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Liste di attesa: i tempi medi per visite ed esami dai nuovi dati del Governo riportati in anteprima dal Sole24ore

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di Marianna Quatraro pubblicato il

Liste d’attesa sempre più al centro del dibattito: nuovi dati del Governo analizzano tempi medi, criticità, differenze regionali, cause e impatti sociali, tra possibili soluzioni e sfide aperte per una maggiore equità.

Le liste d’attesa in ambito sanitario continuano a rappresentare una delle maggiori sfide per il Sistema Sanitario Nazionale. Il tema, ampiamente dibattuto a livello politico e sociale, riflette le difficoltà dei cittadini nell’accesso tempestivo a visite mediche ed esami diagnostici pubblici. 

Solo il 40% della popolazione è consapevole dei limiti di tempo fissati dalla normativa, mentre la restante parte rimane in balia dell’incertezza sulle procedure e sui propri diritti. La diffusione di dati puntuali e aggiornati attraverso la nuova piattaforma nazionale rappresenta un primo passo verso una maggiore trasparenza, ma la realtà quotidiana mostra ancora grandi criticità: secondo indagini recenti, il 52% delle visite e il 36% degli esami si svolgono oltre i termini massimi.
L’analisi dei giornalisti Marzio Bartoloni e Barbara Gobbi pubblicata dal Sole24ore rivela, inoltre, una profonda divaricazione tra le regioni italiane e tra le diverse tipologie di prestazione, delineando una situazione di forte disuguaglianza nell’accesso alle cure.

Cosa sono le liste d’attesa e quali sono i tempi previsti dalla legge

All’interno del SSN, le liste d’attesa strutturano l’ordine con cui i cittadini accedono a prestazioni specialistiche ed esami. Questo sistema si basa sulla priorità clinica indicata dal medico prescrittore, che stabilisce tempi massimi di erogazione. Le quattro classi di priorità previste sono:

  • U (urgenza): prestazione da svolgere entro 72 ore;
  • B (breve): entro 10 giorni;
  • D (differibile): entro 30 giorni per visite, 60 giorni per esami diagnostici;
  • P (programmabile): entro 120 giorni.
Anche per i ricoveri, la normativa fissa quattro categorie con tempi massimi: da 30 giorni (A) fino a 12 mesi (D). Nonostante questa architettura, nelle pratiche concrete, le regole risultano spesso inapplicate o superate, come testimoniano numerose segnalazioni dei cittadini.
Se la prestazione non viene soddisfatta nel termine, il cittadino può richiedere di riceverla in regime di attività libero-professionale intramuraria (intra moenia) o presso il privato accreditato, pagando eventualmente solo il ticket. Per sostenere una gestione trasparente, il ministero ha introdotto meccanismi di controllo e strumenti informativi digitali che, nelle intenzioni, dovrebbero rendere più agevole il monitoraggio delle attese e dei diritti degli utenti.
Tuttavia, la presa di coscienza sull’efficacia reale di tali strumenti resta legata sia all’adozione omogenea delle procedure nelle varie regioni sia alla chiarezza informativa nei confronti dei cittadini. La complessità amministrativa e la disparità di risorse impattano notevolmente sulla capacità delle strutture di rispettare i termini di legge.

I dati ufficiali 2025: i tempi medi per visite ed esami secondo il Governo e la nuova Piattaforma nazionale

L’introduzione della Piattaforma nazionale presso Agenas, fortemente voluta dal Ministero della Salute, rappresenta un tentativo di garantire trasparenza sui tempi medi per le visite e gli esami diagnostici. Secondo i dati relativi ai primi cinque mesi del 2025, sono stati registrati 23 milioni di prenotazioni per visite specialistiche ed esami, con un milione di prestazioni effettuate nei fine settimana.
La nuova piattaforma fornisce, per ciascuna prestazione, dati statistici divisi per classi di priorità (U, B, D, P) e indica i giorni medi di attesa nei punti percentuali (25%, 50%, 75% delle prenotazioni). Tuttavia, allo stato attuale, l’accessibilità ai dati di dettaglio regionale o di singola struttura rimane limitata, riducendo l’utilità pratica dell’iniziativa per gli utenti.

Nel 2025, il rispetto dei tempi massimi si verifica soltanto per metà delle prestazioni: il 75% delle urgenze viene gestito in tempo solo per alcune tipologie di visite ed esami, mentre le “prestazioni programmabili” mostrano disparità notevoli, con punte di ritardo ben oltre i 120 giorni previsti dalla norma. In molte realtà, la quota di accettazione delle prime disponibilità proposte (33,61% per le visite, 42,81% per gli esami) resta bassa, segnalando che una larga parte degli utenti si rivolge altrove o rinuncia.

Le otto prestazioni sotto osservazione e i casi più critici

La piattaforma nazionale ha identificato otto prestazioni sotto particolare monitoraggio, sia per la loro diffusione sia per la criticità dei tempi registrati:

  • colonscopia totale,
  • eco(color)dopplergrafia dei tronchi sopraortici,
  • gastroscopia,
  • prima visita cardiologica,
  • prima visita dermatologica/allergologica,
  • prima visita oculistica,
  • prima visita ortopedica,
  • tomografia computerizzata (Tc) del torace.
L’indagine condotta e anticipata dal Sole24ore, grazie agli approfondimenti di Marzio Bartoloni e Barbara Gobbi, segnala che in alcune strutture del Sud si possono attendere oltre 800 giorni per un esame e fino a 300 per una prima visita, contro i termini previsti dalla legge (120 o talvolta 180 giorni per gli esami programmabili). Casi emblematici sono stati osservati nelle Asl di Teramo (861 giorni per l’ecocolordoppler), nella Barletta-Andria-Trani (702 giorni per una colonscopia programmabile) e al Policlinico di Bari.
In diverse situazioni, il ritardo supera di gran lunga il massimo anche per le prestazioni individuate dal medico come prioritarie: per esempio, 235 giorni di attesa per esami “brevi” che dovrebbero essere effettuati in 10 giorni. L’introduzione di una misurazione della “gravità” del ritardo tramite indicatori di alert permette di individuare le aree più problematiche e indirizzare correttivi mirati.

Differenze tra Nord, Centro e Sud: grandi ritardi e disuguaglianze regionali

L’analisi territoriale dei dati conferma una profonda divisione geografica nell’accesso a visite ed esami diagnostici. Nel Nord, il tempo medio di attesa è sui 114 giorni; nel Centro si sale a 126 giorni, e nel Sud e nelle isole scende leggermente a 108 giorni, ma con fortissime variazioni locali.
I ritardi più gravi si concentrano in Puglia e Abruzzo, dove le percentuali di alert sfiorano il massimo per diverse delle otto prestazioni osservate: fino all’86% per le visite ortopediche in Barletta-Andria-Trani, 85% per la colonscopia al Policlinico di Bari. Anche in Abruzzo, l’alert raggiunge valori tra il 37% e il 68%.
Disuguaglianze sono riscontrabili anche nella capacità amministrativa, nei flussi informativi e nelle infrastrutture degli ospedali. Le regioni più in difficoltà – specialmente nel Sud – soffrono di carenze di personale, gestione intermittente dei dati e meno risorse dedicate.

Le strutture ospedaliere e le Regioni con le migliori performance

Lo scenario evidenzia anche eccellenze: tra le strutture più efficienti spiccano l’IRCCS Inrca di Ancona (colonscopia, prima visita cardiologica), l’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo (eco dei tronchi sovraortici), l’Ausl di Piacenza (gastroscopia), l’Aulss Dolomiti e la Marca Trevigiana in Veneto (dermatologia/allergologia e oculistica), e l’azienda sanitaria di Pesaro-Urbino per la Tc del torace.
A livello regionale, il Veneto è segnalato come la realtà con i migliori tempi medi e le percentuali minime di alert (colonscopia 3%, gastroscopia 1%, prima visita cardiologica 1%, prime visite dermatologica e oculistica 4%), seguito da Trento (con alert al 2% sull’ecocolordoppler) e Umbria (prima visita ortopedica).
La fotografia della piattaforma suggerisce quindi che, pur a fronte di problemi strutturali, esistono modelli virtuosi che possono fungere da benchmark per altre realtà.

Cause e conseguenze delle lunghe attese: sanità privata, rinunce e impatto sociale

I lunghi tempi di attesa spingono una quota sempre crescente di cittadini verso il settore privato: secondo indagini recenti, il 30% opta per prestazioni a pagamento e solo il 5% dichiara di non avere mai ricorso ai servizi privati. In media, la spesa individuale si aggira attorno ai 138 euro a prestazione, con una percentuale crescente di assicurati (25%, di cui parte tramite contratti di lavoro).
Quest’orientamento non è solo una libera scelta: per molti, rappresenta un’alternativa obbligata di fronte a tempi pubblici insostenibili. Di conseguenza, oltre 2 milioni di italiani tra i 18 e i 74 anni hanno rinviato visite o cure nel 2024 per motivi economici o logistici, con una ricaduta ancora maggiore su chi convive con malattie croniche (rinunce nel 9,2% dei casi).
Sulle ripercussioni sociali e sulla crescita della spesa sanitaria privata hanno influito la pandemia, il rallentamento delle prestazioni tra il 2020-21 e la successiva accumulazione di richieste. Le regioni più deboli soffrono anche per minore informazione e comunicazione, che aumenta la difficoltà di accesso per le fasce a rischio o meno digitalizzate. L’inadeguatezza delle risposte pubbliche alimenta diseguaglianze sanitarie e sociali.

Le misure per il futuro: la Piattaforma, l’organismo di controllo e le novità normative

L’attivazione della piattaforma nazionale rappresenta un progresso importante in tema di trasparenza e monitoraggio, anche se resta da perfezionare: il dettaglio sui dati locali e per struttura non è ancora disponibile, ma sono previste nuove versioni arricchite di queste funzionalità.
Con il decreto n. 73 del 7 giugno 2024, si sono introdotte importanti innovazioni normative e organizzative:

  • la possibilità, per il cittadino, di consultare dati aggiornati in tempo reale e richiedere prestazioni intra moenia o in strutture accreditate se il SSN supera i tempi stabiliti;
  • il potenziamento dell’offerta assistenziale (estensione orari, servizi nei festivi e weekend);
  • l’introduzione di un Organismo nazionale di verifica e controllo, con poteri sostitutivi in caso di continue irregolarità regionali nell’attuazione delle liste di attesa;
  • il rafforzamento del flusso informativo tra Regioni e Ministero, con la possibilità per lo Stato di intervenire direttamente nelle Regioni inadempienti.
Altre misure, come l’integrazione effettiva del Centro Unico di Prenotazione regionale per tutte le strutture (comprese quelle private convenzionate) e il superamento dei tetti di spesa per il personale sanitario, restano parzialmente inattuate e rappresentano la prossima complessa sfida. Il cammino, dunque, è avviato, ma molto resta da fare per assicurare omogeneità ed equità sull’intero territorio nazionale.


Marianna Quatraro

Laureata in Lingue e Letterature Straniere e Scienze dalla Comunicazione, giornalista pubblicista dal 2008, collaboratrice presso testate locali e nazionali, con ottime competenze linguistiche straniere, specializzata in campo letterario ed economico, collabora con la testata online Businessonline trattando in particolar modo il mondo delle pensioni, argomento di cui si occupa ormai da circa 20 an...