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Perchè costa sempre di più fare la spesa e i prezzi aumentano se l'inflazione risulta stabile?

di Marcello Tansini pubblicato il
Perchè costa sempre di iù fare la spesa

Perché i prezzi della spesa aumentano anche con un'inflazione stabile? Cerchiamo di comprendere i meccanismi dietro il caro-spesa, l'impatto dei mercati, delle filiere e delle dinamiche sociali, tra speculazioni e realtà quotidiane.

Il panorama economico italiano offre uno scenario apparentemente contraddittorio: mentre le statistiche ufficiali evidenziano una stabilità dei tassi d’inflazione, la realtà vissuta tra le corsie dei supermercati suggerisce ben altro. Molti consumatori notano che il costo della spesa continua ad aumentare, nonostante non si registrino impennate nei dati macroeconomici. Questa disparità tra percezione e dati ufficiali nasce da una serie complessa di fattori che vanno ben oltre le medie aritmetiche calcolate dagli istituti di statistica. L’inflazione, infatti, rappresenta una media ponderata che può celare forti differenze tra i settori e influire diversamente sulla quotidianità delle singole famiglie. Questo articolo mira a chiarire le ragioni di un simile paradosso, restituendo una visione completa di ciò che si cela dietro l’aumento dei prezzi nella spesa quotidiana.

Cos’è davvero l’inflazione e come viene misurata

Per comprendere perché la percezione dei rincari non corrisponde ai dati ufficiali sull’inflazione, occorre innanzitutto definirla con precisione. L’inflazione rappresenta l’aumento generalizzato e duraturo dei prezzi di beni e servizi in un’economia. La sua misurazione non si basa su pochi esempi: istituti come l'Istat elaborano ogni mese l’Indice dei Prezzi al Consumo (IPC), monitorando l’andamento di un cosiddetto “paniere” di prodotti. Questo paniere mira a rappresentare gli acquisti tipici della famiglia media, dai generi alimentari alle bollette, dai trasporti agli abbonamenti.

Non tutti i prodotti pesano allo stesso modo nel calcolo dell'inflazione: la media è ponderata in base all’incidenza reale delle spese delle famiglie. Questo significa che aumenti consistenti nelle categorie più utilizzate, come cibo o energia, fanno crescere l’indice più che rincari settoriali limitati. Al contrario, un calo temporaneo nei prezzi di prodotti meno acquistati può avere un impatto minore sulla statistica generale.

Gli indici di riferimento sono diversi: oltre all’IPC nazionale, esistono indicatori specifici come il FOI (per famiglie di operai e impiegati) o l’IPCA (armonizzato europeo), ognuno con metodo proprio, tanto che la stessa inflazione può variare sensibilmente a seconda dell’indice scelto. Questa pluralità di strumenti spiega in parte la discrepanza tra dati e percezioni quotidiane, lasciando spesso spazio a interpretazioni superficiali o fuorvianti.

Clima, eventi globali e volatilità delle materie prime

L’inflazione non nasce solo da dinamiche interne al paese: è sempre più evidente come il clima e gli eventi globali influenzino l’andamento dei prezzi, specie per le materie prime. Fenomeni climatici avversi quali siccità, alluvioni o ondate di gelo possono causare drastici cali di produzione agricola, incidendo direttamente sul prezzo di numerosi prodotti alimentari.

A ciò si aggiungono crisi geopolitiche, guerre e cambiamenti nelle catene di approvvigionamento: il conflitto tra Russia e Ucraina ha comportato forti oscillazioni nel prezzo di cereali ed energia, mentre le speculazioni finanziarie sulle commodities creano ulteriori instabilità. Come dimostra anche la recente volatilità dei derivati animali e del latte a livello europeo, anche la produzione industriale è soggetta a fattori esterni che ne modulano i costi e, di conseguenza, il prezzo finale per il consumatore.

Perché i prezzi salgono anche quando l’inflazione è stabile?

Quando si parla di inflazione stabile, molti immaginano un congelamento generale dei prezzi. In realtà, la stabilità dell’indice indica soltanto che i prezzi crescono a un ritmo costante rispetto al passato, non che smettano di salire. Se il tasso inflazionistico si assesta all’1,5% dopo aver superato il 5% negli anni passati, il livello dei prezzi continuerà ad aumentare ma più lentamente. Il problema sta nell’effetto cumulativo dei rincari storici: ogni nuovo incremento, benché lieve, si applica su prezzi già elevati dalle ondate inflazionistiche precedenti.

Le famiglie riscontrano questo fenomeno in modo diretto proprio negli acquisti più frequenti: il dato medio nazionale non restituisce la portata reale del rincaro di beni di prima necessità, spesso soggetti a dinamiche differenti. Gli aumenti nel settore alimentare, ad esempio, incidono maggiormente sulla percezione del “caro-spesa”, anche quando la crescita dell’inflazione risulta contenuta in termini complessivi.

La risposta risiede nel meccanismo della media ponderata: se cala il prezzo di prodotti poco acquistati e aumentano quelli essenziali, l’inflazione rimane stabile ma le famiglie continuano a spendere di più per le stesse abitudini di consumo.

L’effetto somma e la percezione del caro-spesa

Il senso di frustrazione provato dai consumatori deriva spesso dall’effetto somma. Ogni anno, i prezzi aumentano anche solo di piccoli importi, ma l’accumulo annuale genera nel tempo un livello dei prezzi decisamente superiore a quello di pochi anni prima. Ad esempio – considerando dati recenti – benché l’inflazione sia passata da valori di picco (oltre l’8% nel 2022) a livelli moderati (1,2% nel 2025), i prezzi degli alimentari sono rimasti su livelli elevati, crescendo progressivamente.

Questo fenomeno, per il consumatore, significa trovarsi ogni anno con una spesa maggiore a parità di acquisti, senza rilievo per l’andamento apparentemente rassicurante dell’inflazione. Ciò si riflette anche sulla percezione di impoverimento collettivo, perché i carichi maggiori ricadono sulle fasce di reddito più esposte, come pensionati e precari, che non vedono adeguati meccanismi di crescita degli stipendi rispetto all’aumento del costo della vita.

  • L’incremento dei prezzi si somma annualmente anche con inflazione stabile
  • I beni più acquistati crescono più della media inflazionistica
  • La dinamica alimenta la percezione di continuo impoverimento

Perché i prezzi dei beni alimentari aumentano più dell’inflazione?

La crescita dei prezzi degli alimentari rispetto alla media è ormai un dato costante delle rilevazioni Istat e delle associazioni dei consumatori. Questa dinamica trova spiegazione in molteplici fattori:
  • Gli squilibri climatici degli ultimi anni hanno generato impatti negativi su produzione agricola e filiere animali. Eventi come siccità, malattie animali ed epidemie hanno costretto produttori a ridurre l’offerta, spingendo i prezzi verso l’alto.
  • Le materie prime agricole e alimentari sono particolarmente sensibili alla volatilità internazionale – basta una crisi geopolitica, un embargo, o la speculazione sui futures delle commodity per causare rincari immediati.
  • I costi energetici e dei trasporti, cresciuti esponenzialmente a partire dal 2022, hanno inciso su tutte le fasi di trasformazione, conservazione e distribuzione dei beni alimentari.
  • La stagionalità e la dipendenza dalle importazioni rendono i prezzi ancora più soggetti a variabili imprevedibili.
Infine, il divario tra aumento dei prezzi alimentari e inflazione generale riflette anche l’andamento dei salari e della domanda: nel corso del 2025 si è registrato che il cosiddetto “carrello della spesa” è cresciuto più del doppio della media inflattiva, penalizzando soprattutto le famiglie a reddito fisso. Questo è un punto centrale per comprendere la divergenza tra la media nazionale (che include anche settori in calo o stazionari) e l’esperienza vissuta dai cittadini comuni nei negozi di alimentari.

Speculazione, filiera e dinamiche di mercato: il ruolo dell’avidità nei rincari

Le dinamiche di mercato e il funzionamento della filiera incidono notevolmente sulle fluttuazioni del costo dei prodotti. In diversi casi, il rincaro dei prezzi non riflette un reale aumento dei costi di produzione, ma è spinto da pratiche speculative o dall’ampliamento dei margini nella catena distributiva. Esperti del settore sottolineano come, specie in momenti di turbamento, alcuni operatori sfruttino l’attesa generalizzata di aumenti per giustificare ritocchi eccessivi dei listini, anche quando non vi siano aggravi immediati sui costi di logistica o materie prime.

In casi documentati, a incidere maggiormente sono state le speculazioni finanziarie internazionali sulle materie prime: fondi d’investimento che muovono grandi quantità di commodities e fanno oscillare i prezzi a svantaggio di produttori, dettaglianti e consumatori finali. Questa dinamica, nota come "inflazione opportunistica", contribuisce al divario tra dati statistici e reale pressione sulla spesa alimentare quotidiana.

Il potere d’acquisto delle famiglie e la realtà sociale dietro i numeri

L’evoluzione del potere d’acquisto degli italiani è strettamente legata all’andamento dei prezzi, più ancora che all’inflazione in senso stretto. Anche a fronte di dati macroeconomici stabili, la realtà mostra come siano sempre più numerose le famiglie in difficoltà nel gestire le spese essenziali. I dati Istat rilevano che negli ultimi anni oltre 2,2 milioni di nuclei vivono in povertà assoluta, mentre più di 5,7 milioni di individui hanno subito una riduzione significativa nel tenore di vita.

Le ragioni di questa crescente pressione sono legate a vari fattori:

  • i salarî reali sono spesso stagnanti o insufficienti a compensare l’aumento dei prezzi
  • le spese essenziali – come alimentari, affitti e bollette – rappresentano una quota crescente del bilancio familiare
  • le famiglie fragili, come pensionati, precari e disoccupati, non dispongono di strumenti per adeguare i loro redditi al caro-vita
L’impatto sociale dei rincari si manifesta anche nella riduzione dei consumi, nelle rinunce obbligate e nel senso diffuso di insicurezza verso il futuro. Numerosi studi sottolineano che la realtà quotidiana pesa più delle statistiche aggregate, fornendo una chiave di lettura essenziale per interpretare la distanza tra numeri ufficiali e disagio sociale vissuto.

Le risposte delle istituzioni: il ruolo delle banche centrali e le politiche per il contenimento dei prezzi

Le istituzioni monetarie, in particolare la Banca Centrale Europea (BCE), svolgono un compito centrale nella lotta contro l’instabilità dei prezzi, mirano a mantenere l’inflazione su valori considerati sani per lo sviluppo. Il loro strumento principale è la gestione dei tassi d’interesse: aumentando i tassi si scoraggia l’indebitamento e si raffredda la domanda, con l’effetto di limitare la crescita dei prezzi. Viceversa, quando servono stimoli, i tassi vengono abbassati, favorendo consumi e investimenti.

Tuttavia, la politica monetaria ha effetti collaterali: se da un lato raffredda l’inflazione, dall’altro può rallentare la crescita economica o aumentare la disoccupazione. Gli interventi istituzionali vengono spesso accompagnati da iniziative politiche mirate, come accordi tra governo e grande distribuzione per limitare gli aumenti, bonus e aiuti diretti alle fasce più fragili, tentativi di regolamentare la trasparenza nei prezzi in tutta la filiera.

La BCE, come chiarito nei propri documenti ufficiali, punta a mantenere l’inflazione intorno al 2% nel medio periodo, riconoscendo che oscillazioni su diversi settori possono avere impatti differenziati nella vita reale delle famiglie. La tutela del potere d’acquisto e il sostegno sociale diventano, quindi, aspetti sempre più considerati anche nelle scelte strategiche di politica economica.