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Pfas nocivo trovato nell'asfalto, in una delle vie più trafficate in Italia: i rischi e l'inchiesta che si allarga

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di Alberto Pelletti pubblicato il

L’allarme PFAS arriva dai cantieri di una delle strade più trafficate: le sostanze sono state trovate nell’asfalto e l’inchiesta coinvolge 18 persone. Tra gallerie, rischi per la salute e un Veneto già segnato dall’emergenza ambientale, gli accertamenti dovranno chiarire responsabilità e possibili esposizioni.

La Procura di Vicenza ha portato a 18 il numero delle persone coinvolte nell’inchiesta sui PFAS usati nei cantieri della Superstrada Pedemontana Veneta, tra Vicenza e Treviso. Ai 12 indagati del primo filone se ne sono aggiunti sei, tutti capicantiere. Al centro dell’ipotesi investigativa c’è l’impiego di un accelerante per il cemento contenente acido perfluorobutanoico, con possibili ricadute sulle acque del torrente Poscola e sul territorio vicentino.

Il prodotto contestato sarebbe stato usato nel calcestruzzo proiettato delle gallerie, applicato sulle superfici sotterranee per consolidarle e rivestirle. La Procura indaga anche sul possibile percorso del composto: dalle acque di lavorazione dei cantieri fino al torrente.

Che cosa è stato trovato nei cantieri

La sostanza indicata è il PFBA, acido perfluorobutanoico, un composto appartenente alla famiglia dei PFAS, sostanze per- e polifluoroalchiliche. Secondo l’accusa, il PFBA sarebbe stato presente nell’additivo accelerante Mapequick AF 1000, impiegato per far indurire più rapidamente il calcestruzzo spruzzato sulle pareti delle gallerie. Gli investigatori contestano l’uso del prodotto in concentrazioni superiori ai valori soglia richiamati da un parere dell’Istituto superiore di sanità del 2015.

La miscela, applicata sulle superfici sotterranee, sarebbe arrivata nei lavori attraverso un accelerante chimico. L’indagine verifica il rispetto delle prescrizioni tecniche e ambientali che regolavano l’impiego del prodotto.

La Procura ipotizza che le acque di scolo dei cantieri contenessero PFBA e che il deflusso abbia raggiunto il torrente Poscola. Da qui il contaminante avrebbe potuto interessare le acque superficiali e quelle sotterranee. La vicenda ha origine e procedimento diversi dalla contaminazione storica collegata all’ex Miteni di Trissino, pur riguardando la stessa ampia famiglia di sostanze e una parte dello stesso territorio.

Le gallerie e i territori interessati

Sono finite sotto esame la galleria naturale di Malo, nei territori di Castelgomberto e Malo, e quella di Sant’Urbano, nel territorio di Montecchio Maggiore. Il primo filone investigativo riguarda l’impiego dell’additivo e le presunte violazioni nelle lavorazioni sotterranee. Con l’ingresso di sei capicantiere nel secondo filone, l’attenzione si è estesa alla gestione concreta dei lavori.

Tra i Comuni citati nelle ricostruzioni dell’indagine figurano Isola Vicentina, Castelgomberto e Malo. Le possibili ricadute ambientali riguardano il bacino del Poscola e le acque locali. Gli accertamenti menzionano anche il territorio di Montecchio Maggiore, dove si trova la galleria di Sant’Urbano.

La zona vicentina è già interessata dalla contaminazione da PFAS legata allo stabilimento Miteni di Trissino. Quella vicenda ha coinvolto un’area estesa tra le province di Vicenza, Verona e Padova e ha riguardato la falda e l’acqua potabile di numerosi Comuni. L’inchiesta sulla Pedemontana esamina una possibile fonte legata ai materiali e alle acque dei cantieri.

Perché sono indagate 18 persone

Nel primo filone le persone indagate sono 12. Tra loro figurano soggetti riconducibili a Sis e Spv, rispettivamente la società costruttrice e quella concessionaria della Pedemontana Veneta. L’ipotesi coinvolge vertici aziendali, responsabili tecnici e persone con incarichi nella gestione delle opere. I sei capicantiere entrati nel secondo filone portano a 18 il totale delle persone interessate dagli accertamenti.

La Procura contesta, a vario titolo e in relazione alle singole posizioni, le ipotesi di inquinamento ambientale e omessa bonifica. Gli investigatori esaminano le attività svolte tra il 2021 e il 2024 e la possibile dispersione del composto durante i lavori.

Tra gli aspetti contestati c’è il rispetto delle prescrizioni sulla composizione del calcestruzzo proiettato. Le gallerie erano già state sottoposte a sequestri nell’ambito di precedenti verifiche sui materiali e sulle certificazioni delle opere. Il nuovo filone riguarda anche l’eventuale uso dell’accelerante contenente PFBA nelle condizioni contestate e il possibile contributo delle acque di lavorazione alla contaminazione del Poscola.

La Procura valuta la possibile riunificazione dei procedimenti, così da coordinare le posizioni dei 12 indagati iniziali e dei sei capicantiere. La decisione dipende dalle valutazioni dei magistrati e dalla connessione tra i fatti contestati. I due filoni riguardano la stessa opera e l’impiego del prodotto accelerante, ma prendono in esame ruoli e condotte differenti.

PFAS: pericolo e rischio di esposizione

I PFAS sono impiegati in numerosi processi e prodotti per la loro resistenza all’acqua, ai grassi e alle alte temperature. Una loro caratteristica è la persistenza ambientale: alcuni composti si degradano con difficoltà, possono restare a lungo nell’ambiente e accumularsi nell’organismo. La famiglia comprende sostanze con proprietà e profili tossicologici diversi. Il PFBA è un PFAS a catena corta; PFOA e PFOS sono tra i composti più studiati.

Le valutazioni sanitarie associano l’esposizione prolungata ad alcuni PFAS a possibili effetti sul sistema immunitario, sul fegato e sulla tiroide, a variazioni del colesterolo e a rischi per la gravidanza e lo sviluppo. Per specifiche sostanze, la letteratura scientifica ha rilevato anche associazioni con alcuni tumori.

Nel caso della Pedemontana, l’ipotesi investigativa riguarda un possibile rilascio di PFBA dalle acque di cantiere. Le verifiche ambientali e i dati di monitoraggio sono al centro degli accertamenti sulla presenza del composto e sulle possibili vie di esposizione.

Il quadro ambientale del Veneto

La contaminazione attribuita all’ex Miteni ha interessato le province di Vicenza, Verona e Padova. Secondo le ricostruzioni della vicenda, per anni oltre 350.000 persone sono state esposte ad acqua contaminata. Le indagini sullo stabilimento hanno dato origine a procedimenti giudiziari distinti da quello sulla superstrada, nei quali vengono esaminate responsabilità e condotte legate all’impianto.

Le nuove contestazioni riguardano un possibile apporto di PFBA collegato a un’opera infrastrutturale. Le fonti potenziali di inquinamento da PFAS comprendono processi industriali, prodotti impiegati nei cantieri e altri usi; nel procedimento sulla Pedemontana, il nesso ipotizzato dagli inquirenti parte dall’additivo, passa per il calcestruzzo e le acque di scolo e arriva al Poscola.

Le verifiche ambientali servono anche a distinguere l’eventuale contributo dei cantieri dal carico preesistente nel territorio. Per i residenti, le conseguenze pratiche dipendono dalla qualità delle acque effettivamente utilizzate e dagli eventuali provvedimenti di tutela disposti dalle autorità competenti.

La fase investigativa dovrà ricostruire l’uso dell’accelerante, la sua composizione e le modalità con cui è stato impiegato nelle due gallerie. Sul versante ambientale, gli accertamenti riguardano la presenza di PFBA nelle acque di cantiere e nel Poscola, la possibile estensione alle acque superficiali e sotterranee e il rapporto temporale e causale con le lavorazioni. Questi elementi serviranno a verificare le ipotesi di inquinamento e a valutare le responsabilità individuali.

La Procura dovrà esaminare la condotta dei vertici di Sis e Spv, dei responsabili tecnici, dei direttori di cantiere e dei capicantiere, tenendo conto dei rispettivi compiti e poteri decisionali. L’eventuale riunificazione dei procedimenti concentrerebbe in un’unica trattazione gli elementi relativi all’impiego del prodotto e alla gestione dei lavori.

Il passaggio successivo sarà la definizione delle contestazioni e, se ne ricorreranno i presupposti, la richiesta di rinvio a giudizio. Il percorso processuale stabilirà se l’uso del PFBA abbia violato le prescrizioni, se ne sia derivato un danno ambientale e quali responsabilità siano attribuibili alle 18 persone indagate.




Alberto Pelletti

Alberto Pelletti è un esperto del settore motori con oltre 18 anni di esperienza nel campo dell’analisi automotive. Opera a Torino come consulente per aziende e privati, collaborando con realtà attive nel settore automobilistico. Le sue competenze spaziano dalla valutazione delle flotte aziendali all’ottimizzazione dei costi di gestione dei veicoli. Grazie alla sua lunga esperienza, ha sviluppa...