Le previsioni della CGIA di Mestre sul Pil dell'Italia al 2026 delineano una crescita nazionale disomogenea, con Emilia-Romagna protagonista, Veneto tra fermenti e difficoltà, e persistente divario tra Nord e Sud, influenzato da PNRR, investimenti e scenari geopolitici.
Le nuove stime sulla crescita economica per il 2026 elaborate dall’Ufficio Studi della CGIA di Mestre disegnano un quadro chiaro: l’Italia si prepara ad oltrepassare la soglia dei 2.300 miliardi di Pil nominale, segnando un ulteriore incremento rispetto all’anno precedente. Tuttavia, sebbene l’incremento percentuale nominale si attesti sul 2,9%, la crescita reale prevista si ferma ad appena lo 0,7% una volta depurata dall’effetto inflattivo. Tali numeri mettono in evidenza una nuova stagione di moderata espansione, sostenuta principalmente dalla solidità dell’export e dalla resilienza dei consumi delle famiglie, elementi di continuità con gli anni più recenti.
La CGIA di Mestre sottolinea che l’Italia condivide con altri Paesi europei di rilievo, come Francia e Germania, una difficoltà pressoché strutturale nel consolidare una crescita durevole. Alla base di queste dinamiche persistono elementi come la produttività stagnante, l’apparato burocratico complesso e la difficoltà nell’attrarre e valorizzare capitale umano di qualità. In questo contesto, il 2026 rappresenta un anno di transizione: una moderata fiducia nella ripresa viene comunque offuscata dall’assenza di riforme incisive e dal lento esaurimento delle risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Il divario tra le diverse aree del Paese rimane evidente e mette in discussione la tenuta del sistema socio-economico italiano su base territoriale.
L’analisi complessiva vede la crescita nazionale trainata da alcune Regioni del Nord e del Centro, mentre le prospettive per il Sud restano meno dinamiche. Nel dettaglio, la CGIA segnala che l’incremento complessivo del Pil nazionale dovrebbe aggirarsi su uno 0,7% in termini reali, con il contributo principale proveniente da settori orientati all’export, dal comparto manifatturiero evoluto e dalla tenuta dei consumi privati.
Tale performance resta però ben al di sotto della media europea. In particolare, gli investimenti nel 2026 mostrano una netta decelerazione rispetto all’anno precedente, a causa del progressivo esaurimento delle risorse straordinarie derivanti dal PNRR. Questa decrescita degli investimenti riguarda trasversalmente tutte le aree del Paese, ma penalizza in misura maggiore i territori già strutturalmente più fragili.
L’espansione dell’export, prevista attorno all’1% su base annua, rappresenta ancora una leva determinante per l’economia italiana. I consumi delle famiglie continuano a dare segnali di resilienza (+0,6%), mentre la spesa della Pubblica Amministrazione contribuisce per un +0,5%. Tuttavia, la fragilità strutturale del sistema produttivo, unita a una pubblica amministrazione poco efficiente e alle difficoltà di attrarre capitale umano, limita la possibilità di agganciare quadranti di crescita più sostenuta.
La distribuzione territoriale della crescita si conferma ancora una volta disomogenea. Alcune province del Nord emergono nettamente rispetto alla media nazionale, sia per dinamica dell’export che per competitività industriale. L’entità della ripresa, tuttavia, viene mitigata da persistenti criticità: la produttività del lavoro resta bassa, la pressione fiscale e la burocrazia continuano a pesare sull’operatività delle imprese, e la crescita appare ancora troppo esposta a shock esterni di natura geopolitica ed energetica.
Le previsioni per il 2026 vedono l’Emilia-Romagna come l’area territoriale leader nell’espansione del Pil regionale, spodestando il Veneto che aveva primeggiato nel 2025. La regione, già storicamente nota per il suo tessuto produttivo evoluto e variegato, conferma la propria dinamicità con una crescita stimata attorno allo 0,86% su base annua, secondo la CGIA di Mestre. Questo balzo in avanti viene attribuito soprattutto all’ottima performance di settori ad alto valore aggiunto come la metalmeccanica, l’automotive e le biotecnologie; segmenti che continuano a mostrare competitività sia sul mercato nazionale che in ambito internazionale.
Oltre alla forza industriale, l’Emilia-Romagna beneficia di una strategia di sviluppo incentrata sull’innovazione tecnologica e su una politica di investimenti pubblici e privati orientata all’internazionalizzazione e al rafforzamento della manifattura. Il mercato del lavoro si mantiene stabile e resiliente, capace di assorbire nuove competenze e garantire un buon livello occupazionale. Questo mix di competitività, infrastrutture efficienti e capacità di adattamento garantisce alle province emiliane una posizione di vertice nella graduatoria nazionale, contribuendo a consolidare la crescita anche oltre il breve termine.
La classifica delle performance regionali evidenzia che subito dopo l’Emilia-Romagna si collocano Lazio (+0,78%), Piemonte (+0,74%), Friuli Venezia Giulia e Lombardia (entrambe intorno allo +0,73%), a testimonianza di una polarizzazione dello sviluppo nelle aree a più intensa presenza di settori industriali evoluti e governance territoriale solida.
L’espansione economica dell’Emilia-Romagna poggia su una serie di elementi distintivi:
La classifica provinciale stilata dalla CGIA di Mestre riconosce a Varese il primato di crescita con una previsione di +1% nel 2026. Subito dopo si inseriscono Bologna (+0,92%) e Reggio Emilia (+0,91%), seguite da Biella (+0,90%). Sei delle prime quindici province per dinamica economica si trovano lungo la storica Via Emilia, rafforzando il peso di questo territorio all’interno del sistema produttivo nazionale. Nelle prime venti posizioni si registra una presenza diffusa di province manifatturiere del Nord, con una crescita spinta da specializzazione produttiva, capacità di diversificazione e propensione all’export.
Il Veneto, storicamente locomotiva dello sviluppo settentrionale, mostra segnali di arretramento relativo: nel 2026 scende infatti al decimo posto nella classifica delle regioni più dinamiche, con una crescita media dello 0,64%. Tale risultato, pur restando positivo, denota un rallentamento rispetto al 2025, quando la regione aveva contribuito più di ogni altra all’incremento del Pil italiano.
In termini generali, la classifica regionale vede Friuli Venezia Giulia e Lombardia agganciare valori prossimi allo 0,73%, mentre il Piemonte si afferma con il proprio +0,74%. Al di sotto della media nazionale si posizionano Trentino Alto Adige, Toscana e Liguria. Particolarmente interessante il dato del Molise, che mostra un espansione dello 0,62%, guadagnando l’undicesima posizione nel ranking italiano grazie anche alla vitalità di alcune aree come la provincia di Campobasso.
L’Italia continua dunque a presentare un quadro economicamente a "due velocità". Il Nord, pur mostrando una lieve decelerazione in alcune regioni, trascina ancora l’espansione. Nel Centro emerge la solidità del Lazio. Il Sud resta più indietro, con poche eccezioni localizzate.
L’arretramento relativo della regione non impedisce però la vivacità di alcune province venete. Rovigo, per esempio, guida la crescita regionale con un +0,8% previsto rispetto al 2025. Seguono Venezia (+0,78%) e Belluno (+0,76%), province che si distinguono per capacità di adattamento, diversificazione produttiva e riconversione verso settori a più alto valore aggiunto. Treviso si posiziona invece fanalino di coda nel contesto veneto, con una crescita più contenuta (+0,52%). Questi dati confermano una differenziazione interna marcata, con aree che riescono a intercettare meglio le opportunità di mercato e i nuovi investimenti, pur nel quadro generale più rallentato.
Il Mezzogiorno si conferma ancora distante dai ritmi di crescita delle aree centro-settentrionali. La Calabria si posiziona all’ultimo posto della classifica nazionale, con una previsione di incremento del Pil pari a +0,24%. Seguono Basilicata (+0,25%) e Sicilia (+0,28%), regioni che da anni registrano performance sensibilmente inferiori rispetto alla media nazionale ed europea.
Tra i principali fattori che spiegano le tendenze del Sud si evidenziano:
In Campania, alcune province (Napoli e Caserta su tutte) mostrano segnali di reazione, trainate dalla manifattura e da una maggiore diversificazione produttiva; tuttavia, il quadro generale resta dispersivo e discontinuo, aggravato da ostacoli amministrativi e dalla carenza di strategie industriali coerenti.
L’evoluzione della situazione macroeconomica italiana per il 2026 appare profondamente influenzata da alcuni driver: