Milioni di ettari di terreni agricoli e demaniali giacciono inutilizzati in Italia. Le nuove norme, i vincoli, le opportunità e le incertezze incidono sulle prospettive di recupero e valorizzazione di questo patrimonio pubblico
L’Italia possiede milioni di ettari tra terre agricole abbandonate e immobili pubblici inutilizzati che rappresentano un vasto potenziale inespresso per sviluppo rurale, occupazione e tutela ambientale. Nonostante la crescente attenzione delle istituzioni e degli operatori del settore, una parte significativa di questo patrimonio resta invenduta, sfitta e non valorizzata. Le recenti modifiche normative, che riguardano specialmente la definizione delle aree idonee all’installazione di impianti a fonti rinnovabili e il riutilizzo dei beni demaniali, introducono nuove regole, obblighi e vincoli che incidono sulle strategie di recupero dei suoli e degli immobili pubblici dismessi.
Quantificare con precisione il patrimonio agricolo pubblico italiano è già di per sé un'impresa. La frammentazione tra enti gestori Stato centrale, Regioni, Comuni, enti di bonifica, Università agrarie, enti ecclesiastici scorporati, Ferrovia dello Stato, Difesa, rende impossibile una stima univoca certificata.
Secondo le elaborazioni dell'INEA (poi confluito nel CREA, Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria), i terreni agricoli di proprietà pubblica in senso lato ammontano a oltre 3 milioni di ettari, una superficie superiore all'intera regione Lombardia. Di questi, una quota significativa, stimata tra il 30% e il 40%, risulta di fatto inutilizzata o sottoutilizzata: né coltivata direttamente, né concessa in affitto regolare, né oggetto di procedura di valorizzazione attiva.
L'Agenzia del Demanio, che gestisce la componente più strettamente statale, censisce nel suo portale alcune categorie di beni agricoli disponibili, ma la lista è notoriamente incompleta: molti terreni risultano ancora intestati a enti soppressi, con iter di trasferimento bloccati da anni.
La domanda che qualsiasi osservatore economico si pone è semplice: perché un patrimonio di tale entità non viene messo a reddito o ceduto? Le risposte sono molteplici, e non tutte legittime.
L'Italia conta ancora migliaia di ettari gravati da usi civici, molti dei quali mai accertati con procedure formali. La legge prevede che tali terreni possano essere liquidati (trasformati in proprietà privata o pubblica piena) o affrancati, ma le procedure sono lente, costose e affidate a commissari regionali che in alcune regioni non operano da anni.
Il paradosso è che molti di questi terreni sono oggi de facto abbandonati, nessuno esercita più gli antichi diritti collettivi ma rimangono giuridicamente bloccati, impossibili da vendere, affittare o valorizzare.
I terreni agricoli pubblici inutilizzati non rimangono semplicemente fermi: si degradano, vengono occupati, cambiano destinazione d'uso di fatto pur restando formalmente agricoli.
Le conseguenze più documentate includono:
Alcune esperienze locali dimostrano che il modello funziona quando c'è volontà di applicarlo:
Nel confronto europeo, l'Italia appare isolata nel suo immobilismo. In Francia, l'organismo pubblico SAFER (Sociétés d'Aménagement Foncier et d'Établissement Rural) gestisce attivamente il mercato fondiario agricolo, esercitando il diritto di prelazione sulle vendite di terreni e redistribuendo le superfici verso chi ne fa uso produttivo. In Germania, dopo la riunificazione, la BVVG ha gestito la vendita e l'affitto di oltre 1,2 milioni di ettari di terreni ex-DDR in modo trasparente e pianificato. In Portogallo, il programma "Bolsa de Terras" ha creato un registro pubblico delle terre abbandonate disponibili per nuovi affittuari, connettendo domanda e offerta con un portale dedicato.
In tutti questi casi, la parola chiave è governance attiva: uno Stato che non si limita a possedere, ma gestisce, pianifica e redistribuisce.
La "Banca della Terra", prevista dalla Legge di Bilancio 2016 e mai pienamente operativa, avrebbe dovuto creare un registro unico dei terreni pubblici disponibili per la cessione o la concessione. A distanza di anni, lo strumento esiste sulla carta ma non ha prodotto i risultati attesi: la banca dati è incompleta, i meccanismi di assegnazione sono farraginosi e molte Regioni non vi hanno aderito in modo sostanziale.
Sul fronte del censimento, l'Agenzia del Demanio ha avviato un programma di mappatura digitale del patrimonio immobiliare pubblico, ma la componente agricola resta quella meno coperta, complice la difficoltà di integrare dati provenienti da enti locali con sistemi informativi incompatibili.
Ogni ettaro che rimane incolto è un costo per la collettività, in termini di degrado ambientale, di opportunità mancate per i giovani agricoltori, di rendite illegittime per chi occupa senza titolo e di suolo che perde valore produttivo anno dopo anno.
La soluzione non richiede nuove leggi, ma l'applicazione di quelle esistenti: completare il censimento, pubblicare i dati, emettere bandi trasparenti, assegnare con criteri produttivi.
Laureata in Lingue e Letterature Straniere e Scienze dalla Comunicazione, giornalista pubblicista dal 2008, collaboratrice presso testate locali e nazionali, con ottime competenze linguistiche straniere, specializzata in campo letterario ed economico, collabora con la testata online Businessonline trattando in particolar modo il mondo delle pensioni, argomento di cui si occupa ormai da circa 20 an...