Quante famiglie ricevono un’eredità e come vengono gestiti denaro, immobili e altri beni? Studi recenti mostrano differenze per età, reddito e territorio, tra scelte oculate e patrimoni dispersi nel tempo.
Il momento in cui una famiglia riceve concretamente un'eredità segna quasi sempre uno spartiacque nelle proprie abitudini economiche, ma non sempre nella direzione che ci si aspetterebbe. Secondo lo studio pubblicato dalla Banca d'Italia nella collana Questioni di Economia e Finanza, il 14,4% delle famiglie italiane dichiara di attendere un trasferimento patrimoniale, e il modo in cui questa prospettiva viene gestita, sia prima sia dopo l'effettivo passaggio di ricchezza, disegna due percorsi molto diversi tra loro: da un lato chi trasforma il lascito in stabilità futura, dall'altro chi lo utilizza per anticipare consumi che altrimenti avrebbe rimandato. Analizzare questi comportamenti aiuta a capire come gli italiani si rapportano davvero al denaro ricevuto per successione.
Le statistiche disponibili raccontano con maggiore precisione gli effetti delle aspettative rispetto a come venga divisa, in termini percentuali, un’eredità già incassata. Le famiglie che prevedevano un trasferimento futuro avevano consumi complessivi superiori del 7% rispetto ai nuclei comparabili. I consumi non durevoli risultavano più alti di circa il 6%, mentre la propensione al risparmio era inferiore di circa il 17%.
Il dato più sorprendente emerso dalla ricerca, firmata da David Loschiavo, Mirko Moscatelli, Eleonora Porreca e Francesca Zanichelli sulla base dell'Indagine sui bilanci delle famiglie italiane, riguarda il comportamento delle famiglie ancora prima che il denaro cambi effettivamente di mano.
Le famiglie che si aspettano un'eredità presentano livelli di consumo superiori del 7% rispetto a nuclei con caratteristiche analoghe ma privi della stessa aspettativa, mentre il risparmio risulta inferiore di circa il 17%. È un comportamento coerente con l'idea che un incremento atteso della ricchezza futura riduca il bisogno percepito di accumulare risorse nel presente, un meccanismo psicologico che gli economisti chiamano effetto ricchezza anticipata.
Entrando nel dettaglio delle categorie di spesa, l'aumento dei consumi riguarda sia gli acquisti quotidiani sia quelli più importanti. La spesa per beni non durevoli, come alimentari e abbigliamento, cresce di circa il 6%, mentre aumenta anche la probabilità di procedere ad acquisti di beni durevoli.
Un aspetto meno scontato riguarda le famiglie con almeno un componente tra i 16 e i 30 anni: in questi nuclei, l'aspettativa di un'eredità aumenta la probabilità che i giovani proseguano gli studi o partecipino a percorsi di formazione, un segnale di come la prospettiva di maggiore ricchezza futura possa tradursi anche in investimenti sul capitale umano dei figli, non solo in consumi immediati.
È sul fronte dell'indebitamento che emerge la differenza più netta tra chi gestisce bene l'attesa di un'eredità e chi rischia di scivolare in una gestione meno prudente. Tra le famiglie con poca liquidità rispetto ai propri consumi, l'aspettativa di un lascito aumenta in modo statisticamente rilevante la probabilità di ricorrere al credito al consumo, riducendo al tempo stesso quella di accendere un mutuo.
In altre parole, chi ha già margini di manovra ridotti tende a colmare il divario tra le proprie disponibilità attuali e la ricchezza futura attesa indebitandosi per finanziare la spesa corrente, un comportamento che gli autori dello studio descrivono come un allentamento dei vincoli di bilancio ancora prima che le risorse esistano davvero.
Sul fronte degli investimenti, il quadro racconta una storia diversa e per certi versi più positiva. Le famiglie che attendono un'eredità detengono attività finanziarie superiori di circa il 20% rispetto alle altre, a parità di quintile di ricchezza netta, con una preferenza per strumenti caratterizzati da un profilo di rischio-rendimento più elevato rispetto ai semplici depositi bancari.
Parallelamente, queste famiglie mostrano una probabilità più bassa di possedere immobili propri, un dato che si spiega con la natura stessa dei trasferimenti ereditari in Italia: tra chi ha già ricevuto un'eredità, l'immobile resta il bene più frequentemente trasferito, il che riduce l'incentivo ad acquistarne uno con risorse proprie prima che il lascito arrivi.
Uno degli aspetti più rilevanti dello studio riguarda le implicazioni sociali di questi comportamenti. Gli autori sottolineano che le evidenze individuano correlazioni statistiche e non rapporti di causa effetto, ma concludono che le aspettative di successione influenzano le scelte economiche ben prima della loro effettiva realizzazione, contribuendo potenzialmente ad ampliare le disuguaglianze.
Questo accade perché l'aspettativa di ricevere un'eredità è più diffusa proprio tra le famiglie già economicamente più solide e istruite, che partono da una condizione di partenza migliore e che, potendo permettersi di anticipare consumi o investimenti rischiosi, consolidano nel tempo un vantaggio che si trasmette da una generazione all'altra.
Mettendo insieme questi elementi emerge un quadro con due profili nettamente distinti di gestione del denaro ereditato. Una buona gestione si riconosce in chi utilizza l'aspettativa o la ricezione dell'eredità per diversificare il proprio patrimonio verso strumenti finanziari più remunerativi, per investire nella formazione dei figli, o per ridurre l'esposizione a immobili che richiederebbero manutenzione e tasse aggiuntive. Una gestione meno prudente, al contrario, si manifesta in chi anticipa consumi correnti non essenziali, riduce drasticamente il proprio risparmio precauzionale, o addirittura ricorre a finanziamenti al consumo confidando in un patrimonio che deve ancora arrivare, un comportamento particolarmente rischioso per le famiglie che partono già da una situazione di liquidità limitata, poiché in caso di ritardi, contenziosi successori o eredità inferiori alle attese si ritrovano esposte a un indebitamento non sostenuto da risorse reali.
Il quadro restituito dalla Banca d'Italia dimostra che il rapporto degli italiani con l'eredità non è mai soltanto una questione di importi, ma soprattutto di tempistiche e aspettative. Chi riesce ad attendere l'effettivo trasferimento di ricchezza prima di modificare le proprie abitudini di spesa tende a beneficiarne in modo più stabile nel tempo, mentre chi anticipa oggi i vantaggi di un patrimonio futuro rischia di trovarsi, in caso di imprevisti, con consumi già sostenuti e risparmi già ridotti. È una distinzione che vale la pena tenere presente non solo per chi sa di dover ricevere un lascito, ma per chiunque si trovi a pianificare le proprie finanze guardando a una ricchezza che, per definizione, non è ancora nelle proprie mani.
Una gestione ordinata comincia dalla ricostruzione dell’intera successione. Occorre considerare immobili, liquidità, investimenti, quote societarie, beni di valore e debiti collegati. Un immobile gravato da un mutuo residuo o bisognoso di lavori urgenti non ha lo stesso valore economico di una casa libera da vincoli e pronta per essere utilizzata o venduta.
La prima verifica riguarda la liquidità. Deve esserci una quota sufficiente per pagare imposte, spese notarili, manutenzioni, emergenze e costi familiari, senza essere costretti a vendere investimenti in un momento sfavorevole. Non esiste una somma uguale per tutti: il fabbisogno dipende dal reddito, dalla stabilità lavorativa, dall’età e dagli impegni del nucleo.
Il capitale che resta può essere distribuito in base al tempo entro cui servirà e alla capacità di sopportare eventuali perdite. Il denaro destinato a una spesa nei prossimi anni non va trattato come se fosse capitale da investire a lungo termine. La distinzione è concreta: una risorsa che deve restare disponibile non può essere esposta allo stesso livello di rischio di quella destinata a un obiettivo lontano.
Va considerata anche la concentrazione. Collocare tutto presso una sola banca, in un solo titolo o in un unico immobile espone il patrimonio a un rischio che può emergere soltanto quando diventa difficile rimediare.
Lo stesso problema si presenta con beni costosi acquistati senza calcolare manutenzione, assicurazioni, tasse e perdita di valore. Il prezzo pagato o il valore iniziale dell’oggetto non raccontano il costo che quel bene avrà negli anni.
Un altro errore è la concentrazione del patrimonio. Tenere tutto in un immobile non abitato, in una singola impresa familiare o in un prodotto finanziario complesso può rendere difficile trasformare la ricchezza in denaro. L’immobilizzo improduttivo pesa soprattutto quando la casa non viene affittata, ristrutturata o venduta e continua, nel frattempo, a generare costi.
Le decisioni prese sotto pressione familiare possono aggravare la situazione. Prestare in fretta somme rilevanti, garantire debiti altrui oppure dividere beni senza una valutazione indipendente espone a conflitti e perdite. Aiutare figli e parenti può essere un obiettivo legittimo, ma l’aiuto deve rimanere compatibile con la sicurezza economica di chi trasferisce il denaro.
Il dott. Luca Rossi è un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e società di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogli ...