Il dibattito sulla patrimoniale torna al centro dell'attenzione europea: tra definizioni, modelli storici, proposte in UE e pressioni per una tassa unica su redditi e patrimoni, ragioni, criticitŕ e prospettive.
Il concetto di prelievo sulla ricchezza è tornato al centro del dibattito politico europeo. Negli ultimi mesi, discussioni e confronti tra i gruppi parlamentari dell'Unione Europea evidenziano come il tema della tassazione dei patrimoni e dei redditi più alti non sia più relegato a singole iniziative nazionali, ma assuma respiro transnazionale. Tale attenzione crescente nasce dall'esigenza di rispondere a persistenti disuguaglianze economiche e da pressioni sociali che invocano una maggiore equità contributiva.
La questione di una possibile tassa europea unica su patrimoni e redditi si intreccia con le sfide della mobilità dei capitali e della concorrenza fiscale tra Paesi. Proposte concrete o ipotesi di lavoro hanno iniziato a farsi spazio nelle commissioni e tra i rappresentanti degli Stati membri, alimentando un confronto acceso che coinvolge politici, economisti, cittadini e operatori economici.
Il termine imposta patrimoniale indica un prelievo che colpisce il patrimonio - comprendendo beni mobili, immobili, strumenti finanziari, titoli e altri valori - detenuto da individui o persone giuridiche. Questa forma di tassazione si distingue dalle imposte che gravano sul reddito poiché è applicata sullo stock di ricchezza accumulata e non sui guadagni annuali generati. La patrimoniale si articola in due principali varianti:
Nel contesto europeo, la situazione è molto frammentata: alcuni Paesi prevedono prelievi ricorrenti sull'intero patrimonio individuale, come Spagna, Norvegia e Svizzera; altri mantengono imposte su categorie specifiche di beni; altri ancora hanno abrogato simili forme di tassazione per ragioni economiche o pratiche.
La definizione della base imponibile richiede una dettagliata valutazione degli asset, includendo spesso sia risparmi finanziari sia componenti immobiliari e, talvolta, beni di lusso. Parametri come soglie di esenzione elevate e aliquote contenute mirano a escludere patrimoni modesti e colpire solo la fascia più agiata della popolazione. Ogni Stato utilizza criteri e modalità differenti per la dichiarazione e il pagamento dell'imposta, mentre eventuali proposte di patrimoniale unica europea si troverebbero a dover affrontare una notevole complessità di armonizzazione legislativa e fiscale.
Il confronto politico sulla tassazione delle grandi ricchezze ha assunto nuovi contorni negli ultimi anni. In Italia, la proposta avanzata dai sindacati, come il contributo di solidarietà proposto dalla Cgil sull'1,3% dei patrimoni oltre i 2 milioni di euro, ha sollevato forti reazioni, sia di consenso che di netta opposizione da parte delle forze di governo e di parte dell'opposizione. All'interno del Parlamento italiano, alcune forze politiche propongono invece modelli ispirati a quelli europei più rigorosi, come quello ideato dall'economista Zucman, con prelievi che possono arrivare fino al 3% per patrimoni da centinaia di milioni di euro.
Nel contesto dell'Unione Europea, la questione della patrimoniale ricorre ciclicamente nel dibattito parlamentare. Alcuni gruppi politici, come i liberali e i socialisti, sostengono la necessità di una maggiore armonizzazione delle regole fiscali al fine di contrastare l'evasione e l'elusione fiscale internazionale. La proposta circolata in sessioni recenti, pur priva di valore legislativo vincolante e di immediate conseguenze, mira a stimolare un confronto tra i partner europei sulle potenzialità di un prelievo coordinato a livello sovranazionale.
L'obiettivo è duplice:
A livello nazionale, le proposte risentono delle differenti sensibilità politiche e condizioni economiche dei vari Paesi. In Spagna, si è mantenuta un'imposta progressiva che oggi è permanente; in Francia il dibattito si è recentemente orientato, senza esito concreto, verso la reintroduzione di una patrimoniale su grandi fortune. Nei Paesi nordici, invece, la tassazione patrimoniale viene difesa come strumento consolidato di giustizia sociale. La resistenza più marcata proviene solitamente da governi conservatori o da Stati attrattivi per i capitali internazionali.
Le ultime discussioni mostrano comunque una crescente attenzione sia tra i rappresentanti dei cittadini sia tra gli esperti, soprattutto in relazione alle esigenze di bilancio connesse alle spese per welfare, transizione climatica e coesione sociale.
La concentrazione della ricchezza è uno degli argomenti chiave che alimenta la spinta verso una maggiore imposizione sui grandi patrimoni. Secondo dati diffusi da osservatori internazionali e istituzioni come Eurostat e Oxfam, in Italia il 10% più ricco della popolazione controlla circa il 60% della ricchezza totale, mentre la metà più povera possiede poco più del 7%. Uno scenario simile si osserva, con diverse sfumature, anche in altre economie europee avanzate.
L'argomentazione a favore di una più incisiva tassazione dei patrimoni si fonda su:
Va tuttavia ricordato che la popolarità di simili misure, spesso elevata nei sondaggi, si scontra con enormi difficoltà nella loro concreta attuazione e con la paura delle ripercussioni su investimenti e occupazione.
La cosiddetta tassa Zucman prende il nome dall'economista francese Gabriel Zucman, che ha ideato un modello di prelievo annuale del 2% sui patrimoni che superano determinate soglie di eccezionale entità (ad esempio, cento milioni di euro). La proposta ha acquisito visibilità a livello europeo, stimolando il dibattito sia nelle assemblee nazionali che nel Parlamento UE.
Il modello Zucman si distingue per alcune caratteristiche:
Il confronto internazionale mette in evidenza come:
Attualmente, le patrimoniali stabili sono meno diffuse rispetto al passato: se nei primi anni '90 dodici Paesi OCSE prevedevano imposte simili, oggi sono solo tre a mantenere una patrimoniale ricorrente sull'intero patrimonio. La loro efficacia è oggetto di ricerche controverse: alcune analisi sottolineano la loro incidenza sulla riduzione delle disuguaglianze, altre ne criticano la complessità di applicazione e la capacità di generare entrate significative senza effetti collaterali sulle opportunità di investimento.
Le modalità di calcolo delle imposte patrimoniali e le esenzioni differiscono sensibilmente tra Paesi e all'interno dei diversi regimi fiscali, anche a tutela dei patrimoni più ridotti e dei beni produttivi. I criteri di valutazione, le aliquote e le soglie di esenzione sono oggetto di continui aggiornamenti e revisioni in funzione delle esigenze di equità e sostenibilità economica.
I principali argomenti contrari a una tassa patrimoniale unica in Europa sono rappresentati dal timore di fuga dei capitali, dall'incertezza sull'impatto sugli investimenti e dalla percezione di doppia imposizione sulle ricchezze già tassate in fase di accumulo. Le esperienze recenti di consultazioni popolari, come nei referendum svizzeri sulle imposte di successione, mostrano una predisposizione favorevole dell'elettorato sulla carta ma una netta reticenza al momento di attuare concretamente le misure.
Le critiche si concentrano su:
Non manca chi sottolinea l'importanza di una lotta sistematica all'evasione fiscale come misura alternativa o complementare, evidenziando come una patrimoniale mal concepita rischi di colpire anche patrimoni medio-alti che svolgono una funzione positiva nell'economia reale.