Il condono edilizio torna a farsi strada come possibile fonte di entrate, ma finora le proposte si sono arenate tra ordini del giorno e dichiarazioni di inammissibilità. Il tema resta, però, sul tavolo e potrebbe riaffacciarsi nelle prossime sessioni di bilancio, con contenuti ancora tutti da definire.
La sanatoria edilizia è uno di quei temi che ciclicamente riemergono nel dibattito politico, soprattutto quando si avvicina la sessione di bilancio e servono risorse da reperire. Anche questa volta la discussione si è riaccesa, con proposte diverse tra loro per ampiezza, destinatari e conseguenze. Il rischio, però, è che sotto la parola unica «sanatoria» finiscano ipotesi che hanno poco in comune. Capire cosa è davvero sul tavolo è indispensabile per chi possiede un immobile con irregolarità, per i professionisti del settore e per i Comuni chiamati a gestire le pratiche.
Lo scorso novembre Fratelli d’Italia ha inserito tra gli emendamenti alla legge di Bilancio quattro proposte dedicate alle sanatorie edilizie. Non si trattava di variazioni di dettaglio, ma di interventi con logiche e platee molto diverse.
Due emendamenti puntavano a riaprire la partita della sanatoria del 2003, il terzo condono edilizio, quello introdotto con il decreto legge 269 del 2003. È una questione particolarmente sentita in Campania, dove molte pratiche presentate allora sono rimaste ferme per anni, tra carichi di lavoro dei Comuni, vincoli paesaggistici e documentazione incompleta.
Un terzo emendamento si spingeva molto più in là. Prendeva in considerazione le opere abusive ultimate entro il 30 settembre 2025, tra cui portici, tettoie, balconi e interventi di ristrutturazione eseguiti senza il necessario titolo edilizio. Un perimetro che avrebbe coinvolto abusi molto recenti, non il patrimonio storico dell’abusivismo.
Il quarto emendamento riguardava la definizione delle pratiche legate ai precedenti condoni da parte dei Comuni, cioè lo smaltimento dell’arretrato ancora giacente negli uffici tecnici comunali.
Non sono sfumature per addetti ai lavori. Riaprire i termini di un vecchio condono significa tornare su una vicenda circoscritta nel tempo: gli immobili sono quelli realizzati entro una data precisa, il fenomeno è ormai storicizzato e la platea, per quanto ampia, è definita.
Introdurre una finestra per opere realizzate fino al 2025 cambierebbe invece la natura dell’intervento. Il confronto si allargherebbe ad abusi assai più recenti, con un possibile effetto sul comportamento di chi costruisce o modifica senza permessi nella convinzione che, prima o poi, arrivi una nuova sanatoria. È l’argomento che gli oppositori dei condono sollevano da sempre: la sanatoria come incentivo implicito a violare le regole.
Per questo la distinzione tra le ipotesi non è una questione tecnica ma politica. Chiamarle tutte «sanatoria» rischia di nascondere la scelta che il Parlamento sarebbe chiamato a fare.
Accanto al condono in senso stretto esiste una terza via, più tecnica. Riguarda gli immobili formalmente irregolari ma conformi alle regole urbanistiche. In pratica: edifici o porzioni di edifici che rispettano le norme di piano, ma che presentano difformità documentali o procedurali, per esempio una variazione interna non comunicata, una diversa distribuzione degli spazi o un titolo edilizio mancante per un intervento che sarebbe stato comunque autorizzabile.
Sono situazioni che pesano su compravendite e pratiche edilizie. Chi vende una casa con una difformità minore può trovarsi bloccato al momento del rogito, perché il notaio deve verificare la conformità urbanistica e catastale. Chi vuole ristrutturare o accedere ai bonus edilizi può scontrarsi con la stessa difficoltà. Intervenire su questi casi, sbloccandoli con procedure semplificate, avrebbe effetti molto diversi da un condono: non regolarizza ciò che è sostanzialmente contrario alle regole, ma ripulisce posizioni che sono irregolari solo sulla carta.
Il motivo per cui il tema torna in manovra è semplice: il condono produce entrate. Le oblazioni, cioè le somme che i richiedenti versano per regolarizzare l’abuso, e gli oneri di urbanizzazione garantiscono introiti immediati allo Stato e ai Comuni. I precedenti condoni, quelli del 1985, del 1994 e del 2003, hanno portato nelle casse pubbliche miliardi di euro, anche se con tempi di incasso spesso molto lunghi, proprio perché le pratiche venivano istruite a distanza di anni.
Questo è anche il limite dello strumento: il gettito arriva a rilento e non sempre copre i costi, anche ambientali e di gestione del territorio, che l’abusivismo comporta. Per chi deve far quadrare i conti di una legge di Bilancio, tuttavia, la tentazione di una entrata una tantum resta forte.
La prova della scorsa manovra si è fermata prima del traguardo. Ecco i passaggi principali:
Sullo sfondo c’è anche il progetto di riordino delle norme edilizie. Va tenuto separato dal condono: si tratta di un percorso distinto, che mira a razionalizzare e semplificare un quadro normativo stratificato, con il Testo unico dell’edilizia al centro della discussione. Il riordino non comporta di per sé alcuna sanatoria, ma può incidere su come vengono trattate le difformità minori e sulle procedure di regolarizzazione.
Confondere i due piani sarebbe un errore: una riforma di semplificazione serve a rendere più chiare e gestibili le regole per il futuro, mentre un condono guarda al passato e regolarizza ciò che è già stato costruito.
In attesa che il quadro si chiarisca, chi possiede un immobile con difformità farebbe bene a non contare su una sanatoria futura. Le strade già oggi percorribili sono diverse:
Per chi segue il settore immobiliare e per i cittadini coinvolti, la domanda di fondo non è se esista una «sanatoria», ma quale sanatoria: una riapertura di termini storici, un condono per abusi recenti oppure una semplice regolarizzazione di irregolarità formali. Sono scelte con conseguenze molto diverse, e solo distinguerle con chiarezza permette di capire cosa si sta davvero decidendo.
Il Dott. Giovanni Matano è un esperto di fiscalità pratica e consulente fiscale con oltre 15 anni di esperienza nel settore. Laureato in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi di Milano, ha dedicato la sua carriera a supportare piccole e medie imprese nella pianificazione fiscale e nell'ottimizzazione delle agevolazioni fiscali. La sua competenza si estende anche ...