Dal 2006 il tuo sito imparziale su Lavoro, Fisco, Investimenti, Pensioni, Aziende ed Auto

Quando i farmaci fanno male per le sostanze che contengono che potrebbero essere eliminate

WhatsApp X Telegram
di Dott.ssa Sara Melchionda pubblicato il

Residui tossici, PFAS, eccipienti e principi attivi dannosi sono al centro di un crescente dibattito su salute e ambiente. Il rischio dovuto a composti evitabili nei farmaci, effetti avversi, inquinamento ed epatotossicità apre nuove prospettive di cura più sicura e sostenibile.

La medicina moderna rappresenta uno dei pilastri della salute pubblica, ma dietro all'indubbio valore terapeutico di molti composti si celano anche rischi legati alla presenza di sostanze che possono nuocere alla salute umana e all'ambiente. L'uso crescente di medicinali, dovuto a una maggiore aspettativa di vita e alla diffusione di trattamenti cronici, ha portato all'accumulo progressivo di sostanze attive e di eccipienti potenzialmente problematici nelle acque, nei suoli e persino negli alimenti.

Le nuove ricerche e studi scientifici che vanno a fare parte di una serie numerosa già di indagini autorevoli arrivano dall'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC), da quella del Farmaco e Università di Friburgo e dell'Agenzia ambientale tedesca che ha condotto ricerche su farmaci e medicine di largo e comune uso in tutta Europa, Italia compresa

I componenti problematici: PFAS, eccipienti e principi tossici

Le molecole medicinali non sono tutte uguali dal punto di vista dell'impatto ambientale e della sicurezza. Tra le sostanze più attenzionate emergono i PFAS (sostanze per- e polifluoroalchiliche), impiegate per le caratteristiche di resistenza e stabilità, ma anche eccipienti e certi principi attivi a riconosciuto potenziale tossico. Questi composti entrano nell'organismo umano e poi vengono in parte escreti nell'ambiente, alimentando una circolazione che può coinvolgere acque, suoli e catena alimentare. I PFAS sono impiegati non solo in farmaci, ma anche in aziende tessili, nei pesticidi, negli imballaggi e in altri prodotti di largo consumo. Una delle principali preoccupazioni nasce dalla difficoltà di eliminare queste sostanze dall'ambiente, dove possono persistere per anni o decenni, bioaccumulandosi in organismi viventi e causando effetti sia a breve che a lungo termine.

Oltre a questi composti, anche molto eccipienti, spesso considerati inerti, possono generare prodotti di degradazione tossica, soprattutto se sottoposti a condizioni estreme di conservazione, o una volta terminato il ciclo di utilizzo. Tra i principi attivi problematici si segnalano numerose categorie, dagli antibiotici ai FANS, dagli ormoni agli antidepressivi: alcuni hanno un impatto notevole sulla fauna, sulle microalghe e sugli insetti, mentre altri possono favorire l'emergere di resistenze o interferire con i processi metabolici anche a basse dosi ambientali.

L'Italia, come altri paesi, monitora costantemente la presenza di queste molecole tramite reti di sorveglianza e watch list che comprendono i composti più rischiosi dal punto di vista tossicologico ed ecotossicologico.

PFAS nei farmaci: rischi, normativa e perchè non vengono eliminati

Il gruppo dei PFAS rappresenta oggi una delle criticità ambientali più dibattute nell'ambito delle sostanze farmaceutiche e industriali. Questi composti sono altamente stabili, rimangono nell'ambiente per tempi che superano anche i decenni e possono accumularsi nel corpo umano, in particolare nel fegato e nei reni. Gli effetti dei PFAS sulla salute sono stati ampiamente studiati: alcuni composti della famiglia (es. PFOA, PFOS) sono associati a un rischio aumentato di tumore renale e testicolare, disfunzioni endocrine, alterazione immunitaria e potenziali effetti negativi sul metabolismo lipidico e sulla fertilità. L'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) ha classificato i PFOA come cancerogeni per l'uomo. Alcune molecole PFAS possono inoltre degradarsi in prodotti ancora più persistenti, come l'acido trifluoroacetico (TFA), anch'essi rintracciabili in acqua e suolo.

La pressione normativa si è intensificata negli ultimi anni: a livello europeo, sono state introdotte soglie massime per la presenza di PFAS nell'acqua potabile (direttiva 2020/2184/UE e successivi regolamenti) e limiti negli alimenti. Dal 2023, l'UE lavora a una disciplina organica volta a ridurre la produzione, l'uso e la diffusione di queste sostanze, includendo i medicinali tra i settori soggetti a monitoraggio particolare.

Contrariamente a quanto spesso affermato dal settore industriale, sono già disponibili alternative prive di PFAS per la maggioranza dei principi attivi oggi in commercio: secondo uno studio dell'Università di Friburgo e dell'Agenzia ambientale tedesca, almeno 97 su 111 principi attivi sono sostituibili senza penalizzare l'efficacia terapeutica. In Italia, il settore farmaceutico è chiamato a investire sulla ricerca di alternative meno persistenti, avvicinando così la realtà produttiva ai principi del Safe and Sustainable by Design (SSbD), volti a garantire salute per il paziente e tutela per l'ambiente già in fase di progettazione della molecola. Ma non vengono sostituiti i farmaci in commercio, per il solito motivo: i costi che aumenterebbero per farli con sostanze senza nessuna potenziale tossicità

Farmaci scaduti, degradazione e tossicità delle sostanze tra cui gli stessi Pfas

La data di scadenza di un farmaco indica l'ultimo momento in cui l'azienda produttrice garantisce stabilità e sicurezza dell'efficacia e della composizione. Passato questo termine, possono innescarsi processi di degradazione non solo del principio attivo, che in molti casi si traduce in perdita di efficacia, ma anche degli eccipienti e dei conservanti, con la possibilità di formare nuove impurezze e composti tossici.

I prodotti di degradazione possono essere pericolosi anche in concentrazioni molto basse: alcune sostanze ottenute dalla rottura dei principi attivi possono sviluppare attività epatotossica o allergizzante, oppure generare reazioni avverse sistemiche. Le formulazioni liquide, come colliri e sciroppi, sono particolarmente esposte al rischio di proliferazione batterica e devono essere consumate entro i tempi indicati anche dopo l'apertura.

Un ulteriore rischio, spesso sottovalutato, è rappresentato dallo smaltimento improprio: gettare farmaci scaduti nel lavandino o tra i rifiuti urbani favorisce il rilascio di residui chimici nell'ambiente, con effetti su suolo, falde e fauna. La normativa italiana (DPR 254/2003) impone lo smaltimento dei medicinali scaduti in appositi contenitori farmaceutici, da cui vengono poi inviati a termovalorizzazione, garantendo la distruzione dei composti pericolosi.






Leggi anche

Dott.ssa Sara Melchionda

La Dott.ssa Sara Melchionda è un’esperta nel settore della sanità con oltre 15 anni di esperienza. Laureata in Tossicologia dell'ambiente e alimenti all'Università Statale di Lodi, ha sviluppato una solida competenza nelle tematiche legate alla sicurezza sanitaria, alla prevenzione dei rischi e alla valutazione degli effetti delle sostanze sulla salute. Nel corso della sua carriera ha collabora...