La presenza di studenti che lavorano mentre studiano è molto più ridotta in Italia rispetto al resto d'Europa. Dati, cause e modelli virtuosi, questo articolo esplora differenze, motivazioni.
Nei Paesi europei è sempre più comune per i giovani conciliare formazione e lavoro, una realtà consolidata in molte società avanzate. Mentre in altre nazioni questa combinazione rappresenta una tappa naturale verso l'indipendenza e l'acquisizione di competenze utili anche al di fuori dell'aula, nel contesto nazionale la situazione appare diversa: la proporzione di giovani che svolgono un impiego regolare durante gli studi resta bassa.
La tendenza a integrare lavori retribuiti nel proprio percorso scolastico o universitario permette ai ragazzi europei di imparare a gestire il tempo, responsabilizzarsi e mettere in pratica abilità richieste dal mercato. È quindi importante analizzare ciò che differenzia l'esperienza giovanile italiana da quella dei coetanei di molte altre nazioni: dalle percentuali ufficiali ai fattori economici, regolamentari e culturali che incidono sulle scelte.
I dati Eurostat relativi al 2024 mettono a fuoco una distanza tra le abitudini lavorative dei giovani italiani e quelle della media europea. Nell'Unione Europea, infatti, circa il 25,4% dei ragazzi tra i 15 e i 29 anni risulta impiegato durante il percorso d'istruzione; significa che uno studente su quattro trova spazio per esperienze lavorative retribuite mentre frequenta scuola superiore o università.
Nel dettaglio, paesi come Olanda (oltre il 74%), Danimarca (più del 56%) e Germania (oltre il 45%) registrano le percentuali più elevate. Sono contesti in cui la combinazione delle due attività è agevolata da normative flessibili, opportunità diversificate (dai lavori part-time alle esperienze in azienda) e una diffusa cultura dell'autonomia personale fin dai 14 anni.
Più indietro invece la situazione nella penisola: le cifre, a seconda della fonte e della definizione di occupazione regolare, oscillano tra il 6% e l'8% dei giovani italiani che lavorano durante gli studi. In termini di classifica, l'Italia si piazza al ventiduesimo posto tra i paesi membri, davanti solo a Romania (2,4%), Grecia (6%), Croazia (6,4%) e a poche altre realtà dell'Est.
Le differenze si riflettono anche tra i sessi: in Europa le donne sono leggermente più attive lavorativamente rispetto ai coetanei maschi durante l'istruzione formale (19,6% contro 17% nella fascia dei 15-29 anni), ma nel Belpaese, specularmente, le percentuali restano basse per entrambi.
Per rendere più chiara la situazione nazionale rispetto alle principali realtà Ue, ecco una semplice tabella:
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Paese |
% Studenti lavoratori (15-29 anni) |
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Olanda |
74,3% |
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Danimarca |
56,4% |
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Germania |
45,8% |
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Francia |
24% |
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Italia |
6-8% |
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Romania |
2,4% |
La differenza centrale rimane dunque tra chi offre un sistema pensato per integrare la formazione con l'esperienza lavorativa e chi, invece, fatica a garantire opportunità di questo tipo ai propri giovani.
Le ragioni che spiegano la bassa incidenza dei giovani impegnati sia nello studio che in attività lavorative formali sono molteplici e affondano le radici sia nel tessuto economico-sociale, sia in dinamiche istituzionali. Tre aspetti risultano determinanti:
Non va inoltre sottovalutato il tema del lavoro irregolare. Numerosi giovani ricorrono a impieghi non ufficiali - spesso necessari per integrare il reddito familiare - che però non vengono rilevati nelle statistiche ufficiali. Si aggiunge, per molti, la difficoltà oggettiva di trovare opportunità lavorative coerenti con il proprio indirizzo di studi o sufficientemente flessibili.
L'attuale scenario nazionale deriva dall'intreccio di almeno tre elementi chiave. La rigidità del sistema accademico e delle scuole superiori si manifesta nei programmi densi e nelle richieste di frequenza obbligatoria, ostacolando la possibilità di inserire esperienze lavorative senza compromettere il rendimento. Solo in casi isolati vengono proposti percorsi di alternanza scuola-lavoro o stage, e spesso con modalità poco integrate rispetto all'insegnamento curricolare.
Il mercato del lavoro nazionale propone invece raramente figure di apprendistato o posizioni part-time pensate per chi studia. Le aziende risultano meno inclini ad assumere studenti per posizioni flessibili rispetto ai colleghi del Nord Europa e le retribuzioni per i giovani restano contenute, soprattutto in settori legati a ospitalità, ristorazione e vendita al dettaglio.
Sul piano culturale, permane la tradizione secondo cui l'impegno nello studio debba essere totalizzante. Ciò porta le famiglie e gli stessi ragazzi ad anteporre la preparazione accademica alla precoce indipendenza economica. D'altro canto, chi desidera lavorare durante il percorso formativo si trova spesso a dover scegliere fra lavoretti saltuari e percorsi in nero, raramente riconosciuti o valorizzati a livello di curriculum.
Nel panorama europeo, invece, molti modelli educativi favoriscono la presenza di esperienze professionali parallele grazie a una maggiore sinergia tra scuole, università e imprese, e spesso anche il contesto sociale sostiene una transizione soft dall'aula al mondo del lavoro.
L'impatto della scarsa partecipazione alle attività lavorative durante la formazione si collega a fenomeni preoccupanti tra le fasce giovanili. Il primo è rappresentato dall'alta incidenza dei Neet (Not in Education, Employment or Training): in Italia circa il 15,2% dei giovani tra i 15 e i 29 anni non studia né lavora né cerca lavoro, una delle cifre più alte dell'Unione Europea. Ciò significa 1,4 milioni di persone fuori da ogni circuito educativo o produttivo, con ricadute rilevanti in termini di costi sociali e perdita di capitale umano.
Il fenomeno si aggrava con la dispersione scolastica: quasi il 10% degli under 24 italiani abbandona la scuola prima del diploma, spesso a causa della mancanza di prospettive o di strumenti per una piena inclusione. Il problema è particolarmente marcato tra i giovani con background migratorio ed è acuito dalla scarsa connessione tra formazione formale e richiesta di competenze pratiche.
Un'altra conseguenza di questa situazione riguarda la cosiddetta fuga dei cervelli: ogni anno più di 37mila laureati scelgono di trasferirsi all'estero alla ricerca di contesti in cui l'accumulo di esperienza lavorativa durante gli studi viene considerato un plus importante nel curriculum.
La situazione presenta quindi un circolo vizioso: la difficoltà ad accedere a esperienze lavorative riduce la preparazione pratica dei ragazzi, rende più difficile l'ingresso stabile nel mercato del lavoro dopo la laurea o il diploma, alimentando così l'inattività o la migrazione verso realtà più dinamiche.
I paesi che hanno saputo integrare con successo le attività lavorative nei percorsi formativi offrono interessanti spunti. In Olanda, ad esempio, ai ragazzi è consentito svolgere piccole mansioni già dai 14 anni, con regolamentazione adattata all'età e agli studi; il sistema scolastico e universitario è più flessibile, e permette a studenti e studentesse di scegliere tra percorsi part-time, stage retribuiti e lavori collegati al proprio percorso.
Anche in Germania e Danimarca prevalgono tipologie di impiego che favoriscono la conciliazione tra le due sfere: i contratti studenteschi sono normati dalla legge, gli orari sono compatibili con lezioni e sessioni di esami e le aziende collaborano attivamente con gli istituti. Esistono poi incentivi fiscali, rimborsi e sostegni che agevolano chi decide di impegnarsi su entrambi i fronti.
Elemento comune è la valorizzazione delle soft skills (capacità trasversali) che possono essere acquisite anche attraverso incarichi non direttamente connessi agli studi. In questo modo, sia le istituzioni sia le famiglie percepiscono il lavoro degli studenti come un'opportunità di crescita personale e professionale, e non come un ostacolo al rendimento scolastico.
Guardando all'Europa, emerge come l'apertura verso forme di impiego flessibile e la collaborazione tra educazione e impresa generi vantaggi competitivi: giovani con maggiore esperienza pratica, autonomia economica prima del diploma o della laurea, minore incidenza del fenomeno Neet e una transizione più fluida verso il mondo adulto.