Istat, Banca d'Italia, Mef e Inps: le fonti 2026 per capire quando un reddito è basso, medio o alto, tra ceto medio al 61,2%, soglia di povertà a 13.237 euro e limiti di reddito
Prima delle cifre, ecco i documenti su cui si basa questo articolo, tutti pubblicati o aggiornati nel 2026: il Rapporto annuale 2026 dell'Istat, con la fotografia del ceto medio; il report Condizioni di vita e reddito delle famiglie dell'Istat, diffuso ad aprile 2026 sui redditi del 2024; la Relazione annuale della Banca d'Italia sul 2025, presentata il 29 maggio 2026, e le statistiche distributive sulla ricchezza delle famiglie al quarto trimestre 2025; le statistiche del Dipartimento delle Finanze del Mef sulle dichiarazioni presentate nel 2025, relative all'anno d'imposta 2024; l'Osservatorio statistico dell'Inps sui lavoratori dipendenti e indipendenti; le previsioni dell'Ocse sui salari reali. Dove i numeri sono calcoli nostri su questi dati, lo diciamo.
Va detto subito che non esiste una soglia ufficiale che separi stipendi bassi, medi e alti: le definizioni dipendono dall'indicatore scelto. Qui si usano le due più diffuse: la soglia di rischio di povertà dell'Istat e il criterio dell'Ocse, che considera "ceto medio" chi ha un reddito familiare equivalente netto tra il 75 e il 200 per cento del valore mediano.
Secondo l'Istat, nel 2024 le famiglie residenti in Italia hanno percepito un reddito netto medio di 39.501 euro, circa 3.290 euro al mese, in crescita in termini reali ma ancora inferiore del 4,9 per cento rispetto al 2007. Il Rapporto annuale 2026 stima che il 61,2 per cento dei residenti appartenga al ceto medio, contro il 59,8 per cento del 2015. La fascia a rischio di povertà è del 18,6 per cento, mentre i "meno abbienti" e gli "abbienti" restano rispettivamente intorno all'11 e al 12 per cento e all'8 e al 9 per cento. La soglia di rischio di povertà, per il reddito netto equivalente, è di 13.237 euro l'anno.
La Banca d'Italia aggiunge un elemento sulla ricchezza: il 10 per cento più ricco delle famiglie detiene il 60,6 per cento della ricchezza netta, mentre la metà meno abbiente solo il 7,2 per cento. A questo si aggiunge il tema del potere d'acquisto: secondo previsioni internazionali citate dalla stampa, in Italia i salari reali dovrebbero calare dello 0,9 per cento nel 2026, e nel secondo trimestre, secondo i dati diffusi dall'Istat, il reddito disponibile delle famiglie è salito dello 0,4 per cento a fronte di un potere d'acquisto in calo dello 0,9 per cento. Per questo un numero che vent'anni fa sembrava "alto" oggi può non bastare.
Partiamo dalle medie. L'Inps indica che nel 2024 il reddito medio annuo da lavoro è stato di circa 26.079 euro, mentre le dichiarazioni dei redditi del Mef, sempre per il 2024, riportano per i dipendenti 24.250 euro (al netto dei contributi) e per i pensionati 22.390 euro. Le donne hanno un reddito medio annuo da lavoro di circa 22.023 euro, il 24,7 per cento in meno degli uomini, e tra Nord e Sud la differenza nelle retribuzioni medie annue supera i 4.000 euro.
Per classificare uno stipendio si può applicare il criterio Ocse a un single. Se la soglia di povertà, 13.237 euro, corrisponde al 60 per cento del reddito mediano equivalente, la mediana è di circa 22.060 euro. Il 75 per cento di questo valore è circa 16.550 euro e il 200 per cento circa 44.120. È un calcolo nostro, non una definizione ufficiale, e vale per una persona sola: ne risulta che uno stipendio può essere considerato basso sotto i 16.500 euro netti l'anno, circa 1.380 euro al mese su dodici mensilità, medio tra i 16.500 e i 44.000 euro netti, circa 3.670 al mese, e alto oltre quella cifra. Per una famiglia le soglie salgono con il numero di componenti: secondo un'elaborazione che usa il reddito mediano familiare, la classe media va da circa 28.000 a circa 75.000 euro di reddito complessivo l'anno.
Per le partite Iva il confronto è più difficile, perché il reddito dichiarato non coincide con quello che resta in tasca. Il Mef segnala che nel 2024 i titolari di partita Iva persone fisiche sono circa 3,8 milioni e che il reddito medio d'impresa o di lavoro autonomo dei soggetti agli indici di affidabilità fiscale è di 56.100 euro, in aumento dell'8,6 per cento. Le differenze sono enormi: i lavoratori autonomi e i professionisti dichiarano in media 67.510 euro, gli imprenditori individuali 28.550, e si va dai 336.930 euro dei notai ai 4.040 euro del settore della concia delle pelli. Oltre 2 milioni di partite Iva sono in regime forfettario.
Due avvertenze contano. Il reddito da lavoro autonomo è indicato al lordo dei contributi, che in media superano i 10.900 euro, mentre quello dei dipendenti è al netto: per confrontare le due categorie bisogna sottrarre contributi e imposte. E il dato medio non rappresenta il lavoratore tipico, perché una piccola quota di redditi molto alti alza la media. Per classificare un guadagno da partita Iva, quindi, la regola più sensata è guardare il reddito netto dopo contributi e tasse e applicare le stesse fasce usate per i dipendenti: basso sotto circa 16.500 euro l'anno, medio fino a circa 44.000, alto oltre. Per dare un'idea, un calcolatore online stima che un professionista in regime forfettario con 40.000 euro di fatturato, coefficiente del 78 per cento e imposta sostitutiva del 15 per cento resti con circa 28.400 euro netti l'anno dopo contributi e imposta: è una stima di uno strumento commerciale, non una fonte ufficiale, e cambia con la gestione previdenziale e le spese. I numeri vanno letti con prudenza, perché molti autonomi hanno spese, periodi senza incassi e nessun trattamento di fine rapporto.
Prima di collocarsi in una fascia conviene ricordare i limiti. I dati più recenti dell'Istat e del Mef riguardano i redditi del 2024, quindi non incorporano l'inflazione e gli aumenti del 2025 e 2026. Le soglie dipendono anche da dove si vive. Secondo un'elaborazione dei dati Istat, il reddito mediano familiare è di circa 43.500 euro nel Nord est, 39.100 nel Centro e 31.350 nelle Isole. Lo stesso reddito può quindi pesare in modo molto diverso nel Nord est e nelle Isole, dove la mediana è più bassa e anche i prezzi sono diversi. E contano la composizione della famiglia, il costo della casa e la presenza di figli o di altri redditi.
In sintesi, secondo le fonti consultate, un reddito netto sotto i 16.500 euro l'anno è basso, tra i 16.500 e i 44.000 è medio, oltre è alto, con le avvertenze dette e con un'etichetta fondamentale: sono stime costruite su un criterio internazionale e non categorie di legge. Per chi è autonomo il confronto va fatto sul netto, e per tutti la domanda utile non è solo "dove mi colloco", ma "quanto mi resta dopo spese, tasse e prezzi".
La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...