Affrontare un licenziamento e valutare il ricorso significa considerare rischi, tempi, costi legali e possibili responsabilità civili. Un'analisi pratica tra legge, sentenze e importanza della consulenza legale.
Contestare un licenziamento percepito come ingiusto è un diritto per ogni lavoratore. Tuttavia, prima di avviare una procedura formale, è necessario avere chiaro quali siano i rischi e le implicazioni connessi alle azioni giudiziarie. La scelta di impugnare il provvedimento aziendale comporta valutazioni che riguardano sia l’aspetto economico sia la sfera delle responsabilità civili. A fronte di una decisione che può avere un impatto profondo sulla propria carriera, il lavoratore deve prendere in considerazione possibili esiti sfavorevoli: uno fra tutti, la condanna al pagamento delle spese processuali e la possibilità di affrontare ulteriori oneri conseguenti alla soccombenza nella causa. Ogni passaggio assume rilievo anche alla luce delle recenti pronunce della magistratura e dei consolidati principi legislativi che regolano la tutela dei diritti nei rapporti di lavoro. Comprendere i meccanismi del contenzioso è quindi essenziale per orientarsi con maggiore consapevolezza verso una scelta informata e responsabile.
Affrontare il percorso di impugnazione del recesso datoriale richiede una piena comprensione delle fasi procedurali e dei termini previsti dalla legge. Il primo passaggio obbligatorio vede il lavoratore impegnato entro sessanta giorni dalla ricezione della comunicazione a compiere un’impugnazione formale, generalmente inviata tramite raccomandata o PEC. Tale atto scritto rappresenta la condizione essenziale per poter eventualmente avviare, successivamente, la fase giudiziale.
Successivamente, il lavoratore ha centottanta giorni dall’impugnazione per depositare il ricorso in tribunale oppure per promuovere un tentativo di conciliazione extragiudiziale o arbitrale secondo le forme indicate dagli articolati 410 e 412 del codice di procedura civile. Questi strumenti permettono alle parti di valutare se trovare un accordo evitando tempi lunghi e costi maggiori associati a una causa ordinaria.
Quando un lavoratore decide di affrontare una controversia giudiziale in materia di licenziamento, si espone non solo al costo della propria difesa, ma anche al rischio concreto di sostenere le spese della parte opponente in caso di sconfitta. Infatti, nel sistema processuale civile italiano, il principio della soccombenza prevede che la parte risultata perdente sia normalmente tenuta a rifondere al vincitore le spese sostenute per la difesa legale. Le voci a cui il lavoratore può essere chiamato a far fronte in caso di esito sfavorevole possono essere suddivise in diverse categorie:
Occorre inoltre considerare che la condanna alle spese perde raramente la propria efficacia attraverso accordi successivi o mere rinunce unilaterali, a meno che non sia accettata espressamente dalla controparte. Il rischio economico non si limita all’investimento iniziale richiesto per avviare la controversia, ma si moltiplica in relazione alle possibili condanne che il giudice potrebbe emettere nei diversi gradi di giudizio, compresi eventuali appelli e ricorsi in Cassazione.
| Fase processuale | Possibili spese |
| Primo grado | Compensi di parte avversa, contributo unificato |
| Appello | Nuove spese di lite, maggiori costi per atti difensivi e onorari |
| Cassazione | Compensi avversari, possibilità di spese aggiuntive per rinuncia non accettata |
Per queste ragioni, è sempre opportuno valutare con attenzione la solidità delle proprie ragioni prima di agire, considerati anche i costi da pagare in caso di ricorso contro licenziamento perso che possono avere impatti rilevanti sul bilancio personale.
Quando un lavoratore risulta soccombente in un giudizio civile instaurato per contestare il licenziamento, può andare incontro a diverse conseguenze non solo economiche ma anche sul piano civilistico. L’ordinamento prevede che chi perde la causa, oltre a veder rigettate le proprie domande, si trovi spesso nella posizione di dover sostenere:
La giurisprudenza più recente offre esempi utili per comprendere l’effettiva applicazione delle regole sulle spese processuali nei ricorsi contro il licenziamento. Ad esempio, in un caso affrontato dalla Cassazione (Ordinanza n. 23990/2024), il lavoratore che aveva presentato ricorso per Cassazione e poi vi aveva rinunciato senza l’accettazione della controparte, è stato condannato al pagamento integrale delle spese legali sostenute dalla società aziendale, pari a €5.200 tra compensi, esborsi e altri oneri.
Un ulteriore caso vede invece la Suprema Corte ridurre a sei mensilità l’indennità risarcitoria dovuta a una lavoratrice licenziata illegittimamente da un datore con meno di 15 dipendenti, confermando che senza il requisito dimensionale maggiorato non si può superare questa soglia (sentenza n. 13741/2025). In diverse altre pronunce, la Corte ha ribadito che – anche in presenza di comportamenti negativi tenuti al di fuori dal luogo di lavoro – possono scattare i presupposti della giusta causa, con effetti immediati sul rapporto e sulla spettanza delle spese di lite.