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Quanti sono gli italiani che guadagnano davvero con gli investimenti e quanto in media

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di Dott. Luca Rossoni pubblicato il

Quanti italiani riescono davvero a guadagnare con gli investimenti? Un viaggio tra dati, tipologie di strumenti finanziari, rendimenti medi, fattori determinanti e limiti.

Chiunque cerchi online "quanti italiani guadagnano con gli investimenti" si scontra con un problema semplice da spiegare ma raramente affrontato con chiarezza: questa statistica, nella forma in cui la immaginiamo, non esiste. Non c'è un ente pubblico, una banca centrale o un istituto di ricerca che pubblichi ogni anno un numero unico capace di rispondere alla domanda. Quello che esiste, invece, sono dati solidi su alcuni segmenti specifici, indicazioni sui comportamenti dei risparmiatori italiani e rendimenti medi storici dei principali strumenti finanziari. Da qui si può costruire una stima ragionata, purché la si presenti per quello che è: un esercizio di logica basato su dati reali, non un dato ufficiale.

Il mondo dove i numeri sono certi: trading e CFD

C'è un solo ambito degli investimenti in cui le statistiche sono davvero pubbliche, verificate e obbligatorie per legge: il trading online su CFD (Contract for Difference), forex e strumenti a leva. Dal momento in cui l'ESMA, l'autorità europea dei mercati finanziari, ha imposto ai broker di dichiarare la percentuale di clienti retail che non ottiene risultati positivi, il quadro è diventato più trasparente. Ribaltando quei dati, si può stimare che solo una minoranza dei conti retail riesca effettivamente a guadagnare con regolarità: in molti casi una quota compresa tra circa l'11% e il 40%, a seconda del broker considerato.

Il dato va però letto con molta cautela. Questo mondo, leva finanziaria, posizioni aperte e chiuse in giornata, speculazione a breve termine, è profondamente diverso da quello dell'investimento tradizionale in titoli di Stato, ETF o fondi comuni. Confondere i due ambiti è uno degli errori più comuni quando si parla genericamente di “investimenti”. Un trader che opera su strumenti a leva e un risparmiatore che compra un BTP o un ETF globale con un orizzonte pluriennale non stanno facendo la stessa cosa.

Il mondo dove i numeri ufficiali mancano: BTP, ETF, fondi comuni

Per gli strumenti più diffusi tra i risparmiatori italiani, BTP, BOT, ETF azionari, fondi comuni, non esiste un dato equivalente a quello dei CFD. Il motivo è strutturale: il “guadagno” di questi investimenti non si misura in un singolo momento, ma dipende da quanto a lungo si resta investiti, dal prezzo di acquisto, dai flussi cedolari o dai dividendi incassati, dai costi sostenuti e dal momento in cui si decide eventualmente di vendere.

Un BTP tenuto fino a scadenza consente di conoscere in anticipo il rendimento nominale, salvo eventi estremi sull'emittente. Un ETF azionario diversificato, invece, non dà alcuna garanzia annuale, ma storicamente tende a premiare gli orizzonti di lungo periodo. Un fondo comune attivo può generare rendimento, ma va valutato al netto delle commissioni. La variabile decisiva, insomma, non è solo lo strumento scelto, ma il modo in cui viene utilizzato.

I dati comportamentali reali, base di ogni ragionamento

Qui entrano in gioco i numeri pubblicati dalla Consob nel suo rapporto annuale sulle scelte di investimento delle famiglie italiane, insieme a un'indagine Assogestioni-Censis sulle abitudini dei risparmiatori:

  • Il 60% degli investitori italiani non riesce a mantenere un titolo per più di 3 anni, secondo l'annuale rapporto Consob
  • Il 76,7% dichiara di avere paura di subire perdite quando investe
  • Il 48,3% controlla continuamente l'andamento dei propri investimenti, modificando le proprie scelte in base alle oscillazioni di breve periodo
  • Il 40,7% ammette di lasciarsi condizionare da eventi contingenti e improvvisi, guerre, crisi geopolitiche, notizie allarmistiche
Questi quattro dati raccontano un quadro coerente: una parte consistente dei risparmiatori italiani investe, ma fatica a mantenere una strategia stabile nel tempo. Ed è proprio il tempo, più ancora della scelta del singolo prodotto, a incidere sulla possibilità di ottenere un guadagno effettivo.

Una simulazione su chi probabilmente guadagna

Incrociando questi dati comportamentali con la logica di funzionamento di ciascuno strumento, è possibile costruire una stima plausibile, non un dato ufficiale, ma un ragionamento trasparente, su quanti investitori potrebbero effettivamente chiudere con un risultato positivo:

  • BTP e BOT: una quota stimabile intorno al 70-75% degli investitori può ottenere un risultato positivo se mantiene il titolo fino a scadenza o se lo vende in una fase di mercato neutra o favorevole. Il guadagno medio dipende dal rendimento di emissione e dalla durata, ma negli ultimi anni per molti titoli di Stato italiani si è mosso indicativamente tra il 2% e il 4% lordo annuo, con differenze rilevanti tra BOT, BTP brevi e BTP pluriennali
  • ETF azionari diversificati: una quota plausibile tra il 55% e il 65% degli investitori può riuscire a ottenere un guadagno effettivo, soprattutto se mantiene l'investimento per più anni e non modifica continuamente la strategia. In questo caso il rendimento medio storico di lungo periodo dei mercati azionari globali è spesso collocato in una fascia indicativa tra il 5% e il 7% annuo nominale, prima dei costi e della fiscalità, pur con oscillazioni anche molto ampie nei singoli anni
  • Fondi comuni attivi: una quota stimabile tra il 50% e il 60% degli investitori può chiudere con un guadagno, ma il rendimento medio netto tende a essere più condizionato dai costi di gestione. In molti casi, la performance finale dipende dalla capacità del fondo di compensare le commissioni con risultati superiori al mercato di riferimento

Quanto guadagnano in media gli italiani che investono

La seconda parte della domanda, “quanto guadagnano in media”, è ancora più delicata, perché non esiste un rendimento medio unico dell'investitore italiano. Dipende dalla composizione del portafoglio. Un risparmiatore concentrato su titoli di Stato avrà un rendimento atteso più contenuto ma più prevedibile. Chi investe in ETF azionari globali accetta oscillazioni maggiori in cambio di una possibilità di rendimento più alta nel lungo periodo. Chi sceglie fondi comuni deve considerare con attenzione l'impatto dei costi.

Volendo costruire una sintesi prudente, si può dire che:

  • chi investe prevalentemente in BOT e BTP può puntare, nelle fasi recenti di tassi più elevati, a un guadagno medio lordo annuo nell'ordine del 2-4%, a seconda della durata e del momento di acquisto
  • chi investe in ETF obbligazionari o portafogli prudenti può collocarsi in una fascia simile o leggermente variabile, con risultati legati all'andamento dei tassi e alla durata media degli strumenti
  • chi investe in ETF azionari diversificati può ottenere, su orizzonti lunghi, rendimenti medi annui più alti, indicativamente nella fascia 5-7% nominale, sapendo però che il percorso non è lineare
  • chi investe in fondi comuni attivi può avere risultati molto diversi a seconda del prodotto scelto, delle commissioni e della coerenza tra fondo, orizzonte temporale e profilo di rischio
La stima più realistica, quindi, non è un numero secco valido per tutti. Per un investitore italiano medio con portafoglio prudente o bilanciato, una fascia ragionevole di guadagno annuo lordo può oscillare tra il 2% e il 5%. Per chi ha una quota azionaria più alta e un orizzonte lungo, la media può salire, ma con una variabilità molto più marcata.

Il messaggio più importante di questa analisi

Con gli investimenti tradizionali, il dato più interessante è che la maggioranza silenziosa degli italiani che investe con pazienza ha buone probabilità di ottenere un risultato positivo. Non perché esista una formula magica, ma perché molti strumenti finanziari premiano il tempo, la disciplina e la coerenza. Il punto non è credere che tutti guadagnino sempre, ma riconoscere che l'investimento tradizionale, se gestito con orizzonte corretto, è molto diverso dalla speculazione a breve termine.

La parte meno visibile del fenomeno è proprio questa: chi ottiene un rendimento regolare e poco spettacolare spesso non lo racconta. Non fa rumore un BTP portato a scadenza, non fa notizia un ETF globale mantenuto per dieci anni, non diventa virale un portafoglio bilanciato che cresce lentamente. Eppure, statisticamente, è lì che si concentra gran parte del guadagno reale dei risparmiatori.

Perché la percezione pubblica resta comunque confusa

Se una quota consistente di investitori tradizionali riesce a ottenere risultati positivi, perché la percezione pubblica resta spesso confusa o pessimistica? Una possibile spiegazione arriva proprio dai dati Censis citati in precedenza: quasi 8 risparmiatori su 10 dichiarano di temere le oscillazioni negative ancora prima di investire. Questa ansia rende più visibili e memorabili le esperienze problematiche rispetto ai percorsi ordinari di accumulo e rendimento.

Chi guadagna con pazienza in dieci anni raramente ne parla sui social o nei forum. Chi ottiene un rendimento del 3% o del 5% annuo difficilmente lo percepisce come una storia da raccontare. Il risultato è un effetto di visibilità distorta: l'investimento fatto bene è spesso silenzioso, graduale, poco spettacolare. Ma proprio per questo può essere più solido.




Dott. Luca Rossoni

Il dott. Luca Rossoni è un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e società di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogl...