Pasta, riso, dolci e altri alimenti confezionati in cartone possono essere contaminati da sostanze tossiche che migrano dall'imballaggio, soprattutto nei cibi grassi.
Molti prodotti quotidiani, come pasta, riso, snack e surgelati, sono confezionati in cartone. Il boom degli imballaggi sostenibili ha portato vantaggi ambientali, ma ha riaperto il dibattito sul rischio che sostanze indesiderate migrino negli alimenti. Fra queste, sono sotto osservazione due categorie di idrocarburi: MOSH (Mineral Oil Saturated Hydrocarbons) e MOAH (Mineral Oil Aromatic Hydrocarbons), che possono trasferirsi dagli imballaggi soprattutto quando questi derivano da carta riciclata. Attualmente le evidenze epidemiologiche sono in fase di raccolta e valutazione, ed è importante sottolineare che il tema è oggetto di studio e monitoraggio, non di allarme conclamato. Tuttavia, la questione rappresenta una sfida silenziosa che coinvolge sia le filiere alimentari sia la regolamentazione europea ed è destinata ad attirare crescente attenzione nei prossimi anni.
La ricerca scientifica degli ultimi anni ha portato alla luce che il cartone riciclato utilizzato per il confezionamento alimentare può essere una delle principali fonti di contaminazione da MOSH e MOAH. Queste sostanze hanno origine sia dalla raffinazione del petrolio sia dagli inchiostri di stampa impiegati nella produzione di carta e cartoni destinati a essere riutilizzati. I MOSH sono paraffine e oli minerali saturi; i MOAH, invece, sono composti aromatici considerati ben più problematici per la salute.
Il punto critico della migrazione sta nel fatto che gli oli minerali non sono chimicamente legati alle fibre del cartone e, in presenza di alimenti, possono trasferirsi facilmente. Il fenomeno si verifica in modo particolare nei packaging prodotti da carta riciclata, soprattutto se questa non è stata sottoposta a un'accurata decontaminazione. Il processo di riciclo infatti ingloba inchiostri residui da giornali e altri stampati, poi trasferiti insieme alle fibre nel nuovo cartone.
Numerosi test su imballaggi utilizzati per alimenti mostrano come la contaminazione sia più frequente nei prodotti destinati ad essere consumati in modo veloce o destinati alla conservazione prolungata. Il rischio aumenta notevolmente quando il packaging viene esposto a calore, elevata umidità o quando l'alimento resta a contatto per tempi lunghi. Le sostanze migranti non derivano solo dal materiale cartaceo ma anche dagli additivi chimici, dagli inchiostri e da trattamenti superficiali, soprattutto nei prodotti che puntano sul riciclo come fattore di sostenibilità.
L'entità della migrazione di oli minerali dagli imballaggi cartacei verso gli alimenti dipende da molteplici fattori, fra cui le caratteristiche fisico-chimiche del prodotto confezionato. La presenza di grassi è il principale acceleratore di questa contaminazione: prodotti come pasta ripiena, snack salati, dolci da forno, cereali zuccherati e condimenti risultano particolarmente vulnerabili.
Una ricerca condotta su 502 campioni alimentari in Cina ha evidenziato come la presenza di oli minerali negli alimenti confezionati in cartone riciclato sia nettamente superiore rispetto ai prodotti conservati in packaging a base di fibre vergini o di altro tipo. Le molecole idrofobe tipiche dei grassi facilitano l'assorbimento di contaminanti lipofili come MOSH e MOAH.
I dolci confezionati, le merendine, le pizze d'asporto e i surgelati grassi sono tra le categorie più a rischio anche perché spesso vengono confezionati caldi, accentuando la possibilità che le sostanze indesiderate si trasferiscano dagli imballaggi agli alimenti:
La discussione in ambito scientifico e regolatorio si focalizza in modo particolare su MOAH (Mineral Oil Aromatic Hydrocarbons). Mentre i MOSH vengono assorbiti dall'organismo in parte e tendono ad accumularsi nei tessuti, soprattutto nel fegato e nella milza (specie in seguito a esposizioni prolungate), la loro tossicità acuta risulta relativamente bassa alla luce dei dati attuali. I MOAH, invece, comprendono anche composti con struttura aromatico policiclica, alcuni dei quali sono considerati possibili cancerogeni e mutageni.
Le autorità sanitarie europee e l'EFSA hanno sottolineato l'assenza di livelli soglia sicuri universalmente riconosciuti per i MOAH, dato che anche esposizioni minime possono essere associate a un rischio teorico:
Studi in laboratorio suggeriscono che solo alcuni sottogruppi dei MOAH siano sospettati di maggior pericolosità e pertanto sono oggetto di monitoraggio specifico. Tuttavia, la prova su larga scala negli esseri umani manca ancora di dati certi, il che spinge a una politica di massima precauzione che sta orientando le raccomandazioni comunitarie.
Il bisfenolo A, o BPA, viene associato soprattutto alle plastiche e alle resine che rivestono le lattine. Può però entrare anche nel circuito della carta riciclata, per esempio attraverso vecchi scontrini termici e altri materiali stampati.
Bisfenoli e loro derivati possono trovarsi nei rivestimenti, negli adesivi o in alcuni materiali multistrato applicati al cartone. Il BPA è una sostanza capace di interferire con il sistema endocrino e l’EFSA ha ridotto drasticamente la dose giornaliera tollerabile dopo la rivalutazione dei dati disponibili.
Nel dicembre 2024 la Commissione europea ne ha vietato l’impiego nei materiali destinati al contatto alimentare, prevedendo periodi transitori e deroghe limitate per alcune applicazioni industriali. Il divieto coinvolge anche vernici, rivestimenti, adesivi, gomme e inchiostri da stampa, non soltanto i contenitori di plastica. I prodotti già realizzati possono continuare a circolare durante le finestre transitorie previste dal regolamento.
Sostituire il BPA con il bisfenolo S o con molecole simili non risolve automaticamente il problema. Alcuni sostituti mostrano proprietà endocrine comparabili e sono oggetto di nuove valutazioni.
Gli ftalati vengono usati per rendere più flessibili alcuni materiali plastici, ma possono essere presenti anche negli adesivi, nei rivestimenti e negli inchiostri. Nel cartone riciclato possono arrivare attraverso materiali precedentemente stampati o accoppiati con pellicole.
Non tutti gli ftalati hanno lo stesso profilo tossicologico. Alcuni, come DEHP, DBP e DIBP, sono soggetti a severe restrizioni perché associati a effetti sulla riproduzione e sul sistema endocrino.
Gli alimenti grassi tendono ad assorbire più facilmente le sostanze lipofile. Biscotti farciti, cioccolato, torte confezionate, patatine e preparazioni ricche di olio meritano perciò più attenzione rispetto a un prodotto acquoso mantenuto per poco tempo in una confezione idonea.
La stampa colorata si trova normalmente all’esterno della confezione, ma durante la produzione i fogli vengono impilati o avvolti. L’inchiostro esterno può entrare in contatto con la superficie interna del foglio seguente: il fenomeno viene chiamato set-off.
Negli inchiostri a polimerizzazione ultravioletta possono essere impiegati fotoiniziatori, fra cui benzofenone e sostanze correlate. Se il processo produttivo, l’essiccazione o la barriera interna non sono adeguati, una parte può migrare verso il cibo.
A questi si sommano colle, solventi, antiossidanti, coloranti, sbiancanti ottici e prodotti generati dalla degradazione delle materie prime. Molti rientrano nelle cosiddette NIAS, le sostanze non aggiunte intenzionalmente. Possono derivare da impurità, reazioni chimiche, riciclo e decomposizione dei componenti originari.
Il riciclo, dunque, crea un paradosso: riduce il consumo di nuove materie prime, ma introduce una miscela chimica più difficile da controllare. Non è un motivo per abbandonarlo. Servono processi di selezione e decontaminazione migliori, barriere funzionali e controlli sul prodotto finito.
Il rischio non dipende soltanto dal tipo di confezione. A influire sono la durata del contatto, la temperatura, il contenuto di grassi, l’umidità, la superficie dell’alimento e la presenza di una barriera interna. Pasta, riso, cous cous, semolino e cereali possono rimanere nella scatola per molti mesi. La lunga conservazione favorisce il trasferimento delle componenti volatili, specie quando il prodotto tocca direttamente cartone riciclato.
Dolci, biscotti, cioccolato e snack contengono grassi capaci di assorbire alcuni contaminanti. Un sacchetto interno ben progettato riduce l’esposizione, mentre una semplice scatola senza barriera offre minore protezione. Per condimenti e preparati in polvere conta il confezionamento reale. Se il prodotto si trova in una bustina sigillata, è quella la superficie a contatto con il cibo, non il cartone esterno.
Nei surgelati, la bassa temperatura rallenta la migrazione. Il vantaggio può ridursi quando la confezione viene riscaldata nel forno o nel microonde. Un contenitore deve essere scaldato solo se le istruzioni lo autorizzano espressamente: il fatto che resista nel congelatore non significa che sia adatto alle alte temperature.
La Dott.ssa Sara Melchionda è un’esperta nel settore della sanità con oltre 15 anni di esperienza. Laureata in Tossicologia dell'ambiente e alimenti all'Università Statale di Lodi, ha sviluppato una solida competenza nelle tematiche legate alla sicurezza sanitaria, alla prevenzione dei rischi e alla valutazione degli effetti delle sostanze sulla salute. Nel corso della sua carriera ha collabora...