La nuova analisi di Panetta offre un quadro aggiornato sull'economia italiana: tra scenari globali mutevoli, segnali di forza e criticità, occupazione, demografia, innovazione e il ruolo delle banche per una crescita sostenibile.
L’intervento di oggi del Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, offre un’immagine articolata della realtà nazionale. Durante il comitato esecutivo dell’Abi, Panetta ha evidenziato come l’economia mondiale abbia superato le previsioni più pessimistiche formulate dodici mesi fa. Pur senza sottovalutare le difficoltà, emergono segnali che invogliano a un cauto ottimismo.
Le recenti mutazioni negli equilibri internazionali stanno condizionando profondamente gli scenari economici. Secondo quanto esposto da Panetta, le scelte di investimento e le dinamiche commerciali non sono più plasmate solo da fattori geopolitici ma soprattutto da variabili squisitamente politiche. La rapidità con cui si susseguono annunci sulla scena internazionale determina infatti movimenti repentini nei tassi di interesse e continui riposizionamenti sui mercati finanziari. Ciò rende più complesso sia prevedere ex ante le evoluzioni economiche, sia comprenderne appieno gli effetti a posteriori.
Questa mutata dinamica basta a spiegare le difficoltà degli analisti nel tracciare scenari certi o nel valutare la portata degli annunci politici. Peraltro, se da un lato permangono numerose incognite sul futuro del commercio internazionale—in particolare per l’impatto dei dazi e per la necessità di diversificare le catene di approvvigionamento—dall’altro il sistema mondiale si dimostra capace di aggirare, almeno in parte, i nuovi vincoli. Un esempio significativo riguarda la riorganizzazione delle rotte commerciali: le importazioni statunitensi dalla Cina sono diminuite, ma altri paesi asiatici hanno compensato il calo, assumendo il ruolo di intermediari commerciali nel percorso dei beni verso gli USA.
L’Asia rafforza la sua presenza e la Cina punta a nuovi mercati, mentre l’Europa si trova a fronteggiare una concorrenza più agguerrita e, al tempo stesso, pressioni per ridefinire la propria autonomia strategica. All’interno di questo contesto, lo scenario economico globale, pur contraddistinto da elevata incertezza, registra una crescita più solida del previsto e una resistenza notevole agli shock.
Passando al quadro nazionale, l’Italia riflette molte delle dinamiche osservate a livello internazionale, ma con specificità proprie. Negli ultimi anni, come ha sottolineato Panetta, il Paese ha sorpreso molti osservatori per la capacità di risposta alle crisi degli ultimi cinque anni: dal 2020 al 2024 la crescita del PIL è risultata superiore al decennio precedente e in linea con la media dell’Area Euro. L’occupazione è cresciuta fino a livelli storici e la partecipazione al mercato del lavoro ha segnato progressi anche fra i gruppi tradizionalmente più svantaggiati.
Nonostante questi segnali incoraggianti, permangono alcuni limiti strutturali che frenano una crescita più robusta. Le stime di S&P Global, così come le analisi degli istituti nazionali e internazionali, indicano per il periodo 2026-2028 una crescita del PIL più debole rispetto all’Eurozona (0,8%-0,9% annuo contro il 1,2%-1,5% per la media dei partner europei).
Le ragioni di questa performance inferiore sono da ricercarsi in diversi fattori:
Tuttavia, l’elevato debito pubblico resta una sfida costante, soprattutto considerando le pressioni future legate all’invecchiamento della popolazione, alle transizioni verde e digitale, e al rafforzamento delle capacità di difesa. Appare quindi chiaro che la solidità della finanza pubblica e lo sviluppo economico restano due obiettivi strettamente interconnessi.
Il lavoro resta al centro del dibattito economico nazionale. Dal 2000, i salari orari reali in Italia sono rimasti pressoché invariati, mentre in Germania e Francia hanno registrato incrementi ragguardevoli (+21% e +14% rispettivamente). Questo andamento riflette, in modo diretto, la stagnazione della produttività e la scarsa innovazione che caratterizza buona parte del tessuto produttivo italiano.
Lo shock inflazionistico degli ultimi anni ha ulteriormente esacerbato la questione: dal 2019 i prezzi al consumo sono aumentati del 20%, mentre le retribuzioni nominali sono cresciute solo del 12%, traducendosi così in una perdita reale dell’8%. Un parziale argine è stato offerto da misure fiscali mirate, specialmente a vantaggio dei redditi medio-bassi, e dall’evoluzione positiva dei livelli occupazionali, che ha ridotto l’impatto complessivo sulle famiglie.
Anche la partecipazione al mercato del lavoro mostra risultati incoraggianti, con la crescita degli occupati che ha condotto alla soglia dei ventiquattro milioni e una disoccupazione scesa al 6%. Tuttavia, permangono ancora difficoltà strutturali come la precarietà diffusa e la permanenza di ampie aree di svantaggio, specie per donne, giovani e aree meridionali.
Le potenzialità rimangono significative:
L’evoluzione demografica rappresenta un banco di prova determinante per lo sviluppo dell’Italia. Le recenti proiezioni evidenziano la perdita, entro il 2050, di oltre sette milioni di persone in età lavorativa. Anche ipotizzando una crescita della partecipazione, la stima Istat resta negativa per più di tre milioni di unità.
Il tema della denatalità tocca non solo la quantità, ma anche la qualità delle forze di lavoro. Nel 2024 si è registrato il livello più basso di nascite dal dopoguerra (370.000 unità), ed è possibile che il 2025 segni un ulteriore calo. Le motivazioni sono molteplici:
L’invecchiamento della popolazione e la mobilità dei giovani verso l’estero accentuano le disparità territoriali, in particolare nel Mezzogiorno. L’impatto di queste dinamiche sulla sostenibilità del sistema di welfare e la resilienza delle reti familiari rende impellente l’adozione di strategie di medio-lungo periodo.
La crescita della produttività rimane il nodo centrale della strategia economica nazionale. Dopo un ventennio di stagnazione, si sono registrati timidi segnali di miglioramento, ma il divario rispetto ai Paesi alla frontiera dell’innovazione resta ampio. L’Italia, rispetto ai principali partner europei, investe una quota inferiore di PIL nell’istruzione universitaria e si trova a dover colmare ritardi tanto nelle competenze digitali quanto nella capacità di trasferire ricerca scientifica in applicazioni di mercato.
L’importanza della formazione superiore emerge anche dai dati sulla produzione scientifica nazionale, in crescita negli ultimi quindici anni. Tuttavia, la difficoltà è ancora evidente nella trasformazione delle scoperte in innovazione tecnologica e brevetti. “Solo una forza lavoro preparata può far sì che il progresso tecnologico si traduca in crescita sostenuta”, ha sottolineato Panetta.
Rafforzare il legame tra università, ricerca e settore produttivo appare indispensabile per stimolare la competitività e l’attrattività del sistema Paese. Una priorità condivisa anche a livello europeo, dove si auspicano investimenti coordinate e un “patto europeo per la produttività”.
Il quadro attuale delle banche italiane si mostra in netto miglioramento rispetto al passato recente. Gli istituti risultano più patrimonializzati, profittevoli e prudenti nella gestione dei rischi. Questo rafforzamento è stato riconosciuto anche dalle agenzie di rating, con giudizi positivi che hanno influito sulle condizioni di finanziamento internazionale del Paese.
Tuttavia, secondo Panetta, permangono aree di inefficienza collegate ad apparati normativi ancora troppo complessi. Si rafforza dunque il dibattito interno all’Eurosistema sulla semplificazione della regolamentazione bancaria, con l’obiettivo dichiarato di “snellire” e rendere più proporzionate le norme, calibrando gli obblighi sulle reali dimensioni e caratteristiche degli istituti.
Le prime proposte sono già state presentate alla Commissione europea: semplificazione e migliore comprensibilità delle regole possono rendere il sistema più competitivo, pur mantenendo elevati standard di sicurezza e vigilanza. Un equilibrio che continuerà a essere perseguito nei prossimi mesi per garantire stabilità senza eccessi di oneri burocratici.
L’analisi proposta da Fabio Panetta invita a superare i luoghi comuni sull’economia nazionale. Se le fragilità—legate a produttività stagnante, sfide demografiche e squilibri territoriali—sono ben note, meno spesso si sottolinea la vitalità dimostrata dal sistema produttivo e la capacità di reazione dinanzi a crisi globali complesse. La conferma arriva dai dati su occupazione, competitività di imprese avanzate e miglioramento dei conti pubblici.
Sostenere questa resilienza richiederà uno sforzo prolungato su diversi fronti: