La Legge sul merito per gli statali ntroduce un premio legato ai risultati, il tetto del 30% per le valutazioni massime e bonus 2027 non garantito. Cosa cambia.
Per anni nella pubblica amministrazione il premio di risultato è stato percepito come un’integrazione quasi automatica dello stipendio. Bastava essere presenti, svolgere le mansioni ordinarie e si finiva nella fascia alta della valutazione, insieme a quasi tutti i colleghi. La legge sul merito, voluta dal ministro per la Pubblica Amministrazione Paolo Zangrillo, cambia questo schema.
Il provvedimento, noto come Ddl Merito, è diventato la legge 2 luglio 2026, n. 119, dopo il via libera definitivo del Senato arrivato il 1° luglio. La riforma interviene soprattutto sul decreto legislativo 150/2009, la norma che disciplina la misurazione e la valutazione della performance nelle amministrazioni pubbliche, e incide anche sul Testo unico sul pubblico impiego.
L’obiettivo dichiarato dal Governo è rafforzare il legame tra risultati raggiunti e retribuzione accessoria. In altre parole, chi lavora meglio e ottiene di più deve poter guadagnare di più, mentre chi si limita a rispettare l’orario e le procedure ordinarie non deve più vedersi riconoscere automaticamente lo stesso premio dei colleghi più performanti.
Il sistema precedente aveva un difetto evidente: la quasi totalità dei dipendenti riceveva punteggi altissimi. Interi uffici risultavano “eccellenti” sulla carta, e questo rendeva la valutazione poco credibile. Se tutti sono bravi allo stesso modo, il premio diventa una distribuzione a pioggia, priva di una vera funzione incentivante.
Le conseguenze erano due:
Il cuore della riforma è il limite quantitativo alle valutazioni più alte. Secondo quanto previsto dalla legge, all’interno di ciascun ufficio dirigenziale generale o struttura equivalente, il punteggio massimo, e quindi il premio più elevato, potrà essere attribuito a non più del 30% dei dipendenti valutati.
Il ministro Zangrillo l’ha spiegato con una formula semplice: su cento persone, al massimo trenta potranno ottenere il voto e il premio più alto. Tutti gli altri riceveranno valutazioni inferiori e, di conseguenza, importi più bassi.
Diverse ricostruzioni giornalistiche indicano inoltre un ulteriore filtro per il livello di eccellenza, riservato a una quota ancora più ridotta, pari al 20%. Il messaggio è chiaro: la fascia più alta deve tornare a essere un traguardo selettivo e non la normalità.
Un altro passaggio decisivo riguarda il rapporto tra voto e denaro. La legge stabilisce che la quota di retribuzione legata alla performance deve essere progressiva e corrispondere, in termini percentuali, alla valutazione ottenuta.
Cosa significa in pratica? Che la differenza tra un punteggio e l’altro deve tradursi in una differenza economica concreta. Chi ottiene una valutazione più alta dovrà ricevere un premio maggiore rispetto a chi ne ottiene una più bassa. Non sarà più ammesso che un dipendente con un punteggio leggermente inferiore incassi, di fatto, lo stesso importo di un collega valutato meglio.
Per i lavoratori pubblici il passaggio è importante: la valutazione individuale pesa di più sulla retribuzione accessoria e diventa una vera leva sulla busta paga.
Altra novità della riforma sul merito è la seguente: se finora, in molti casi, il premio ha finito per remunerare soprattutto la presenza e il rispetto formale dei compiti. La nuova impostazione sposta l’attenzione sui risultati e sui comportamenti professionali.
La legge distingue con più chiarezza due piani di valutazione:
Tra le novità c’è anche il tema di chi esprime il giudizio. La valutazione non sarà affidata esclusivamente al dirigente diretto, ma potrà coinvolgere più soggetti e strumenti. L’idea è ridurre il rischio di giudizi uniformi, di valutazioni “di cortesia” o di scelte troppo dipendenti da un’unica persona.
La legge prevede inoltre l’istituzione, presso il Dipartimento della Funzione Pubblica, di un Albo degli esperti nella valutazione del personale, aperto a professionisti sia del settore pubblico sia di quello privato. Il fine è dotare le amministrazioni di competenze specifiche per costruire sistemi di valutazione più solidi e omogenei.
Qui arriviamo al punto che interessa di più ai dipendenti: cosa accadrà nel 2027. Con la nuova logica il premio non può più essere considerato una componente fissa e scontata della retribuzione. Sarà collegato ai risultati effettivamente raggiunti e al punteggio ottenuto in sede di valutazione, quindi non sarà garantito a tutti nella stessa misura.
Alcuni elementi vanno tenuti presenti:
La legge sul merito non riguarda solo i premi. Il testo interviene anche sulla carriera della dirigenza pubblica, con nuovi meccanismi di selezione, incarichi a termine e verifiche sul campo, oltre a modifiche che riguardano le commissioni dei concorsi. Anche questo capitolo ha sollevato dibattito, perché introduce percorsi alternativi al concorso tradizionale per diventare dirigenti.
Per orientarsi nella fase di transizione, ecco alcuni consigli pratici:
Sarà la fase attuativa a dire se la riforma riuscirà a premiare davvero chi lavora meglio o se resterà una promessa difficile da realizzare. Per i dipendenti statali, la parola d’ordine dei prossimi mesi è una sola: informarsi e prepararsi.
La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...