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Pensioni, forze dell'ordine e militari hanno diritto ai fondi integrativi: accolta richiesta da Ue

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di Dott.ssa Serena Benedetti pubblicato il

L'Europa riconosce il diritto delle Forze dell'Ordine e dei Militari ai fondi pensionistici integrativi: una svolta che supera decenni di disparità, aprendo nuovi scenari economici e prospettive nel settore.

L'Italia si trova davanti a un passaggio determinante: per le Forze dell'Ordine e il personale militare è appena cambiato il contesto della previdenza. Questo cambiamento impone alle istituzioni di reagire di fronte a una situazione di disparità che persisteva da oltre trent'anni, creando incertezza e attese negli stessi lavoratori coinvolti e nelle loro famiglie. Il riconoscimento da parte degli organi europei rappresenta una svolta nelle garanzie previdenziali e apre scenari inediti sia in termini economici sia nella giustizia sociale.

La recente delibera del Comitato europeo dei Diritti sociali (CEDS) ha segnato un passaggio storico, accogliendo il ricorso presentato dall'Associazione Sindacale Militare ASSO.MIL., rappresentata dall’avvocato Egidio Lizza. Al centro della disputa vi era l'esclusione del personale del comparto difesa e sicurezza dall’accesso ai fondi pensione integrativi di tipo negoziale, diritto invece garantito da tempo ad altre categorie di dipendenti pubblici italiani. Questa decisione europea risponde a un’esigenza di equità e parità tra i lavoratori, sottolineando come l’assenza di tali strumenti integrativi comportasse discriminazione e penalizzazioni economiche ingiustificabili.

D’ora in avanti, il Paese dovrà adeguarsi introducendo la possibilità, per circa 500.000 tra poliziotti, carabinieri, militari e personale della sicurezza, di accedere a una previdenza complementare. Una riforma attesa dagli stessi operatori di questi settori, spesso esposti a rischi maggiori, che garantirà l’allineamento con gli standard europei in materia di diritti sociali e previdenza. Le conseguenze saranno significative non solo dal punto di vista individuale, ma anche sul piano collettivo e istituzionale, obbligando lo Stato a ridefinire le proprie priorità nel tutelare chi opera a difesa della collettività.

Origine e conseguenze della mancata istituzione dei fondi integrativi: discriminazioni e impatti economici

L’introduzione della previdenza integrativa nel pubblico impiego italiano ha rappresentato, dagli anni Duemila, una risposta concreta all’esigenza di integrare il trattamento di fine servizio e la pensione pubblica, progressivamente ridimensionata dalle riforme. Attraverso strumenti come i fondi Espero e Perseo, la platea dei dipendenti pubblici ha potuto beneficiare dell’accantonamento collettivo e di un contributo datoriale aggiuntivo, offrendo un’opportunità di stabilità futura. Questo meccanismo, tuttavia, ha sistematicamente escluso lavoratori in divisa, cioè forze dell'ordine e militari, per ragioni di natura normativa e amministrativa che non hanno trovato soluzione per decenni.

Nonostante il legislatore avesse previsto l’avvio di un percorso negoziale con le rappresentanze sindacali, la situazione è rimasta bloccata. Diverse leggi hanno dato mandato al Governo di istituire fondi integrativi anche per questo comparto, ma, tra rinvii e mancate intese, la previdenza integrativa per l’area sicurezza e difesa non è mai stata attivata. Questo ha generato:

  • Un danno economico diretto: in assenza di fondi integrativi, i lavoratori delle forze armate e delle forze di polizia hanno perso sia il contributo aggiuntivo offerto dal datore di lavoro che la possibilità di accedere a rendimenti aggiuntivi necessari a compensare il ridimensionamento delle pensioni pubbliche negli ultimi decenni.
  • Una discriminazione giuridica: l’esclusione determinava un trattamento meno favorevole senza ragioni né basi giustificative, contravvenendo agli obblighi internazionali assunti dall’Italia in ambito di equità nei diritti sociali.
  • Conseguenze sociali e motivazionali: la mancata valorizzazione della specificità e del rischio associato alle professioni in divisa si traduceva in un senso diffuso di ingiustizia percepita all’interno di un corpo professionale dal ruolo strategico.
Secondo le stime elencate dal Comitato europeo, il monte salari complessivo riferito al personale interessato ammonta a circa 25 miliardi di euro. Applicando lo schema contributivo previsto per fondi pensione come Espero e Perseo (1% datore di lavoro, 1% lavoratore sulla retribuzione utile ai fini TFR), emerge che l’onere per lo Stato sarebbe stato, già oggi, di almeno 250 milioni l’anno. Questa somma, destinata ai lavoratori in uniforme, sarebbe dovuta confluire in una gestione collettiva finalizzata a rafforzare la sostenibilità previdenziale tipica dei lavori pubblici con peculiarità operative.

Le conseguenze della mancata attuazione dei fondi integrativi si riflettono anche su altri aspetti:

  • Riduzione delle tutele: chi svolge incarichi ad alto rischio ha meno possibilità di costruirsi un futuro solido.
  • Impatto su attrattività e fidelizzazione: condizioni pensionistiche meno favorevoli rendono meno appetibile la scelta di intraprendere una carriera nelle forze dell’ordine o nelle forze armate, aggravando la difficoltà di reclutamento di personale qualificato.
  • Conflitto sociale: la distanza nella tutela previdenziale ha alimentato tensioni sindacali, ricorsi e un contenzioso che ha attraversato le legislature, sollecitando anche le autorità sovranazionali come il CEDS.
Sotto il profilo giuridico, la discriminazione è stata dichiarata ingiustificata e sproporzionata poiché fondata esclusivamente sullo status professionale. I precedenti normativi e il dettato delle convenzioni internazionali impongono un trattamento uniforme a chi svolge servizio pubblico, soprattutto quando si tratta di lavori a elevata esposizione a pericoli. Dunque, l’Italia è ora chiamata a correggere una mancanza di equità incompatibile con i propri obblighi internazionali.

Tra gli errori più comuni commessi dalle amministrazioni vi sono stati:

  • L’interpretazione restrittiva della normativa, che ha impedito di allargare le tutele anche in assenza di una riforma specifica;
  • La sottovalutazione dell’impatto economico negativo di questa esclusione su larga scala;
  • Il ricorso al rinvio, confidando nella gestione futura del problema senza un’azione concreta e tempestiva.
Oggi, la sentenza europea mette un punto fermo: le discriminazioni non sono più tollerate, e lo Stato dovrà garantire a ogni membro delle forze dell’ordine e personale militare la possibilità di accedere a un regime pensionistico integrativo, colmando il divario rispetto al resto del pubblico impiego.

Cosa cambia ora: scenari, costi stimati e prospettive per i lavoratori in divisa

L’accoglimento del ricorso da parte del Comitato europeo dei Diritti sociali impone immediati adeguamenti normativi e amministrativi. Il Governo è chiamato a predisporre un quadro attuativo che consenta a circa mezzo milione di dipendenti tra poliziotti e militari di accedere a forme di previdenza complementare analoghe a quelle dei colleghi di altri settori pubblici. È fondamentale analizzare i cambiamenti previsti, gli oneri stimati e le prospettive che si aprono per i lavoratori in uniforme.

Dal punto di vista tecnico, l’attuazione della previdenza integrativa dovrà replicare i meccanismi già adottati per fondi come Espero e Perseo:

  • Il lavoratore versa una quota della propria retribuzione (tipicamente l’1% del salario utile ai fini TFR);
  • L’amministrazione pubblica aggiunge una quota equivalente (1% della stessa base di calcolo);
  • I contributi vengono gestiti da un fondo collettivo che, mediante investimenti regolamentati, garantisce la possibilità di rendimenti aggiuntivi sulla previdenza futura;
  • L’adesione resta su base volontaria, ma l’opportunità di integrare la pensione pubblica risponde a una necessità concreta data dalla progressiva riduzione degli assegni previdenziali di prima fascia.
A livello di impatto finanziario, le proiezioni indicano:
Voce analizzata Valore stimato
Plateo interessata 500.000 persone
Monte salari di riferimento 25,14 miliardi di euro/anno
Costo aggiuntivo per lo Stato circa 250 milioni euro/anno
Contributo versato dal dipendente 1% del salario utile ai fini TFR
Contributo versato dallo Stato 1% del salario utile ai fini TFR

L’integrazione della previdenza per chi indossa la divisa comporta una serie di benefici:

  • Parità di trattamento: fine di un divario giuridico ed economico rispetto agli altri lavoratori pubblici.
  • Aumento delle tutele previdenziali: possibilità di pianificare il proprio futuro svolgendo professioni ad alto rischio e responsabilità.
  • Maggior motivazione e valore riconosciuto alla categoria: il riconoscimento di questo diritto rappresenta un passo verso la valorizzazione delle specificità di chi opera per la sicurezza collettiva.
  • Effetto positivo sul clima sindacale: diminuzione di tensioni, contenziosi e senso di disparità tra le diverse categorie di dipendenti pubblici.
È importante sottolineare che, per l’attuazione effettiva, occorreranno norme di dettaglio: dovranno essere definiti gli accordi con le rappresentanze sindacali, regolati gli aspetti tecnici sulla gestione dei fondi – selezione degli enti gestori, criteri di governance, allocazione dei rischi e trasparenza di gestione –, e assicurato un controllo delle coperture finanziarie a carico dell’amministrazione pubblica.

Eventuali criticità da evitare emerse già nel dibattito pubblico e sindacale riguardano soprattutto:

  • L’eccessiva burocratizzazione delle procedure di adesione e versamento;
  • L’insufficienza di formazione e informazione agli operatori circa i propri diritti e opportunità;
  • La tentazione di posticipare nuovamente l’attuazione tramite provvedimenti parziali;
  • Il mancato raccordo con i fondi già attivi in altri settori, che rischierebbe di produrre nuove asimmetrie previdenziali;
  • La mancanza di trasparenza nella gestione dei fondi e nei meccanismi di rendimento.
Dal punto di vista operativo, è concreto il rischio che la riforma non sia efficace se il processo attuativo non coinvolge attivamente tutte le parti interessate, incluse le associazioni di rappresentanza e le organizzazioni sindacali, per garantire un sistema equo, sostenibile e rispondente alle esigenze specifiche della categoria.

Nel concreto, la decisione europea porta a:

  • Un miglioramento del quadro previdenziale per oltre mezzo milione di lavoratori;
  • Un obbligo chiaro per il Governo e le Amministrazioni coinvolte nel legiferare rapidamente e consultare tutte le parti sociali interessate;
  • Una maggiore equità tra i settori pubblici e tra i lavoratori delle diverse categorie nel trattamento pensionistico.





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Dott.ssa Serena Benedetti

La dott.ssa Serena Benedetti è un'esperta previdenziale con oltre 15 anni di esperienza nel campo della consulenza e dell'assistenza previdenziale. Laureata in Economia e Commercio, ha dedicato la sua carriera all'analisi delle politiche pensionistiche e alla consulenza su temi legati al welfare e alla previdenza sociale. Grazie alla sua competenza, ha collaborato con diversi...