Quanti italiani riescono davvero a guadagnare con gli investimenti? Un viaggio tra dati, tipologie di strumenti finanziari, rendimenti medi, fattori determinanti e limiti.
Chiunque cerchi online "quanti italiani guadagnano con gli investimenti" si scontra con un problema semplice da spiegare ma raramente affrontato con chiarezza: questa statistica, nella forma in cui la immaginiamo, non esiste. Non c'è un ente pubblico, una banca centrale o un istituto di ricerca che pubblichi ogni anno un numero unico capace di rispondere alla domanda. Quello che esiste, invece, sono dati solidi su alcuni segmenti specifici, indicazioni sui comportamenti dei risparmiatori italiani e rendimenti medi storici dei principali strumenti finanziari. Da qui si può costruire una stima ragionata, purché la si presenti per quello che è: un esercizio di logica basato su dati reali, non un dato ufficiale.
C'è un solo ambito degli investimenti in cui le statistiche sono davvero pubbliche, verificate e obbligatorie per legge: il trading online su CFD (Contract for Difference), forex e strumenti a leva. Dal momento in cui l'ESMA, l'autorità europea dei mercati finanziari, ha imposto ai broker di dichiarare la percentuale di clienti retail che non ottiene risultati positivi, il quadro è diventato più trasparente. Ribaltando quei dati, si può stimare che solo una minoranza dei conti retail riesca effettivamente a guadagnare con regolarità: in molti casi una quota compresa tra circa l'11% e il 40%, a seconda del broker considerato.
Il dato va però letto con molta cautela. Questo mondo, leva finanziaria, posizioni aperte e chiuse in giornata, speculazione a breve termine, è profondamente diverso da quello dell'investimento tradizionale in titoli di Stato, ETF o fondi comuni. Confondere i due ambiti è uno degli errori più comuni quando si parla genericamente di “investimenti”. Un trader che opera su strumenti a leva e un risparmiatore che compra un BTP o un ETF globale con un orizzonte pluriennale non stanno facendo la stessa cosa.
Per gli strumenti più diffusi tra i risparmiatori italiani, BTP, BOT, ETF azionari, fondi comuni, non esiste un dato equivalente a quello dei CFD. Il motivo è strutturale: il “guadagno” di questi investimenti non si misura in un singolo momento, ma dipende da quanto a lungo si resta investiti, dal prezzo di acquisto, dai flussi cedolari o dai dividendi incassati, dai costi sostenuti e dal momento in cui si decide eventualmente di vendere.
Un BTP tenuto fino a scadenza consente di conoscere in anticipo il rendimento nominale, salvo eventi estremi sull'emittente. Un ETF azionario diversificato, invece, non dà alcuna garanzia annuale, ma storicamente tende a premiare gli orizzonti di lungo periodo. Un fondo comune attivo può generare rendimento, ma va valutato al netto delle commissioni. La variabile decisiva, insomma, non è solo lo strumento scelto, ma il modo in cui viene utilizzato.
Qui entrano in gioco i numeri pubblicati dalla Consob nel suo rapporto annuale sulle scelte di investimento delle famiglie italiane, insieme a un'indagine Assogestioni-Censis sulle abitudini dei risparmiatori:
Incrociando questi dati comportamentali con la logica di funzionamento di ciascuno strumento, è possibile costruire una stima plausibile, non un dato ufficiale, ma un ragionamento trasparente, su quanti investitori potrebbero effettivamente chiudere con un risultato positivo:
Volendo costruire una sintesi prudente, si può dire che:
Con gli investimenti tradizionali, il dato più interessante è che la maggioranza silenziosa degli italiani che investe con pazienza ha buone probabilità di ottenere un risultato positivo. Non perché esista una formula magica, ma perché molti strumenti finanziari premiano il tempo, la disciplina e la coerenza. Il punto non è credere che tutti guadagnino sempre, ma riconoscere che l'investimento tradizionale, se gestito con orizzonte corretto, è molto diverso dalla speculazione a breve termine.
La parte meno visibile del fenomeno è proprio questa: chi ottiene un rendimento regolare e poco spettacolare spesso non lo racconta. Non fa rumore un BTP portato a scadenza, non fa notizia un ETF globale mantenuto per dieci anni, non diventa virale un portafoglio bilanciato che cresce lentamente. Eppure, statisticamente, è lì che si concentra gran parte del guadagno reale dei risparmiatori.
Se una quota consistente di investitori tradizionali riesce a ottenere risultati positivi, perché la percezione pubblica resta spesso confusa o pessimistica? Una possibile spiegazione arriva proprio dai dati Censis citati in precedenza: quasi 8 risparmiatori su 10 dichiarano di temere le oscillazioni negative ancora prima di investire. Questa ansia rende più visibili e memorabili le esperienze problematiche rispetto ai percorsi ordinari di accumulo e rendimento.
Chi guadagna con pazienza in dieci anni raramente ne parla sui social o nei forum. Chi ottiene un rendimento del 3% o del 5% annuo difficilmente lo percepisce come una storia da raccontare. Il risultato è un effetto di visibilità distorta: l'investimento fatto bene è spesso silenzioso, graduale, poco spettacolare. Ma proprio per questo può essere più solido.
Il dott. Luca Rossoni è un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e società di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogl...