Metà Jeep e metà Lamborghini: la Jeeporghini nasce da una Pontiac Fiero trasformata in Countach, con meccanica Jeep, 96 km/h e quattro mesi di lavoro. Ma sarà omologata?
Kyle Lewis ha costruito la Jeeporghini in Carolina del Nord trasformando, in circa quattro mesi di lavoro, una vecchia Pontiac Fiero con kit ispirato alla Lamborghini Countach in un veicolo basato su una Jeep Wrangler YJ del 1995. Il progetto è costato circa 6.000 dollari e mette insieme una carrozzeria da supercar italiana, un telaio rialzato, assali rigidi e pneumatici tassellati da fuoristrada. A Lincolnton l’auto ha attirato gli sguardi soprattutto per l’effetto sorpresa: da lontano sembra una Lamborghini fuori scala; guardandola meglio, si capisce che sotto quella forma c’è una Jeep costruita a mano.
Il cortocircuito nasce già dalle immagini. Il muso basso e appuntito, le proporzioni della carrozzeria e il richiamo alla Countach fanno pensare a una replica di supercar. Poi arrivano le ruote da fuoristrada, l’altezza dal suolo e la struttura sottostante, che cambiano completamente la lettura del veicolo.
Non è una nuova Lamborghini. Non è nemmeno il risultato di una collaborazione tra Lamborghini e Jeep. Si tratta di un esemplare unico costruito da un appassionato, nel quale l’aspetto di una sportiva italiana è stato adattato a una base nata per affrontare terreni difficili.
Il nome Jeeporghini riassume bene l’operazione. Evoca le sportive di Sant’Agata Bolognese, ma indica una macchina sviluppata attorno a una base Jeep. La somiglianza con la Countach resta quindi estetica: del modello Lamborghini non rimangono il motore, la trasmissione o l’architettura meccanica.
È proprio la collisione tra categorie note a rendere la vettura così riconoscibile. Una Countach, per come la si immagina, deve essere bassa, veloce e destinata all’asfalto. Una Wrangler punta invece su robustezza, distanza da terra e capacità di muoversi su fondi sconnessi. La Jeeporghini porta questi due linguaggi sulla stessa strada, rinunciando alle prestazioni da supercar per ottenere una presenza scenica che non passa inosservata.
All’origine non c’era una Lamborghini autentica, ma una Pontiac Fiero rimasta ferma per oltre trent’anni. Quando Lewis l’ha recuperata, sulla vettura era già presente un kit carrozzeria ispirato alla Countach. La Fiero, prodotta dal 1983 al 1988, è stata impiegata più volte per realizzare repliche di automobili esotiche: la sua configurazione a motore centrale e la relativa facilità con cui può accogliere carrozzerie non originali la rendono una base adatta a questo genere di lavori.
La parte più insolita è arrivata in seguito. Lewis ha separato la carrozzeria dalla vecchia base e l’ha adattata a una Jeep Wrangler YJ del 1995. L’involucro visivo di una replica Lamborghini è così finito sopra un mezzo con impostazione da fuoristrada. Non è stata trasformata una Countach di serie: il progetto ha riunito componenti appartenenti a veicoli diversi e ha richiesto un intervento manuale consistente.
La Wrangler è stata scelta anche per ragioni pratiche. La YJ dispone di una struttura adatta a un veicolo alto e resistente e di soluzioni meccaniche coerenti con l’uso su terreni sconnessi. Le fonti disponibili, però, non indicano quale motore sia installato su questo esemplare. Mancano anche dati su potenza, cilindrata e configurazione completa della trasmissione. L’aspetto della Jeeporghini, da solo, non consente di ricavare queste informazioni.
Il contributo della supercar italiana si concentra nella forma esterna. Il kit conserva il tema della Countach, con superfici spigolose, un frontale appuntito e una carrozzeria pensata per richiamare la Lamborghini degli anni Settanta e Ottanta. È questa familiarità a catturare l’attenzione: chi guarda riconosce subito un disegno associato a una delle sportive più celebri.
Chiamarla Lamborghini Countach trasformata in Jeep, però, sarebbe impreciso. La carrozzeria montata sulla Fiero era già una replica e non una scocca ufficiale Lamborghini. La differenza pesa sia sul piano collezionistico sia su quello meccanico: la Jeeporghini non possiede il V12 della Countach, non usa il telaio della supercar e non può essere considerata una versione fuoristrada prodotta dalla Casa italiana.
Lewis sfrutta l’illusione, senza provare a cancellare del tutto l’origine artigianale del mezzo. Le proporzioni non coincidono con quelle di una Countach autentica e il rialzo modifica il rapporto tra abitacolo, ruote e carrozzeria. L’imperfezione, in questo caso, fa parte del risultato. L’obiettivo non era raggiungere una fedeltà da pezzo museale, ma costruire un’automobile immediatamente riconoscibile e capace di sorprendere.
Sotto il rivestimento ispirato alla Lamborghini rimane una configurazione da Jeep. Il Wrangler modificato dispone di telaio rialzato, assali rigidi e gomme tassellate: elementi che aumentano la distanza dal terreno e richiamano l’uso su strade sconnesse o superfici non asfaltate. Sono soluzioni quasi opposte a quelle di una supercar tradizionale, dove l’altezza ridotta serve a migliorare la stabilità alle alte velocità.
Far convivere le due impostazioni ha richiesto più di un semplice montaggio di pannelli. Parte della carrozzeria del Wrangler è stata rimossa e la zona posteriore è stata modificata. In alcuni punti la struttura è stata abbassata, così da permettere alla replica della Countach di adattarsi al telaio Jeep.
Anche il frontale ha imposto un intervento dedicato. La griglia verticale tipica della Wrangler non si accordava con il muso affilato della carrozzeria italiana; per questo è stata realizzata una soluzione su misura. Il risultato conserva l’impostazione alta del fuoristrada, ma la riveste con linee che appartengono a un’altra categoria di automobile.
Non bisogna però leggerlo come un fuoristrada progettato da un costruttore per superare prove certificate. Le informazioni disponibili descrivono l’impostazione generale, ma non riportano angoli di attacco o di uscita, capacità di guado, rapporti del riduttore o valori relativi all’escursione delle sospensioni. Restano non pubblicate anche l’altezza da terra, le dimensioni esterne e la massa dell’esemplare. Attribuirgli numeri precisi andrebbe oltre i dati disponibili.
Per la Jeeporghini viene indicata una velocità massima di circa 60 miglia orarie, poco meno di 100 km/h. Un’altra descrizione del progetto la quantifica in circa 96 km/h. È un dato coerente con la natura della trasformazione: carrozzeria modificata, assetto da fuoristrada e base Jeep non sono stati pensati per riprodurre l’accelerazione o la velocità di una supercar.
Il confronto con la Countach rende evidente la distanza. La Lamborghini originale era una vettura sportiva a motore centrale, costruita per offrire prestazioni elevate. La Jeeporghini usa invece una meccanica Jeep, mentre non sono stati divulgati i dati necessari a identificare con precisione propulsore e trasmissione. Il numero più significativo, quindi, non è una potenza dichiarata, ma la differenza tra ciò che la vettura sembra essere e il modo in cui si comporta davvero.
Lewis non l’ha costruita per stabilire record. Il progetto punta a generare attenzione, fotografie e domande. La velocità contenuta è la conseguenza naturale del compromesso scelto, non un risultato inatteso. Prima di essere un’automobile sportiva o un fuoristrada da competizione, la Jeeporghini è un oggetto da esposizione mobile.
La trasformazione ha richiesto circa quattro mesi di interventi artigianali. In questo periodo Lewis ha adattato la carrozzeria alla base Jeep, rimosso e modificato alcune sezioni strutturali, gestito le diverse proporzioni e costruito dettagli che non potevano essere trasferiti direttamente da un veicolo all’altro. Il problema non consisteva nel fissare qualche pannello: una replica bassa e larga doveva convivere con un telaio progettato per un mezzo alto e resistente.
La verniciatura è stata una delle fasi più impegnative ed è stata eseguita personalmente da Lewis. La finitura è vistosa, quasi fumettistica, e segue la natura esibita del progetto. Una replica da collezione avrebbe cercato un effetto più vicino all’originale; qui conta soprattutto l’impatto immediato di una supercar apparentemente pronta a lasciare l’asfalto.
Il costo complessivo stimato è di circa 6.000 dollari per l’intero progetto. La cifra non coincide con il prezzo di mercato di una Lamborghini autentica e non rappresenta il costo di una trasformazione professionale omologata. Comprende una base recuperata, componenti già disponibili e molto lavoro personale. Una replica costruita da zero con parti nuove, verifiche tecniche e pratiche amministrative potrebbe richiedere una spesa differente.
Le informazioni disponibili descrivono la costruzione della Jeeporghini e il suo utilizzo sulle strade della Carolina del Nord. Non precisano, invece, quale iter di omologazione sia stato seguito, se i documenti siano stati aggiornati o quali siano le condizioni assicurative del veicolo. Da questi dati non si può concludere che ogni mezzo realizzato con la stessa formula possa circolare liberamente su strada.
Una modifica che coinvolge carrozzeria, struttura, altezza e componenti può richiedere verifiche tecniche e autorizzazioni diverse a seconda del Paese in cui il veicolo viene registrato. In Italia, per esempio, il fatto che un mezzo funzioni non basta a renderne automaticamente possibile l’uso stradale. Servono conformità, documentazione e registrazione delle variazioni previste dalle regole applicabili.
La Jeeporghini raccontata resta dunque un caso specifico. Non sono stati comunicati dati relativi a un’eventuale omologazione italiana, a un’immatricolazione europea o alla possibilità di riprodurla legalmente senza ulteriori controlli. Che sia un progetto custom irripetibile è certo; la trasferibilità della formula ad altri veicoli, soprattutto per la circolazione su strada, dipende dalle verifiche richieste nel territorio interessato.
La Jeeporghini si capisce al primo sguardo. La sagoma richiama una Lamborghini, mentre ruote, altezza e comportamento parlano di Jeep. Non serve conoscere la tecnica: basta osservare una supercar collocata su una base da fuoristrada per accorgersi che qualcosa non coincide.
La storia, poi, si racconta con facilità. Un appassionato ha recuperato una replica abbandonata, ha trovato una Wrangler e ha investito tempo e manualità nella costruzione di un’automobile assente dai listini ufficiali. Il risultato è costato molto meno di una Lamborghini vera, ma ha avuto un impatto visivo e mediatico che una vettura ordinaria difficilmente avrebbe prodotto.
L’accostamento tra supercar e veicolo alto ha anche un precedente concreto. La Lamborghini LM002, prodotta tra il 1986 e il 1992 in circa 300 esemplari, portava davvero un motore V12 e prestazioni da supercar all’interno di un fuoristrada di lusso. La Jeeporghini non deriva tecnicamente dalla LM002 e non è un modello Lamborghini, ma intercetta una fantasia simile: un veicolo alto, estremo e fuori dagli schemi.
La differenza è netta. La LM002 era un prodotto industriale sviluppato e venduto dalla Casa di Sant’Agata Bolognese; la Jeeporghini è una creazione individuale, senza una gamma di versioni e senza ambizioni di mercato. Non sostituisce una supercar autentica. Il suo interesse sta nel rendere visibile, in modo quasi teatrale, ciò che può nascere quando un appassionato mette insieme automobili diverse e lavora fuori dai percorsi convenzionali.
Stefano Gallo (nato nel 1978 a Torino) è un esperto di automotive con oltre 20 anni di esperienza nel settore, riconosciuto per la sua competenza tecnica e la capacità di analizzare in modo chiaro e approfondito le evoluzioni del mondo dell’auto.
Laureato in Ingegneria Meccanica con specializzazione in veicoli a motore presso il Politecnico di Torino, Stefano ha iniziato la sua carrie...