Dal 2006 il tuo sito imparziale su Lavoro, Fisco, Investimenti, Pensioni, Aziende ed Auto

L'Italia è davvero tornata a crescere e si vive meglio? Sì, no o forse

di Marcello Tansini pubblicato il
Dove si vive meglio

L'Italia mostra segnali di crescita, tra dati economici, occupazione, PNRR e sfide come produttività, inflazione e demografia. Un viaggio tra numeri, percezioni e scenari globali per capire come si vive.

La crescita e la qualità della vita nel Paese sono temi oggi al centro di dibattiti pubblici e analisi degli osservatori economici. Da un lato, le statistiche ufficiali confermano una ripresa moderata negli ultimi anni; dall'altro, la percezione di cittadini e operatori rimane segnata dall'incertezza e dal confronto con i tempi della ripresa post-pandemica e la situazione dei partner europei. Sembra emergere una distanza fra ciò che i dati indicano e quanto la popolazione sperimenta nella vita quotidiana.

Il rallentamento demografico e l'aumento della complessità dei macro-scenari accentuano questo divario, mentre nuovi indicatori di benessere e di consumo spingono a chiedersi se davvero si viva meglio rispetto a pochi anni fa. I report delineano una situazione contrastante.

I dati sulla crescita: Pil, consumi pro capite e confronto

L'andamento dell'economia italiana, dal 2024 a oggi, ha registrato una crescita del Pil tra lo 0,5% e lo 0,7% l'anno, con previsioni di una stabilizzazione intorno allo 0,5-0,8% nel medio termine. Questo dato, seppure modesto rispetto ai picchi post-pandemici (con un rimbalzo che aveva superato il 6% nel 2021), testimonia comunque una ripresa: l'Italia cresce a velocità inferiore rispetto all'Eurozona, che si attesta attorno all'1% nello stesso arco temporale.

La dinamica del Pil pro capite offre uno spaccato aggiuntivo. Secondo l'analisi dei dati grezzi, il livello di Pil pro capite italiano nel periodo 2024/25 risulta superiore del 7,5% rispetto al 2019, mentre la Spagna si attesta a +4,6%, la Francia a +2,7% e la Germania è ancora sotto i livelli pre-crisi. Questo andamento si riflette anche nei consumi pro capite: l'Italia mostra un incremento del 2,7% sul 2019, davanti a Francia, Spagna e Germania. Ulteriori statistiche mettono in evidenza una ripresa più lenta del potere d'acquisto, a fronte di una crescita nominale sostenuta anche dall'inflazione.

Dal punto di vista della struttura del Pil italiano, la spesa delle famiglie incide per il 61%, la spesa pubblica per il 19% e gli investimenti fissi lordi per il 17%. L'export mantiene un ruolo significativo, pari al 30% del Pil totale, mentre le importazioni coprono il 27%. La resilienza della domanda interna - più che la componente estera - ha evitato recessioni, specie in presenza di un clima macroeconomico internazionale segnato da turbolenze tariffarie e incertezze globali.

Il confronto con gli altri grandi Paesi europei vede la Germania e la Francia rallentare, mentre la Spagna mostra una crescita più vivace ma resta indietro rispetto ai livelli pre-pandemici. In questo quadro, la performance italiana - benché inferiore alle aspettative di lungo periodo - si presenta come un equilibrio tra stabilità, resilienza sociale e fragilità strutturali ancora da superare.

Eppure c'è un rapporto che certifica ciò che ormai appare evidente: i ricchi continuano ad accumulare ricchezza, mentre i poveri scivolano sempre più in basso. A dirlo è il World Wealth Report, che fotografa una dinamica diventata strutturale, accettata come se fosse una legge naturale, quando in realtà potrebbe essere contrastata se esistesse una reale volontà collettiva e un’organizzazione politica all’altezza.

Secondo lo studio, in 71 Paesi del mondo la ricchezza detenuta dai milionari ha raggiunto gli 800 miliardi di dollari, con un aumento del 4,7% rispetto all’anno precedente, una crescita superiore persino ai rendimenti riconosciuti dalla Banca Centrale Europea alle banche. Oggi le persone che possiedono almeno un milione di dollari sono 22 milioni e 800 mila, lo 0,28% della popolazione mondiale. Un trionfo, verrebbe da dire, delle magnifiche sorti e progressive.

Ma anche dentro questa minuscola élite esiste una gerarchia feroce. Il 90% dei milionari dispone di patrimoni fino a cinque milioni di dollari, il 9% possiede tra i cinque e i trenta milioni, mentre solo l’1% supera la soglia dei trenta milioni. Eppure, quest’ultima microscopica fascia controlla da sola il 34% dell’intera ricchezza dei milionari: circa 272 miliardi di dollari, un terzo del totale. In altre parole, poco meno di 280 mila individui concentrano nelle proprie mani una ricchezza media prossima al miliardo di dollari ciascuno, con differenze enormi tra chi è semplicemente immensamente ricco e chi lo è in modo astronomico.

I motori della crescita: occupazione, investimenti e PNRR

Tre leve principali sostengono la ripresa del contesto nazionale: la tenuta del mercato del lavoro, la dinamica degli investimenti e il sostegno delle misure straordinarie del PNRR:

  • Occupazione: negli ultimi anni si è osservato un incremento degli occupati e una discesa del tasso di disoccupazione (sceso al 6,1% nel 2026 secondo stime), con un massimo storico del tasso di attività intorno al 63%. La maggiore partecipazione al lavoro ha compensato in parte gli effetti del calo demografico, favorendo la crescita del reddito disponibile e dei consumi interni.
  • Investimenti: il tasso di crescita degli investimenti si è rafforzato a partire dal 2025 (+2,8%) e mantiene un ritmo positivo (+2,7% atteso nel 2026), trascinato dal completamento delle opere pubbliche e dagli incentivi legati ai finanziamenti europei. Gli investimenti in fabbricati non residenziali e in macchinari si sono rivelati particolarmente dinamici, a fronte di un settore immobiliare residenziale in flessione.
  • Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR): questo programma europeo continua a essere un propulsore della domanda interna, alimentando le infrastrutture, la transizione verde e digitale, e sostenendo l'aumento di investimenti pubblici e privati. L'impatto del PNRR si misura anche sulla modernizzazione del tessuto produttivo e sulla riduzione dei divari territoriali.
L'effetto combinato di questi tre fattori ha consentito una crescita che, in assenza di investimenti pubblici aggiuntivi e con un calo della popolazione, sarebbe risultata sensibilmente più debole. Il rafforzamento del mercato occupazionale e la stabilità degli investimenti rappresentano così le principali forze trainanti dell'attuale scenario italiano.

I punti critici: produttività, demografia e clima di fiducia

Nonostante segnali incoraggianti, permangono aree di fragilità che rallentano il potenziale di sviluppo nazionale:

  • Produttività: la dinamica della produttività totale dei fattori resta debole e i dati segnalano una crescita nulla o leggermente negativa negli ultimi anni. Questo limita l'efficacia degli investimenti e la capacità del sistema di generare valore aggiunto. Secondo vari rapporti, la produttività è fortemente condizionata da una struttura produttiva basata su piccole e medie imprese poco orientate all'innovazione e dalla burocrazia persistente.
  • Demografia: la popolazione italiana continua a diminuire, con impatti sulle fasce di età attiva e sul sistema pensionistico. La riduzione del numero di abitanti comporta una contrazione strutturale della domanda interna, rendendo più difficile sostenere tassi di crescita robusti nel lungo periodo.
  • Clima di fiducia: le indagini ISTAT e altri indicatori mostrano un sentiment tra imprese e consumatori ancora debole, segno di attese incerte per il futuro. Le aspettative basse, specialmente nel settore manifatturiero e tra le famiglie, incidono negativamente sulle decisioni di spesa e investimento, rischiando di autoalimentare la moderazione della crescita.
L'effetto combinato di questi fattori rappresenta il principale ostacolo per un'accelerazione decisa del sistema, suggerendo la necessità di riforme strutturali, investimenti in ricerca e sviluppo e politiche di attrazione per giovani e talenti.

Il mercato del lavoro: dinamiche occupazionali e qualità

L'analisi delle tendenze occupazionali rivela una realtà sfaccettata. Il tasso di occupazione ha raggiunto massimi storici, oltre il 62%, mentre la disoccupazione si attesta al minimo degli ultimi decenni (6,1% nel 2026). L'aumento degli occupati è stato trainato soprattutto dal settore dei servizi e dalle costruzioni, ambiti direttamente influenzati dagli investimenti PNRR e dalla dinamica dei cantieri pubblici.

La flessione osservata nell'industria viene compensata dall'espansione dell'agricoltura (+0,7%) e da una crescita moderata nei servizi. Le retribuzioni contrattuali hanno continuato a crescere, seppur a ritmo meno sostenuto rispetto all'inflazione nei periodi precedenti, con un recupero parziale del potere d'acquisto. Tuttavia, il livello delle retribuzioni reali rimane sotto quello di inizio decennio.

Un elemento da considerare è la qualità dell'occupazione. L'Italia presenta una parte significativa di contratti a tempo determinato e part-time, e il tasso di inattività permane elevato specie tra giovani e donne in alcune regioni. L'età media degli occupati cresce, riflesso di una popolazione che invecchia, e la stabilità contrattuale migliora ma resta inferiore agli standard europei.

Nel complesso, il mercato del lavoro mostra resilienza ma anche urgenti necessità di riforma, con il rischio che una certa stagnazione nell'innovazione e nella qualificazione del lavoro limiti il potenziale di crescita complessiva nel medio periodo.

Inflazione, consumi e benessere: viviamo davvero meglio?

Il rapporto tra inflazione, consumi e qualità della vita è centrale per comprendere la percezione del benessere. L'indice dei prezzi al consumo si è stabilizzato su livelli contenuti, tra l'1,2% e l'1,6% su base annua nel periodo 2025-2026, ben al di sotto delle soglie critiche registrate durante la crisi delle materie prime.

L'andamento dei consumi delle famiglie mostra una progressiva, sebbene modesta, accelerazione: +0,8% nel 2025 e +0,9% atteso nel 2026. La crescita dei redditi da lavoro e la discesa dell'inflazione hanno reso più accessibili i beni durevoli e hanno ridotto la pressione sui bilanci familiari, sebbene una parte rilevante della popolazione continui a registrare fragilità economiche.

Secondo dati Eurostat, tuttavia, ancora il 63% delle famiglie fatica a far fronte alle spese mensili, un valore superiore alla media europea. Le disuguaglianze e l'aumento della propensione al risparmio nei contesti di incertezza spiegano solo in parte questa situazione. La crescita del benessere reale rimane differenziata tra territori, categorie sociali e fasce di reddito.

L'Italia è uno dei pochi Paesi dell'Area Euro ad aver già recuperato i livelli di consumi pro capite pre-pandemia. Tuttavia, la percezione diffusa che ci si trovi in una fase di cresciuta moderatezza resta, rafforzata da dinamiche demografiche e di mercato che pongono limiti oggettivi a una piena diffusione del benessere.

Conti pubblici, rating e sostenibilità della crescita

La gestione della finanza pubblica nel periodo si presenta come uno dei fattori di solidità percepita nei confronti dei mercati internazionali. Il rapporto deficit/Pil è sceso al 3% già dal 2025, con una previsione di ulteriore discesa al 2,8% nel 2026. Questo risultato ha consentito una revisione al rialzo del rating di Standard & Poor's (BBB+ con outlook positivo), indicando fiducia nella capacità dell'Italia di gestire lo scenario esterno e i rischi connessi all'indebitamento:

  • Avanzo primario: il Paese mostra nuovamente un saldo positivo prima degli interessi sul debito, nonostante la pressione fiscale sia salita fino al 42,8% del Pil.
  • Spesa pubblica: la manovra finanziaria per il triennio 2026-2028 punta a una riduzione misurata, mantenendo tuttavia gli impegni su investimenti e spesa sociale, in linea con i vincoli europei.
  • Debito pubblico: permane su livelli elevati ma si inserisce in un percorso di graduale contenimento, favorito dalla riduzione dei tassi di interesse e dalla crescita nominale del Pil.
L'affidabilità finanziaria acquisita è il frutto di una strategia di prudenza condivisa con la Commissione Europea e i possibili effetti sulla fiducia degli investitori restano tangibili. La continuità di queste politiche sarà un elemento chiave per la vera sostenibilità della crescita nei prossimi anni, anche alla luce dei costi crescenti legati a spese straordinarie (difesa, transizione verde, sanità).

Scenario internazionale: dazi, export e criticità globali

Lo scenario internazionale influenza le prospettive di sviluppo nazionale. Il ciclo globale si sta stabilizzando dopo la pandemia ma presenta nuove vulnerabilità emerse dalle guerre tariffarie e dalle tensioni geopolitiche.

Negli ultimi due anni, l'export italiano ha subito un rallentamento, specie nei comparti di beni strumentali e tecnologie, a causa delle restrizioni tariffarie imposte dagli Stati Uniti e delle oscillazioni dei mercati. L'accordo temporaneo USA-Cina ha ridotto, ma non eliminato, la pressione su alcune catene di fornitura. L'area dell'Euro ha beneficiato di una stabilizzazione delle condizioni di finanziamento e dell'apprezzamento della valuta rispetto al dollaro, ma la domanda interna resta il principale motore della crescita italiana.

Analisti segnalano che, esauritosi l'effetto dei cosiddetti front-loading (anticipi agli ordini in vista dell'introduzione dei dazi), il saldo della bilancia commerciale si mantiene positivo (2,2% del Pil nel 2025), ma l'apporto netto delle esportazioni alla crescita resta negativo. Persistono rischi legati alla volatilità dei mercati delle materie prime, alla crisi immobiliare cinese e alle scelte di politica monetaria delle principali economie mondiali.

Il quadro generale suggerisce perciò un prudente ottimismo sullo scenario futuro, con la raccomandazione di investire sulle competenze e sulle filiere a maggior valore aggiunto, in grado di resistere alla variabilità del contesto globale.