensionati, l'equilibrio diventa più difficile.

Le pensioni non “finiscono” automaticamente, ma lo Stato deve trovare un nuovo equilibrio tra alcune variabili: contributi, tasse, età pensionabile, numero degli occupati, crescita dei salari, produttività e importo delle prestazioni. La demografia non determina quale soluzione verrà scelta. Restringe però progressivamente lo spazio disponibile.

Un sistema pensionistico pubblico può continuare a funzionare anche con una popolazione molto anziana, a condizione che entrate e uscite vengano adattate.

La questione è a quale costo e con quali regole. Se ci sono meno lavoratori per ogni pensionato, le alternative economiche sono sostanzialmente combinazioni di poche possibilità: aumentare l'occupazione, aumentare la produttività, lavorare più a lungo, raccogliere maggiori contributi o imposte, contenere la crescita delle pensioni oppure ricorrere maggiormente alla previdenza complementare e al risparmio accumulato. In genere le riforme reali combinano più strumenti.






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Dott.ssa Marianna Bassetti

La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...

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