Dalla contabilità parallela di Pero ai circuiti emersi tra Nord e Sud, le banche clandestine muovono denaro con società cartiere, bonifici, contante e token. Chi le gestisce e quali interessi servono?
Non hanno sportelli, non hanno vigilanza e non rispondono alla Banca d’Italia, eppure offrono servizi da istituto di credito: trasferiscono denaro, custodiscono liquidità, cambiano contante in criptovalute. Sono le banche clandestine, o “banche occulte”, e in Italia ne esistono di almeno due famiglie: quelle costruite dalle mafie e quelle del sistema informale cinese noto come underground banking. L’ultima inchiesta, esplosa il 21 ottobre 2026, mostra chi le gestisce, come lavorano e a che cosa servono davvero. Ecco il quadro, con la prudenza dovuta a un’indagine ancora in fase cautelare.
Nel linguaggio delle indagini, si parla di banca clandestina quando una rete trasferisce, compensa o converte denaro al di fuori dei canali finanziari regolari e senza autorizzazione. Per farlo può ricorrere a conti intestati a imprese formalmente attive, società di comodo, intermediari e corrieri. La componente digitale convive con quella fisica: i bonifici danno una veste contabile ai flussi, mentre contante e criptovalute consentono di regolare somme e pagamenti senza far transitare tutto il denaro lungo la stessa tratta.Le banche clandestine sono circuiti finanziari paralleli che aggirano i controlli antiriciclaggio
Una banca clandestina offre i servizi tipici di un istituto finanziario, ma con le modalità dell’underground banking, che trasferisce denaro fuori dai canali ufficiali eludendo i presidi antiriciclaggio. Nessun conto intestato, nessuna segnalazione di operazioni sospette, nessun tracciamento. Esercitare attività bancaria senza autorizzazione è reato, e a questo si sommano di norma riciclaggio e frodi fiscali.
Il 21 ottobre la Guardia di Finanza ha eseguito 30 arresti, 16 in carcere e 14 ai domiciliari, con un sequestro preventivo d’urgenza di oltre 21 milioni di euro e arresti anche in Spagna e Svizzera. L’inchiesta è coordinata dalla Dda di Milano. Secondo l’accusa il sistema avrebbe riguardato oltre 110 milioni di euro di fatture false e un riciclaggio internazionale da circa 68 milioni tramite criptovalute.
A Pero, nel Milanese, dietro la copertura di una società di autonoleggio sarebbe stata costituita la “banca occulta”, che serviva ‘ndrangheta, camorra e la cosiddetta Quarta mafia foggiana. La svolta investigativa, ricostruisce il testo dell’inchiesta, risale al 24 giugno 2026, quando i finanzieri hanno sequestrato i dispositivi informatici di Paolo Pelaggi, indicato come il “cervello contabile” del gruppo.
Al vertice, secondo gli inquirenti, c’erano tre italiani ritenuti contigui alle mafie: due stabili referenti di cosche crotonesi, già condannati in via definitiva nelle inchieste Infinito e Aemilia, e uno organico al clan dei Casalesi. Attorno a loro ruotava una rete di complici cinesi e albanesi, che configurerebbe un’infrastruttura finanziaria transnazionale. Il denaro entrava da due cittadini cinesi incaricati di raccogliere contante, per lo più frutto di illeciti tributari.
La squadra comprendeva anche un esperto di criptovalute e una rete di intermediari. L’inchiesta tocca pure presunte talpe: sono finiti ai domiciliari un avvocato noto per processi di mafia e un ex autista dell’ufficio Gip di Milano, accusato di accesso abusivo e rivelazione di segreto. Per tutti vale la presunzione di innocenza.
Il metodo, che l’analisi forense ha ricostruito dai file del gruppo, ha quattro tappe.
I guadagni sono commissioni. Nelle intercettazioni si parla di percentuali di pochi punti, con una parte trattenuta dall’esperto di cripto per la conversione. Pelaggi avrebbe vantato anche 600 milioni di fatture, cifra che i magistrati stessi giudicano forse un’iperbole criminale. Ma i dati su un solo procacciatore parlano di 24 milioni di euro.
Altre banche clandestine italiane non hanno a che fare con le mafie nostrane. Si basano sul sistema detto fei qian, “denaro volante”, una rete di agenti fiduciari che trasferisce valore senza usare i canali bancari. Un cugino dell’hawala islamico, fondato sulla fiducia più che su contratti.
I casi non mancano. A Firenze, una banca clandestina con paravento in un negozio di elettronica e una filiale a Prato incassava il 2,5 per cento sulle somme trasferite verso la Cina; furono indagati 13 cinesi e sequestrati oltre un milione di euro. A Padova, un’altra inchiesta ha coinvolto 21 indagati e sequestri per oltre 40 milioni, per riciclare proventi di evasione fiscale, usura e attività bancaria abusiva. A Brescia, un negozio apparentemente ordinario era una banca clandestina e furono confiscati oltre 500.000 euro tra contanti e beni di lusso. Nel Veneto, un’operazione ha scoperto oltre 100 milioni di euro riciclati con fatture false.
Le dimensioni restano incerte. Un’indagine ha parlato di filiali a Roma, Firenze, Padova, Prato, Napoli e Reggio Calabria e di fino a due miliardi di euro l’anno; una fonte citata da Reuters ha ipotizzato decine di miliardi annui in uscita dall’Italia. Il comandante della Guardia di Finanza ha però detto che il fenomeno non è capillare, anche se restano segnalazioni mirate dove c’è forte presenza imprenditoriale asiatica. Le stime vanno prese con cautela.
Le finalità sono almeno quattro.
La banca occulta non è un relitto di un’altra epoca, ma una startup criminale che ha imparato a usare Excel, stablecoin e app di messaggistica. Il fatto che i clan collaborino, anziché competere, dice che il vero capitale non è il contante, ma la fiducia reciproca e l’accesso ai canali. Le inchieste riescono a ricostruire i flussi dopo mesi di microspie, ma ogni sequestro lascia in piedi la domanda di fondo: finché c’è chi chiede fatture false e pagamenti invisibili, ci sarà chi offre lo sportello.
Queste reti offrono una via per spostare, trasformare e utilizzare denaro di origine illecita o non dichiarata. Le società cartiere costruiscono una giustificazione contabile apparente; conti esteri e criptovalute trasferiscono o frammentano i flussi. Il contante permette poi di effettuare pagamenti e restituzioni fuori dai circuiti ordinari. Per gli imprenditori che ricorrono a fatture false, il vantaggio contestato è la riduzione del reddito imponibile e il recupero di liquidità, al netto delle commissioni. Per i gruppi criminali, il servizio può agevolare pagamenti, trasferimenti e occultamento dei proventi.
Una banca clandestina può dunque funzionare senza sportelli e senza una singola cassa centrale: secondo le ipotesi investigative, è una rete di persone, imprese e strumenti che agisce da intermediario finanziario illegale. A Pero, la contabilità digitale avrebbe collegato clienti, crediti e wallet; contanti e consegne completavano il circuito. La funzione attribuita a queste reti è fornire ai clan servizi per movimentare, occultare e rendere utilizzabili i proventi illeciti.
Il dott. Luca Rossoni è un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e società di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogl...