Dopo il divorzio, ricominciare significa anche trovare un posto in cui sentirsi a casa. Mario Lichieri racconta il ritorno dai genitori, la vita in 14 metri quadrati e il sostegno pratico per affrontare la separazione e ripartire.
A metà agosto 2026 Mario Lichieri, 42 anni, ha lasciato la casa condivisa con la moglie portando con sé una valigia, il computer e una cartella di documenti. Si è sistemato in un piccolo locale di circa 14 metri quadrati, ricavato anni prima nell’ex garage dei genitori. Il matrimonio era arrivato alla fine, ma prima ancora di affrontare le pratiche della separazione c’era un problema da risolvere: trovare un posto dove vivere con quello che riusciva a guadagnare.
Mario è un giornalista freelance. Scrive per alcune testate, propone articoli, segue appuntamenti di cronaca e accetta incarichi di comunicazione quando arrivano. Il lavoro gli riempie buona parte delle giornate; gli incassi, però, cambiano da un mese all’altro. Quando ha cominciato a cercare casa, ha capito che sostenere da solo un affitto avrebbe assorbito quasi tutto il margine del suo bilancio. Per il momento, l’ingresso indipendente accanto alla casa dei genitori è l’unica porta che ha potuto aprire senza versare una cauzione.
Durante il matrimonio alcune spese erano condivise: bollette, collegamento a Internet, acquisti per la casa. Separarsi significa anche dividere questa organizzazione e scoprire quanto costa ricostruirne una da soli. Il frigorifero da riempire resta, così come il telefono da pagare e l’automobile con cui raggiungere un’intervista. A queste uscite si aggiungono il trasloco e le prime spese per la consulenza legale.
Mario ha fatto un preventivo partendo da un bilocale da 650 euro al mese che aveva trovato tra gli annunci. Nei mesi in cui gli restano circa 1.400 euro disponibili, dopo avere accantonato le somme per imposte e contributi, il canone prenderebbe quasi metà del denaro. Con 140 euro stimati per utenze e condominio, 250 per la spesa, 140 per carburante, assicurazione e manutenzione dell’auto ripartiti sul mese, e 50 per telefono e strumenti di lavoro, le uscite arriverebbero a 1.230 euro.
Resterebbero 170 euro, prima delle visite mediche, delle spese legali, dei vestiti e di qualsiasi imprevisto. Per entrare nell’appartamento servirebbero anche il deposito richiesto e il primo canone: denaro da trovare subito, mentre due pagamenti per articoli già consegnati devono ancora arrivare. Il problema riguarda sia quanto guadagna sia quando incassa. Un affitto ha una scadenza precisa; quei bonifici, nella sua esperienza, molto meno.
La mattina Mario apre il computer e controlla due caselle: quella degli incarichi e quella dei pagamenti. Una proposta accettata gli assicura lavoro per i giorni seguenti, ma non risolve la spesa della settimana. Deve ancora scrivere, consegnare e aspettare il compenso. Nei periodi con meno richieste, passa parte del tempo a cercare collaborazioni che potrebbero non partire.
Ha valutato anche un impiego dipendente, inviando candidature a redazioni e uffici comunicazione. Finora ha raccolto colloqui senza seguito e offerte per collaborazioni brevi. Nel frattempo continua con gli incarichi che ha, anche quelli che richiedono molte ore rispetto al compenso. Rifiutarli gli darebbe tempo per cercare altro, ma ridurrebbe subito le entrate già fragili.
Sulla scrivania tiene un quaderno con tre colonne: lavoro consegnato, denaro incassato, spese in scadenza. Gli serve a non confondere ciò che ha guadagnato sulla carta con quello che può spendere. Anche i soldi destinati a imposte e contributi rimangono separati: usarli per pagare un nuovo affitto significherebbe spostare il problema di qualche mese.
Quando aveva lasciato la casa di famiglia, Mario pensava che sarebbe tornato soltanto per una visita o per il pranzo della domenica. Da adolescente aveva avuto rapporti difficili con i genitori e andarsene era stato anche un modo per trovare la propria autonomia. Rientrare con le valigie gli ha fatto provare un senso di sconfitta, soprattutto nei primi giorni, quando gli sembrava di dover spiegare a tutti perché fosse di nuovo lì.
Alcuni amici gli avevano offerto un divano. Dai genitori, però, poteva avere uno spazio separato, senza chiedersi ogni sera se stesse occupando troppo a lungo la casa di qualcun altro. Il locale ha un ingresso proprio: Mario può uscire per lavorare e rientrare tardi senza attraversare le loro stanze. Condivide spesso i pasti, ma cerca di conservare orari e abitudini autonome.
Per i primi mesi i genitori hanno deciso di non chiedergli un contributo alle utenze né un pagamento per l’uso dello spazio. Anche loro tengono d’occhio le spese e Mario lo sa. Per questo fa la spesa quando riesce e si occupa di alcune commissioni. L’aiuto gli permette soprattutto di cominciare a ricostruire un piccolo fondo per gli imprevisti, dopo avere consumato parte dei risparmi durante gli ultimi mesi del matrimonio.
Nel piccolo ambiente trovano posto un letto singolo, un armadio e una scrivania. I libri sono rimasti in gran parte negli scatoloni; per cucinare e per altre necessità Mario si appoggia alla casa dei genitori. I quattordici metri quadrati gli assicurano un angolo riservato, ma impongono rinunce molto concrete. Quando lavora, il computer è a pochi passi dal letto e i documenti della separazione occupano lo stesso tavolo degli appunti per gli articoli.
Mario soffre anche di emicranie ricorrenti e ha montato tende oscuranti, mantenendo la stanza il più possibile tranquilla. Nei giorni in cui deve interrompere il lavoro, la preoccupazione corre alle consegne. Un pomeriggio perso può costringerlo a lavorare la sera seguente o a rinunciare a un incarico: anche la gestione dei tempi di recupero entra nel suo bilancio, prima ancora che nei conti scritti sul quaderno.
A cena con i genitori Mario riesce, qualche volta, a smettere di parlare di scadenze. Aiuta a sparecchiare, accompagna il padre a portare da mangiare ai gatti del quartiere, ascolta i racconti della madre. Sono abitudini quotidiane che aveva perso e che ora gli danno una compagnia discreta. Il rapporto con i genitori cambia anche attraverso queste ore, senza che sia necessario risolvere ogni vecchia incomprensione.
Il dolore per il matrimonio rimane. Un giorno, tornando dalla casa in cui vive ancora la moglie per vedere il cane, Mario si è accorto che lei non portava più la fede. Lui l’aveva ancora al dito. Rientrato dai genitori, è scoppiato a piangere. Quella sera non aveva bisogno di consigli su un annuncio immobiliare o su una candidatura: aveva bisogno di qualcuno che lo ascoltasse.
Mario vorrebbe cercare di nuovo casa appena avrà entrate più regolari e abbastanza risparmi per sostenere le spese iniziali senza restare scoperto. Intanto prova ad ampliare le collaborazioni, sollecita i compensi arretrati e continua a candidarsi. Ogni decisione passa dalla stessa domanda: riuscirà a sostenere quella spesa anche in un mese con meno lavoro?
La sistemazione dai genitori gli concede tempo, ma rende evidente quanto sia diventato stretto il margine della sua autonomia. Per uscire da quei quattordici metri quadrati gli servono un reddito su cui contare e pagamenti puntuali, insieme a un affitto compatibile con ciò che guadagna. Finché questi elementi non si tengono insieme, il ritorno nella casa di famiglia resta il modo con cui Mario riesce a far quadrare i conti mentre affronta la fine del matrimonio.
Nata a Roma nel Giugno del 1978, effettua gli studi di ragioniere e si appassiona al tennis. Amante del mondo delle quattro ruote e delel due ruote, è sempre curiosa su tutte le novità delle case automobilistiche e sulle nuove auto in uscita. Scrive da anni per diversi blog ed ora si dedica a tempo pieno su questo sito web trattando in particolar modo tematiche sul mondo delle auto e sugli argomen...