Un progetto legato al Bitcoin prometteva guadagni grazie all’intelligenza artificiale, ma secondo l’indagine Mercurio Mining avrebbe coinvolto oltre 200 investitori. Tra computer sovrapprezzati e pagamenti all’estero, ecco il meccanismo e i segnali d’allarme.
La Guardia di finanza di Trento ha eseguito il 13 ottobre 2026 cinque misure cautelari nell’indagine sul sistema di finto mining di criptovalute Hashburst e ha sequestrato beni per oltre 877.000 euro. Il raggiro contestato avrebbe coinvolto più di 200 investitori trentini, attratti dalla promessa di produrre Bitcoin e altre valute digitali con computer presentati come innovativi e potenziati dall’intelligenza artificiale. Per il solo Trentino Alto Adige il danno stimato arriva a circa 5 milioni di euro.
Secondo la ricostruzione degli investigatori, dietro la proposta tecnologica c’era la vendita di hardware a prezzi molto superiori a quelli di mercato. Alcuni clienti avrebbero investito migliaia di euro, in certi casi oltre 100.000, senza ricevere i rendimenti prospettati. Gli indagati sono accusati, a vario titolo, di avere promosso e gestito il sistema.
Il progetto veniva presentato come un sistema capace di generare criptovalute attraverso apparati elettronici impiegati nel mining. Si tratta dell’attività che mette a disposizione potenza di calcolo per elaborare operazioni su una rete digitale. Il richiamo all’intelligenza artificiale e all’efficienza energetica dava all’offerta l’immagine di un investimento tecnologico moderno e sostenibile.
Stando all’ipotesi investigativa, i promotori si presentavano come esperti di informatica. Per proporre il progetto organizzavano incontri pubblici, usavano i social network e facevano leva anche sulle relazioni personali. Le prospettive di guadagno riguardavano Bitcoin, Ethereum, Dogecoin e Litecoin.
Ai clienti sarebbero stati indicati rendimenti fino a circa 0,8-1 Bitcoin, descritti nelle diverse proposte come risultati mensili oppure annuali. La prospettiva di una produzione regolare e consistente alimentava l’aspettativa di recuperare il costo iniziale dei dispositivi e ricavare un flusso di entrate.
L’offerta avrebbe raggiunto risparmiatori con profili diversi: pensionati, imprenditori, professionisti e altri cittadini. A Trento si sarebbero tenuti incontri promozionali anche in alberghi. Un consulente finanziario del posto avrebbe contribuito mettendo a disposizione conoscenze e contatti; la rete di relazioni, insieme alle presentazioni organizzate, aiutava a rendere l’offerta credibile.
Il passaggio concreto dell’investimento era l’acquisto di dispositivi elettronici. Secondo gli accertamenti, il prezzo di ciascun apparato variava da 4.000 a 30.000 euro; alcuni clienti avrebbero speso in tutto più di 100.000 euro. Un computer dal valore indicativo di circa 1.600 euro, in uno dei casi esaminati, sarebbe stato venduto a 30.000 euro.
Gli investigatori avrebbero accertato che i dispositivi erano personal computer assemblati, con una capacità di calcolo minima, anziché macchine specialistiche progettate per il mining. Le loro caratteristiche, secondo l’accusa, non erano adeguate a produrre i risultati annunciati. Il computer veniva proposto come strumento per generare rendimenti, ma la dotazione tecnica non avrebbe consentito di sostenere quell’attività ai livelli promessi.
Per valutare un’offerta di questo tipo contano anche le prestazioni effettive dell’hardware, i servizi inclusi e le condizioni di vendita. Nel caso contestato, gli investigatori indicano una marcata distanza fra il valore degli apparati e la funzione reddituale attribuita loro. La questione riguardava quindi sia il prezzo sia la capacità concreta dei dispositivi e il collegamento fra il loro funzionamento e i guadagni prospettati.
Insieme ai computer venivano consegnati applicazioni e siti internet per mostrare l’andamento dell’investimento. Secondo gli investigatori, i pannelli visualizzavano ricavi che non corrispondevano a una produzione effettiva di criptovalute. L’accusa sostiene che programmi e siti fossero ingannevoli e alimentassero nei clienti la convinzione che i guadagni fossero in corso.
Per controllare un’attività di mining occorre poter ricondurre i risultati a dati e operazioni verificabili. Nel caso Hashburst, invece, i clienti si affidavano a interfacce messe a disposizione dai soggetti che vendevano il prodotto. La verifica dei ricavi e della loro disponibilità richiede inoltre di controllare se i token siano stati prodotti e trasferiti su un portafoglio digitale accessibile all’investitore.
Quando i clienti chiedevano chiarimenti sui pagamenti attesi, sarebbero state accreditate piccole somme, indicate come “rewards”, del valore di alcune decine di euro. Quei versamenti potevano rassicurare temporaneamente chi aspettava i profitti, ma restavano lontani dagli importi annunciati. I ritardi e le mancate corresponsioni venivano attribuiti a problemi tecnici oppure a cambiamenti nella composizione delle società coinvolte.
Un altro elemento dell’inchiesta riguarda la sostituzione ripetuta dei computer. Ad alcuni investitori sarebbe stato proposto di cambiare apparato perché quello precedente non era più adeguato o perché un dispositivo nuovo avrebbe migliorato le prestazioni. Il mancato arrivo dei guadagni attesi poteva così essere seguito da un’ulteriore richiesta di spesa. Secondo la ricostruzione investigativa, gli acquisti aggiuntivi aumentavano l’esposizione dei clienti senza rendere verificabile la promessa di rendimento.
Le cifre citate nell’indagine si riferiscono a elementi distinti. Le querele raccolte avrebbero documentato un danno patrimoniale di circa 877.000 euro, valore indicato anche per i beni sequestrati a due soggetti. Per il solo cluster trentino la stima complessiva del danno sale invece a circa 5 milioni di euro e riguarda oltre 200 investitori.
La Guardia di finanza ha disposto il sequestro preventivo di beni per oltre 877.000 euro, ritenuti collegati al profitto dell’attività contestata. Il dato sul sequestro si riferisce ai beni vincolati nell’ambito del procedimento; la stima di circa 5 milioni riguarda invece la portata economica attribuita al sistema nel Trentino Alto Adige.
Secondo gli investigatori, il progetto potrebbe essersi diffuso anche fuori dal Trentino, con iniziative rivolte a risparmiatori di altre regioni. Le operazioni si sono svolte in Trentino Alto Adige, Lombardia e Veneto, oltre che in Belgio. Gli accertamenti in più territori hanno richiesto il coinvolgimento di reparti specializzati e la cooperazione giudiziaria internazionale.
La struttura finanziaria ipotizzata dagli investigatori comprendeva società di diritto inglese riconducibili agli indagati. Le vendite sarebbero state fatturate attraverso due società, mentre i pagamenti dei clienti confluivano in conti correnti esteri, soprattutto presso istituti con sede in Belgio. Per l’accusa, questa organizzazione rendeva più difficile seguire il denaro e individuare i beneficiari finali.
Ai clienti la presenza di società straniere e di documenti presentati come garanzie poteva dare un’impressione di solidità internazionale. Nell’indagine, le lettere di patronage utilizzate a sostegno degli investimenti sono state descritte come prive di valore. La denominazione estera, un contratto o un documento dal linguaggio finanziario non chiariscono da soli chi riceva i fondi, quali obblighi assuma e quali beni o servizi vengano acquistati.
Prima di inviare denaro, un risparmiatore può controllare la tracciabilità dei pagamenti: intestatario del conto, società che emette la fattura e soggetto che promette il rendimento dovrebbero risultare coerenti e identificabili. I trasferimenti verso conti esteri diventano un segnale di rischio quando si accompagnano a rendimenti garantiti, intermediari difficili da individuare e spiegazioni vaghe sui flussi finanziari.
Avviata nell’aprile 2024, l’indagine Mercurio Mining è stata condotta dal Gico del Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di finanza di Trento. Hanno collaborato lo Scico, il Nucleo speciale repressione frodi tecnologiche ed Eurojust, l’agenzia dell’Unione europea che sostiene la cooperazione giudiziaria fra Stati. Su richiesta della Procura, il gip di Trento ha disposto cinque misure cautelari. Sono state eseguite anche perquisizioni e acquisizioni di documenti in diverse province e in Belgio.
Fra le figure indicate dagli investigatori ci sarebbe un uomo di origine lombarda residente in Svizzera, ritenuto uno dei soggetti di spicco del gruppo. Il suo ruolo, come quello degli altri indagati, rientra nell’ipotesi accusatoria sottoposta al procedimento giudiziario.
La ricostruzione attribuisce ai partecipanti compiti diversi: la promozione dell’offerta, la vendita dei dispositivi e la gestione dei rapporti societari e finanziari. Misure cautelari e sequestri hanno segnato una fase dell’indagine, che ha individuato un presunto schema e portato al blocco di beni. Le responsabilità individuali sono al vaglio della magistratura.
Il dott. Luca Rossoni è un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e società di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogl...