Marika, mamma di una bimba di otto anni, vive con un solo stipendio pubblico del marito e l’aiuto dei suoceri. Con l’inflazione al 4,2%, la sua storia racconta l’Italia di oggi.
C’è una frase che molti italiani over 50 ripetono da anni: “Una volta con lo stipendio di uno statale ci campava una famiglia intera”. Era vero. Il posto pubblico era sinonimo di stabilità e di serenità, e permetteva di costruire una vita con un reddito solo. Oggi quella frase suona quasi come una leggenda. A raccontarlo è Marika, mamma di una bambina di otto anni, che da tempo prova a rientrare nel mercato del lavoro e intanto fa i conti con un bilancio familiare sempre più fragile.
Marika vive con il marito e la figlia in una città del Centro Nord. Fino a qualche anno fa lavorava anche lei, poi, come accade a molte donne, la nascita della bambina ha cambiato gli equilibri. Tra le esigenze di cura, i contratti a termine che non sono stati rinnovati e un mercato che non perdona le pause, l’uscita dal lavoro è diventata più lunga di quanto immaginasse.
Oggi in casa lavora soltanto il marito, dipendente pubblico con un contratto statale. Un impiego sicuro nella Pubblica Amministrazione, certo, di quelli che per decenni sono stati considerati un traguardo. Ma la sicurezza del posto non coincide più con la sicurezza economica.
“Quando guardo i conti a fine mese mi viene da sorridere amaramente”, racconta Marika. “I nostri nonni, con un posto così, mantenevano quattro o cinque figli. Noi ne abbiamo una e facciamo fatica.”
Il passaggio più duro della sua testimonianza è anche il più sincero. Marika ammette che senza l’aiuto dei suoceri la famiglia non riuscirebbe ad arrivare a fine mese. Non si tratta di vizi o di spese eccessive. Parliamo di affitto o rata del mutuo, bollette, spesa alimentare, scuola, attività sportive della bambina, assicurazione dell’auto, qualche visita medica che nel pubblico ha tempi d’attesa troppo lunghi.
L’aiuto dei suoceri arriva in forme diverse. A volte è un bonifico per coprire una bolletta più pesante del previsto, a volte è la spesa riempita “perché tanto avevamo comprato troppo”, altre volte è la disponibilità a tenere la nipote quando Marika va a un colloquio. Un sostegno prezioso, ma che porta con sé anche un senso di disagio.
“Ho quarant’anni e mi sento ancora a carico di qualcuno”, confida. “Non è una questione di orgoglio, ma di dignità. Vorrei poter dire a mia figlia che ce la facciamo da soli.”
La sua storia è tutt’altro che isolata. In Italia il welfare familiare è da sempre una rete invisibile che tiene in piedi migliaia di nuclei: nonni che pagano, accudiscono, integrano. Ma questa rete dipende da pensioni che a loro volta devono fare i conti con il caro vita.
Per capire perché le famiglie come quella di Marika sono in difficoltà basta guardare i dati. Secondo le stime preliminari dell’Istat, a settembre 2026 i prezzi al consumo sono aumentati del 4,2% rispetto a un anno prima. Una crescita significativa, spinta soprattutto dall’energia, i cui prezzi sono saliti di oltre un quinto.
Ma il dato che pesa di più sulle tasche di chi fa la spesa ogni giorno è un altro: i prodotti acquistati con maggiore frequenza segnano un aumento del 5,3%. Si tratta di quelli che finiscono nel carrello settimanale, come alimentari, prodotti per la casa e carburante. Sono beni da cui non si può prescindere e su cui è difficile risparmiare.
Il punto è proprio questo. L’inflazione media dice una cosa, ma l’inflazione percepita dalle famiglie, quella dei beni di prima necessità, è più alta e colpisce di più chi ha un reddito fisso e non può contare su aumenti automatici. Un contratto pubblico offre stabilità, ma i rinnovi arrivano con ritardo e raramente recuperano per intero la perdita di potere d’acquisto.
La domanda che Marika si pone è la stessa che si fanno in molti: com’è possibile che un posto considerato sicuro non permetta più di mantenere una famiglia? Le ragioni sono diverse e si intrecciano tra loro.
Il paradosso è evidente. Una famiglia avrebbe un disperato bisogno di due redditi, ma il sistema rende difficile averli. Così si resta in un limbo, con un solo stipendio che non basta e un secondo che fatica a nascere.
Nel frattempo Marika e il marito hanno imparato a gestire il bilancio con attenzione quasi maniacale. Non è una scelta di stile di vita, ma una necessità.
La spesa viene pianificata con anticipo, si confrontano i volantini e si privilegiano i prodotti in offerta. I vestiti della bambina passano spesso da cugini e amici. Le vacanze si riducono a pochi giorni, quasi sempre ospiti di parenti. Le uscite al ristorante sono diventate un evento raro. Anche le bollette sono monitorate con scrupolo: luce spenta, lavatrice a pieno carico, termostato abbassato di un grado.
Eppure, nonostante l’attenzione, a fine mese i conti non tornano. È qui che entra in gioco l’aiuto dei suoceri, che per Marika è insieme una salvezza e un peso.
“Sono generosi e non ci fanno mai pesare nulla”, dice. “Ma so che quei soldi sono la loro pensione, la loro tranquillità. E questo mi fa stare male.”
Quella di Marika non è una vicenda straordinaria. È proprio questo il punto. Racconta la normalità di tante famiglie del ceto medio, che non sono povere in senso stretto ma vivono in un equilibrio precario. Bastano una bolletta più alta, una spesa imprevista o un aumento dei prezzi alimentari per far saltare il bilancio.
Il confronto con il passato è inevitabile, anche se va fatto con prudenza. Le famiglie di una volta avevano abitudini di consumo diverse, case più piccole, meno servizi da pagare e un’inflazione che, pur con fasi difficili, non incideva allo stesso modo. Ma resta la sensazione, condivisa da molti, che la stabilità lavorativa non garantisca più la sicurezza economica.
Quando energia e beni di largo consumo corrono più degli stipendi, il rischio è che il ceto medio scivoli lentamente verso la fragilità. Non con un crollo improvviso, ma con una lenta erosione che costringe a rinunciare, rimandare, chiedere aiuto.
Dalle storie come quella di Marika emergono richieste piuttosto chiare, che gli esperti di politiche sociali ripetono da tempo:
“Non voglio una vita comoda”, conclude. “Voglio solo poter dire a mia figlia che ce la facciamo, senza dover chiedere ogni mese una mano". Finché il potere d’acquisto continuerà a perdere terreno e il rientro al lavoro delle madri resterà un ostacolo, storie come questa continueranno a moltiplicarsi. E la frase “una volta con lo stipendio di uno statale ci campava una famiglia” resterà, per molti, solo un ricordo.
La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...