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Potere di acquisito, le famiglie sono tornate a quelle del 2021 per Bankitalia. Ma vedendo i consumi, i dubbi rimangono

di Marcello Tansini pubblicato il
Nuovi dati Bankitalia

Bankitalia rileva che il potere d'acquisto delle famiglie italiane è tornato ai livelli del 2021, ma restano dubbi osservando consumi, effetti dell'inflazione, politiche fiscali e dinamiche di risparmio.

Dal periodo pre-inflazionistico, attraversando la forte crescita dei prezzi tra il 2022 e il 2023, fino all'attuale fase di recupero, l'attenzione di analisti e istituzioni si è concentrata sullo stato del potere di acquisto delle famiglie. Le analisi di Bankitalia confermano che alla fine del 2025, il valore reale del reddito disponibile per gran parte dei nuclei familiari si è riportato sui livelli di fine 2021. Tuttavia, il percorso è stato tutt'altro che lineare e ha conosciuto esiti differenti tra le varie categorie sociali.

Il ritorno del potere d'acquisto ai livelli pre-inflazione

Il ripristino dei livelli di benessere economico delle famiglie è stato determinato da una complessa combinazione di fattori, tra cui spiccano l'aumento dell'occupazione e le mirate strategie di politica economica introdotte tra il 2022 e il 2025. La fase più critica era iniziata con il forte incremento dei costi energetici, effetto indiretto delle tensioni geopolitiche globali, in particolare della guerra in Ucraina. Tale shock aveva eroso rapidamente il potere d'acquisto, innalzando l'inflazione a livelli insolitamente elevati per l'Italia recente.

Secondo gli autori dello studio di Bankitalia, la vera leva del recupero è stata una crescita del reddito reale, favorita in primis dallo sviluppo del mercato del lavoro e solo in parte dai meccanismi di adeguamento dei salari. Le misure discrezionali del governo, tra cui spiccano modifiche alla fiscalità e interventi di sostegno ai redditi, hanno permesso una compensazione quasi totale delle perdite collegate all'aumento della pressione fiscale e all'erosione delle prestazioni assistenziali. Complessivamente, il beneficio prodotto dalle politiche pubbliche ha superato gli effetti negativi del drenaggio fiscale e dei mancati adeguamenti automatici.

Senza un tale mix di fattori - stimolo all'occupazione, misure redistributive, attenzione ai redditi medio-bassi - il ritorno ai livelli economici pre-inflazione sarebbe stato molto più difficile. Permangono però forti differenziazioni tra le diverse tipologie familiari, che vengono approfondite nei successivi paragrafi.

L'impatto dell'inflazione sul reddito delle famiglie italiane

L'inflazione tra il 2022 e il 2025 ha inciso sulla disponibilità economica degli italiani. Nel quadriennio, i prezzi al consumo sono cresciuti di circa il 18,5%, un valore che non si osservava da decenni. Questo fenomeno è stato guidato dall'incremento dei costi dei beni energetici e di alcune materie prime fondamentali.

La crescita nominale dei redditi si è attestata all'11,8%, ma su di essa ha pesato per almeno 2,5 punti percentuali il cosiddetto drenaggio fiscale, ovvero l'aumento delle aliquote su salari e stipendi che ha ridotto parzialmente il beneficio degli aumenti nominali. Inoltre, l'erosione dei benefici sociali legati al superamento di alcune soglie di reddito ha reso più difficile far fronte all'aumento generale dei prezzi.

Nonostante ciò, la solidità del sistema occupazionale - rafforzata anche da numerosi rinnovi contrattuali e da una lieve crescita della produttività - ha consentito un recupero diffuso della capacità di spesa. La somma degli effetti positivi di un'occupazione più forte e delle misure di policy ha di fatto permesso di agganciare l'inflazione, riportando il reddito reale disponibile a livelli comparabili a quelli antecedenti la crisi.

Sostegni, fiscalità e assegno unico universale

Nel corso del quadriennio, il governo ha adottato una vasta gamma di strumenti a sostegno delle famiglie, rispondendo alle esigenze emerse dall'emergenza inflazionistica e dalla crescita delle disuguaglianze sociali. Tra i più rilevanti si evidenziano:

  • L'introduzione e rafforzamento dell'Assegno Unico Universale, rivolto in particolare alle famiglie con figli a carico;
  • Le modifiche all'Irpef, con l'obiettivo di ridurre la pressione fiscale sui redditi medio-bassi;
  • I bonus energetici e le detrazioni specifiche per fronteggiare l'impennata dei prezzi di luce e gas;
  • Misure anti-povertà, come il potenziamento di strumenti di sostegno al reddito per i nuclei economicamente più fragili.
Secondo le analisi di Bankitalia il valore complessivo di questi interventi supera i 31 miliardi di euro, circa 11 miliardi in più rispetto alle maggiori entrate fiscali associate all'inflazione. Si tratta di politiche che hanno giocato un ruolo determinante nel sostenere il reddito disponibile delle famiglie, soprattutto nel periodo di maggior pressione sui prezzi.

Effetti delle politiche fiscali su diverse fasce di reddito

Le misure fiscali adottate hanno avuto impatti differenziati in base alla posizione reddituale e lavorativa. Dal monitoraggio degli effetti redistributivi condotto da Banca d'Italia, si evince chiaramente che:

  • La classe media ha beneficiato in modo più ampio degli interventi, registrando un saldo positivo tra inflazione e incremento del reddito; il potere di spesa è risultato addirittura superiore rispetto al 2021.
  • I redditi più bassi hanno ottenuto una compensazione pressoché integrale delle perdite legate all'inflazione, principalmente grazie ai trasferimenti pubblici mirati.
  • Per le fasce più alte della popolazione, tuttavia, la crescita dei redditi disponibili non è riuscita a tenere il passo con l'aumento generale dei prezzi.
Questo effetto redistributivo, confermato anche dal raffreddamento dell'indice di Gini di 0,5 punti rispetto al 2021, evidenzia una riduzione - sebbene contenuta - delle disuguaglianze economiche. I benefici netti delle manovre sono stati particolarmente visibili tra i lavoratori dipendenti, per i quali la somma tra rinnovi contrattuali e riduzioni del cuneo fiscale ha nettamente superato gli effetti negativi dei meccanismi di fiscal drag.

La situazione di pensionati e lavoratori autonomi rispetto al ceto medio

Pensionati e lavoratori autonomi rappresentano le categorie che hanno sofferto maggiormente l'ultima stagione inflazionistica. Nonostante la generalizzata ripresa, questi gruppi hanno risentito in modo più marcato:

  • Tra i pensionati, la rivalutazione degli assegni previdenziali non è riuscita a compensare pienamente l'aumento del costo della vita, portando a una riduzione del potere di spesa reale.
  • Per gli autonomi, spesso privi di tutele paragonabili a quelle garantite ai dipendenti, l'incremento dei costi - sia fiscali che contributivi - ha eroso i vantaggi delle eventuali crescite nominali dei redditi.
In netta controtendenza, i lavoratori dipendenti hanno invece potuto contare sia sui rinnovi contrattuali che su un ampliato ventaglio di forme di agevolazione fiscale. Queste differenze si sono riflesse in una disomogenea distribuzione dei benefici e nell'evolversi di nuove richieste politiche in tema di equità e giustizia sociale per le categorie più penalizzate.

Dinamiche dei consumi e tendenza al risparmio

A fronte del recupero del reddito reale, le abitudini di spesa delle famiglie italiane hanno subito evoluzioni rilevanti. Nonostante una ritrovata capacità di consumo, la propensione al risparmio ha raggiunto livelli tra i più alti dal periodo della crisi finanziaria globale, esclusi gli anni anomali della pandemia.

Il clima di incertezza economica, aggravato dalle prospettive prudenti sul mercato del lavoro, ha portato molte famiglie ad adottare un atteggiamento cauto, preferendo incrementare i depositi piuttosto che accrescere la spesa. I dati Bankitalia indicano un aumento della propensione al risparmio fino al 9% del reddito lordo disponibile nel 2025, valore superiore persino ai livelli pre-pandemici.

Dal lato dei consumi, si è osservata una crescita molto contenuta della spesa, con il privato che registra nel 2024 e nel 2025 incrementi di spesa inferiori all'1% annuo. Le motivazioni, secondo gli analisti, risiedono nella diffusa percezione di insicurezza sul futuro e nell'accentuazione dei comportamenti precauzionali. Il risparmio, infatti, è risultato più elevato tra le famiglie a reddito medio-alto, alimentando nuove discussioni sulla distribuzione della ricchezza.

Redditi, produttività e disuguaglianze

Guardando agli scenari dei prossimi anni, emergono temi chiave che continueranno a influenzare la condizione reddituale delle famiglie in Italia. Il governatore di Bankitalia ha chiarito che il recupero finora osservato non potrà reggersi indefinitamente sulle politiche fiscali di sostegno, dal momento che i margini di bilancio degli Stati sono esigui.

La sostenibilità della crescita reddituale dovrà quindi necessariamente poggiare su:

  • Un incremento strutturale della produttività, in grado di generare nuovi margini per l'aumento dei salari;
  • Sviluppo di investimenti pubblici e privati, soprattutto nei settori innovativi;
  • Un equilibrio nella distribuzione dei benefici tra lavoro e capitale;
  • Una risposta efficace alle sfide demografiche, tra cui l'invecchiamento della popolazione e la carenza di giovani nel mercato occupazionale.
Non sono da sottovalutare le possibili accentuazioni delle disuguaglianze, legate sia alla diversa accessibilità agli strumenti finanziari sia alla capacità di accumulare risparmio da parte delle fasce di reddito superiore. Come sottolineano le analisi ufficiali, la crescita della ricchezza nazionale rischia di consolidarsi prevalentemente tra i più abbienti, portando a nuovi squilibri sociali. Il futuro del potere d'acquisto delle famiglie dipenderà dalla capacità del sistema Italia di combinare crescita economica e coesione sociale.