Dal 2006 il tuo sito imparziale su Lavoro, Fisco, Investimenti, Pensioni, Aziende ed Auto

Rinviata la tassa di 2 euro su pacchi Temu, Shein, AliExpress: la ragione precisa dietro la decisione dell'Italia

WhatsApp X Telegram
di Chiara Compagnucci pubblicato il

Rimane la tassa da 3 euro al via dal 1 Luglio sui pacchi extra Ue sotto i 150 euro, ma il balzello italiano viene rinviato. E c'è un motivo molto chiaro e netto.

Lunedì 22 giugno 2026, il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto Infrastrutture e, quasi in sordina, ha rinviato per l'ennesima volta la tassa italiana da 2 euro sui pacchi extra-UE di valore inferiore a 150 euro. La nuova data di entrata in vigore è il 1° ottobre 2026. Non è la prima volta che questo accade: la misura, introdotta con la Legge di Bilancio 2026, avrebbe dovuto partire a gennaio, poi a marzo, poi a luglio. Ora si sposta a ottobre. Quattro rinvii in meno di un anno per una tassa da due euro.

La motivazione ufficiale è sempre la stessa: ragioni tecniche, adeguamento dei sistemi informatici dell'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. Ma dietro questa spiegazione burocratica si nasconde una storia molto più interessante, che riguarda aeroporti, corridoi logistici europei, miliardi di pacchi cinesi e un calcolo preciso sui rischi e sui benefici per l'Italia.

La storia della tassa che non riusciva a partire

Per capire il rinvio di ieri bisogna ripercorrere la storia di questa norma dall'inizio. La Legge di Bilancio 2026 ha introdotto un contributo fisso di 2 euro su ogni spedizione proveniente da Paesi extra-UE con valore dichiarato inferiore a 150 euro. L'obiettivo dichiarato era duplice: contrastare l'avanzata dei colossi cinesi dell'e-commerce come Temu, Shein e AliExpress, e coprire i costi amministrativi delle operazioni doganali, aumentate esponenzialmente con la crescita degli acquisti online internazionali.

Il problema è che la norma è nata in un momento di transizione normativa europea, quando non era ancora chiaro cosa avrebbe fatto Bruxelles sulla stessa materia. E Bruxelles, nel frattempo, ha deciso: dal 1° luglio 2026 entra in vigore il Regolamento UE 2026/382, che elimina definitivamente la franchigia doganale per i pacchi sotto i 150 euro in vigore dal 1992 e introduce un dazio europeo forfettario di 3 euro per spedizione.

Se entrambe le tasse fossero entrate in vigore il 1° luglio, su ogni pacco da Temu o AliExpress si sarebbero sommati 3 euro europei e 2 euro italiani, per un totale di 5 euro aggiuntivi per spedizione, a cui va aggiunta l'IVA ordinaria al 22%. Un costo fisso significativo su prodotti che spesso costano pochi euro.

Il rischio aeroportuale: perché 2 euro potevano costare miliardi

La ragione vera del rinvio non è tecnica. È logistica ed economica, ed è stata spiegata con chiarezza da Confetra, la Confederazione Generale Italiana dei Trasporti e della Logistica, in una lettera al ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti.

Il meccanismo del commercio internazionale a basso costo funziona così: i grandi corrieri internazionali, come DHL, FedEx e UPS, gestiscono voli cargo che atterrano negli hub europei principali. Da lì le merci vengono ridistribuite per via terrestre nei vari paesi. Gli hub principali sono Amsterdam Schiphol, Brussels Airport e Francoforte. Ma l'Italia ha i propri scali cargo, in particolare Milano Malpensa, che negli ultimi anni è diventato un hub rilevante per i pacchi provenienti dall'Asia.

Se l'Italia avesse applicato una tassa aggiuntiva di 2 euro rispetto agli altri paesi europei, i corrieri internazionali avrebbero avuto un incentivo fortissimo a spostare i voli cargo verso Belgio, Paesi Bassi o Germania, effettuando lì lo sdoganamento e trasportando poi le merci in Italia via camion. Il risultato sarebbe stato paradossale: meno traffico per gli aeroporti italiani, meno lavoro per i corrieri e i doganieri italiani, meno controlli sulle merci in ingresso e, alla fine, meno entrate fiscali per lo Stato.

Le stime di Confetra sono precise: con la doppia tassa, l'Italia avrebbe perso circa il 50% dei traffici di e-commerce extra-UE. In termini di gettito, lo Stato avrebbe incassato circa 70 milioni di euro in cinque mesi, di cui 51 milioni dalla tassa italiana e il resto dalla quota dei dazi europei spettante all'Italia. Senza la tassa italiana, rinunciando ai 51 milioni, l'Italia avrebbe incassato comunque 38 milioni grazie alla sua quota dei dazi europei, mantenendo però l'intero volume dei traffici. La differenza tra i due scenari: soli 32 milioni di euro, a fronte del rischio di perdere strutturalmente quote di mercato logistico a favore di Belgio e Olanda.

Un calcolo semplice ha convinto il governo: non vale la pena rischiare di perdere permanentemente il traffico cargo negli aeroporti italiani per recuperare 32 milioni di euro in cinque mesi.

Dal 1° luglio: la tassa europea che cambia tutto

Mentre la tassa italiana aspetta ottobre, quella europea parte puntuale il 1° luglio 2026. E cambia in modo sostanziale le regole del gioco per chi compra abitualmente su piattaforme cinesi.

Fino al 30 giugno 2026, i pacchi con valore dichiarato inferiore a 150 euro entravano nell'Unione Europea completamente esenti da dazi doganali. Pagavano solo l'IVA. Era una franchigia introdotta nel 1992, quando i pacchi internazionali erano pochi e i costi amministrativi del sdoganamento di piccole spedizioni erano superiori ai dazi che avrebbero generato.

Dal 1° luglio quella franchigia scompare definitivamente. Il nuovo sistema europeo, regolato dal Regolamento UE 2026/382, introduce un dazio fisso di 3 euro per articolo, non per pacco. Questo è un dettaglio cruciale che molti hanno frainteso: se in un pacco ci sono due prodotti appartenenti a categorie doganali diverse, il dazio si applica due volte. Un pacco che contiene una camicia di seta e due camicie di lana, ad esempio, contiene articoli di due categorie tariffarie distinte e paga 6 euro di dazio, non 3.

Gli operatori registrati nel sistema IOSS, lo sportello unico per le importazioni dell'UE, possono applicare il regime semplificato a 3 euro forfettari per pacco indipendentemente dal numero di categorie merceologiche. Le grandi piattaforme come Temu, Shein e AliExpress si sono già registrate all'IOSS proprio per questo motivo: il regime semplificato è più conveniente per loro e per i consumatori.

Il dazio europeo è transitorio: durerà fino al 1° luglio 2028, quando dovrebbe entrare in funzione il nuovo sistema informatico doganale centralizzato dell'Unione, il cosiddetto Data Hub, che permetterà controlli più capillari su tutte le spedizioni in tempo reale.

Cosa succede da ottobre e cosa cambia per chi compra online

Dal 1° ottobre 2026, se il governo italiano non rinvia ancora, entrerà in vigore anche la tassa italiana da 2 euro. A quel punto la situazione sarà la seguente: su ogni pacco da Temu, Shein o AliExpress sotto i 150 euro si pagheranno 3 euro di dazio europeo più 2 euro di contributo italiano, per un totale di 5 euro aggiuntivi per spedizione.

Va detto che le piattaforme si stanno già adeguando. AliExpress ha annunciato un accordo con Poste Italiane per la gestione della logistica in Italia, una mossa che alcuni analisti interpretano come un tentativo di ottimizzare i costi doganali sfruttando i circuiti postali, che in alcuni casi godono di trattamenti differenziati. Temu ha aumentato i prezzi medi dei prodotti del 10-15% negli ultimi mesi in previsione dei nuovi dazi.

Per il consumatore finale, l'impatto dipende molto da cosa e quanto compra. Chi ordina un singolo prodotto da pochi euro sentirà il peso del dazio in modo significativo: 3 euro su un articolo da 5 euro è un aumento del 60%. Chi ordina prodotti di valore più alto, vicini alla soglia dei 150 euro, sentirà l'impatto in modo molto minore in percentuale.

La partita più grande: proteggere le imprese europee

Dietro le tasse sui pacchi c'è una partita molto più grande che riguarda la concorrenza tra le imprese europee e i giganti dell'e-commerce cinese. Secondo i dati doganali europei, nel 2024 sono entrati nell'Unione Europea 4,6 miliardi di piccoli pacchi, il 91% dei quali proveniente dalla Cina. Dal 2022 il volume è raddoppiato ogni anno.

Questo flusso enorme ha messo sotto pressione i commercianti europei, in particolare nel settore dell'abbigliamento, della casa e dei piccoli elettrodomestici. Un maglione su Temu può costare 3 euro. Lo stesso maglione prodotto in Europa, con i costi del lavoro, della sicurezza e delle normative ambientali europee, non può costare meno di 20-30 euro. La franchigia doganale fino a 150 euro aveva amplificato questo squilibrio per trent'anni.

La nuova tassa europea non risolverà il problema strutturale della competitività, ma è un primo passo verso un campo di gioco più equilibrato. I 3 euro per spedizione sono poca cosa rispetto al divario di costo tra produzione cinese ed europea, ma il loro effetto principale non è tanto economico quanto amministrativo: obbligano le piattaforme a registrarsi, dichiarare il valore reale delle merci e sottoporsi ai controlli doganali.

L'Italia, con il suo rinvio al 1° ottobre, ha scelto di non rischiare il proprio ruolo nella catena logistica europea per una tassa da 2 euro. Una scelta pragmatica, che però lascia aperta la domanda su cosa succederà in autunno: quarto rinvio o tassa definitiva?






Leggi anche

Chiara Compagnucci

Nata a Roma nel Giugno del 1978, effettua gli studi di ragioniere e si appassiona al tennis. Amante del mondo delle quattro ruote e delel due ruote, è sempre curiosa su tutte le novità delle case automobilistiche e sulle nuove auto in uscita. Scrive da anni per diversi blog ed ora si dedica a tempo pieno su questo sito web trattando in particolar modo tematiche sul mondo delle auto e sugli argomen...