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Quali sono le migliori economie nel 2025? La classifica di The Economist con alcune sorprese. E la posizione dell'Italia

di Marcello Tansini pubblicato il
La posizione dell'Italia

Nel 2025 lo scenario economico mondiale riserva sorprese: dalla top ten di The Economist, alle motivazioni dei Paesi leader, passando per sfide e il posizionamento di Italia, Germania, USA.

The Economist ha redatto una dettagliata classifica delle performance economiche di 36 nazioni avanzate, offrendo uno spaccato della situazione globale a fine anno. Attraverso un approccio comparativo, basato su indicatori omogenei e oggettivi, il settimanale britannico analizza i trend macroeconomici che stanno ridisegnando gli equilibri mondiali. La selezione include economie di peso come Stati Uniti, Germania, Italia, ma anche paesi considerati piccoli giganti come Irlanda o Grecia, consentendo di evidenziare sia casi di successo inattesi sia difficoltà persistenti tra nazioni che storicamente occupavano posizioni di vertice.

Il quadro che ne deriva non si limita alla mera graduatoria, ma riflette fenomeni in evoluzione quali resilienza del mercato del lavoro, dinamiche dell'inflazione e andamento dei mercati finanziari. Nell'edizione 2025, la sorpresa più rilevante è l'ascesa del Portogallo, che conquista la vetta superando concorrenti considerati, fino a pochi anni fa, inarrivabili. Non mancano però elementi di fragilità e segnali di trasformazione strutturale, con alcuni paesi dell'Europa settentrionale e realtà asiatiche inaspettatamente in calo.

I criteri di analisi: Come viene stilata la classifica delle economie

La metodologia adottata dal settimanale britannico prevede un esame su cinque indicatori chiave:

  • Inflazione di fondo (core), che esclude le componenti più volatili come cibo ed energia, per valutare la capacità di controllo sui prezzi.
  • Ampiezza dell'inflazione, ovvero la percentuale di voci del paniere che ricadono sopra il 2%, per individuare fenomeni diffusi di rincari.
  • Crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL), indicatore della solidità e vitalità generale del sistema Paese.
  • Andamento del mercato del lavoro, misurato attraverso il tasso di occupazione e la tenuta del reddito.
  • Performance dei mercati azionari, ritenuto un barometro anticipatore delle aspettative degli investitori.
Ogni economia oggetto d'indagine riceve un punteggio per ciascun criterio e la somma genera l'indice sintetico utilizzato per stabilire la posizione finale. Questa impostazione permette di comparare modelli economici anche molto diversi, valorizzando sia virtù strutturali che buone politiche contingenti. Il ruolo dell'inflazione esce rafforzato tra i drivers chiave del 2025: una dinamica dei prezzi sotto controllo non solo sostiene il potere di acquisto reale, ma favorisce la fiducia degli operatori e la stabilità degli investimenti.

D'altro lato, una crescita del PIL robusta e diffusa rimane tra le condizioni preferite dalle banche centrali internazionali per giudicare la bontà delle rispettive strategie monetarie e fiscali. Performance solide sui mercati azionari e miglioramenti occupazionali vengono osservati per evitare squilibri non sostenibili o rischi sistemici. La classifica stilata da The Economist intende così essere, più che un semplice podio, uno strumento pratico per comprendere i punti di forza e le debolezze sistemiche dei paesi considerati, utile per interpreti istituzionali e investitori privati.

Il Portogallo sul podio: i fattori di un successo economico

Nell'analisi di quest'anno il Portogallo spicca come caso emblematico di una trasformazione economica che coniuga crescita sostenuta, inflazione contenuta e crescita dei mercati. La nazione iberica è riuscita a catalizzare attenzioni e capitali internazionali grazie a una serie di strategie ben congegnate che combinano risultati positivi nel breve termine e basi solide per il futuro. La crescita del PIL, stimata intorno al 2,4%, si conferma ben superiore alla media europea.

Dietro questa performance si cela una sinergia fra turismo in espansione e afflusso di investimenti esteri: l'attrattività fiscale - che ha portato numerosi professionisti internazionali e pensionati benestanti - si somma a un ambiente di business sempre più favorevole anche per startup e innovazione. Il programma Golden Visa, rivolto a chi investe cifre superiori a 500.000 euro, ha inciso in modo determinante sulla dinamica immobiliare e dei servizi, generando oltre 50 miliardi di euro negli ultimi anni, secondo la World Digital Foundation. Dal punto di vista dell'inflazione,

Lisbona ha saputo mantenere i prezzi al consumo intorno ai valori obiettivo stabiliti dalla BCE, accostando questa solidità a un mercato azionario in crescita di oltre il 20% su base annua. L'occupazione ha tenuto salda, riflettendo una domanda interna vivace e un clima di fiducia tra imprese e consumatori. Il risultato di questa alchimia virtuosa è una resilienza economica rara tra i peer europei. Non mancano alcune criticità da monitorare:

  • La sostenibilità a lungo termine di un modello così dipendente da fattori esogeni come afflussi di capitali internazionali.
  • I rischi sociali collegati all'aumento del costo della vita nelle aree a più alta concentrazione di stranieri facoltosi.
  • Le tensioni periodiche sul lavoro, con scioperi generalizzati che in certi momenti hanno pesato sui conti pubblici.
Il premier Luís Montenegro definisce questo traguardo come giusto riconoscimento al lavoro dei portoghesi e invita a trasformare la crescita da copertina in benessere diffuso. Il 2025, per l'economia portoghese, rappresenta dunque non un punto di arrivo, ma la base per misurarsi nei prossimi anni con le sfide legate a produttività, equilibri sociali e sostenibilità delle politiche fiscali.

Le posizioni di testa: chi sono i vincitori della classifica 2025

L'attuale podio dei paesi più performanti conferma alcune tendenze avviate negli ultimi anni ma rivela anche sorprese degne di nota. Dietro il Portogallo, si colloca l'Irlanda, vera locomotiva d'Europa quanto a crescita, grazie a investimenti multinazionali nel settore tecnologico e farmaceutico, con un incremento del PIL fino al 12% su base trimestrale (dato corretto per l'incidenza delle multinazionali). Al terzo posto si consolida Israele, che ha mostrato una ripresa impressionante rispetto alle difficoltà registrate due anni fa. Subito a ridosso del podio, troviamo la Spagna, vincitrice del 2024, che pur cedendo il primato si mantiene tra le realtà più dinamiche grazie all'intensificazione del turismo e alla resilienza del mercato del lavoro.

Particolarmente rilevante appare la progressione di paesi dell'Europa dell'Est come la Repubblica Ceca, che combina crescita e solidità occupazionale. La Colombia si distingue tra le economie emergenti per la coesistenza di un PIL sostenuto e mercato finanziario frizzante, mentre la Grecia conferma la ripresa cominciata nel decennio precedente. La top ten racchiude dunque:

  • Portogallo
  • Irlanda
  • Israele
  • Spagna
  • Grecia
  • Repubblica Ceca
  • Colombia
seguite da altri paesi del Sud Europa e alcune realtà orientali, a dimostrazione che la flessibilità e la valorizzazione delle specificità nazionali si sono rivelate armi vincenti in questo scenario macroeconomico globale.

Italia, Germania, Stati Uniti e altri: posizione e performance

L'Italia si colloca a metà della classifica 2025, in sedicesima posizione. Rispetto a molte altre grandi economie avanzate, il risultato della Penisola è inaspettatamente superiore, superando Stati Uniti e Germania. Il posizionamento italiano riflette, tuttavia, un quadro di lucida resilienza senza particolari accelerazioni: la crescita del PIL si ferma attorno allo 0,6%, a fronte di un'inflazione di fondo (vicina ma non perfettamente allineata con il target BCE) che lascia intravedere una pressione ancora significativa sul costo della vita. L'occupazione cresce in modo moderato, mentre la performance del mercato azionario, pur positiva, si mostra meno vivace rispetto alle economie di testa.

Dal punto di vista industriale, resta il problema della debolezza strutturale, come testimoniato dal calo della produzione a ottobre e dalle persistenti difficoltà settoriali, in particolare nel comparto manifatturiero. La Germania risulta in lieve miglioramento rispetto agli anni scorsi, ma resta lontana dal vertice. Il paese tedesco paga un mercato del lavoro meno dinamico e il rallentamento della domanda globale, legato anche alla debolezza delle esportazioni verso gli USA, a cui si somma l'incertezza su automotive e innovazione. Nonostante un recente incremento della produzione industriale e delle esportazioni intra-europee, la ripresa è fragile e minacciata da equilibri fiscali interni e pressioni internazionali.

Negli Stati Uniti il posizionamento si attesta appena dopo l'Italia, penalizzato da un tasso d'inflazione ancora elevato rispetto all'obiettivo dichiarato dalla Federal Reserve. Il mercato del lavoro è solido, ma alcuni dati indicano una possibile sopravvalutazione della crescita occupazionale ufficiale. Margini di rischio derivano dalle tensioni politiche interne sulla politica monetaria e dall'eccedenza di debito pubblico. L'economia USA è ancora dinamica, ma la fiducia dei consumatori resta in calo e la disuguaglianza si accentua. Questa situazione dipinge uno scenario in cui, tra i grandi, pochi brillano per tutte le metriche contemporaneamente; i successi sono spesso parziali e segmentati tra settore reale e finanziario.

I paesi in difficoltà: le economie fanalino di coda e le cause

I dati di The Economist evidenziano forti criticità per alcune economie dell'Europa settentrionale ed est-europea. Estonia, Finlandia e Slovacchia occupano gli ultimi posti del 2025, soffrendo di uno scenario macro poco dinamico e pressioni inflazionistiche ancora marcate o, al contrario, rischi di deflazione. In Svezia e Svizzera, infatti, la mancanza di inflazione segnala stagnazione e penalizza i consumi, quasi quanto il surriscaldamento dei prezzi esacerba la situazione in Turchia. Gli indicatori chiave alla base di queste performance negative sono:

  • Debolezza della crescita del PIL e dell'occupazione.
  • Eccessiva rigidità nei mercati del lavoro e politiche fiscali restrittive.
  • Inflazione core fuori controllo, come nel caso della Turchia, dove si attesta molto sopra il valore soglia del 2%.
  • Mercati finanziari poco vivi o penalizzati dalle revisioni regolatorie, come in Danimarca e parte del Nord Europa.
La debolezza industriale e la scarsa fiducia tra famiglie e imprese in nazioni come Regno Unito e Giappone aggravano lo scenario, nei casi peggiori privando le banche centrali della flessibilità necessaria ad attuare manovre efficaci. La situazione impone una revisione delle priorità strategiche, a partire dalla valorizzazione del capitale umano e degli investimenti strutturali in innovazione.