Mario Scolastico, 50 anni, autista di bus con 1.780 euro al mese, racconta come carovita e mutuo lo abbiano portato a sperare che il figlio non andasse alluniversitā.
Il suo nome, per uno strano scherzo del destino, richiama proprio la scuola. Eppure è proprio la scuola, o meglio ciò che viene dopo il diploma, a tormentarlo. Mario è un autista di autobus da quasi trent’anni, uno di quei lavoratori che tengono in piedi le città senza che nessuno se ne accorga, finché il mezzo non passa in ritardo. Il suo è un mestiere fatto di orari spezzati, turni all’alba e responsabilità enormi, per una busta paga di 1.780 euro che oggi non basta più a garantire i sogni di una famiglia.
Quando racconta la sua giornata, Mario non si lamenta. Descrive i fatti con la precisione di chi è abituato a rispettare una tabella di marcia. La sveglia suona prima dell’alba, il mezzo va controllato, poi inizia il giro tra semafori, traffico, passeggeri stanchi e, a volte, tensioni che nascono per un nulla.
«Il lavoro è rischioso», ammette. Ogni giorno si guida un mezzo pesante in mezzo al caos urbano, con decine di persone a bordo di cui si è responsabili. Ci sono gli imprevisti della strada, la pressione dei tempi e, sempre più spesso, la tensione con alcuni passeggeri. Chi fa questo mestiere sa che basta un attimo di distrazione, o un episodio di aggressività, per trasformare una giornata normale in un problema serio.
A questo si aggiunge la stanchezza accumulata. Dopo tanti anni, il corpo presenta il conto: schiena, spalle, ore passate seduto nella stessa posizione, pause spesso troppo brevi. È un lavoro usurante che non sempre viene riconosciuto come tale, né dal punto di vista economico né da quello sociale.
Sulla carta, uno stipendio di 1.780 euro netti al mese potrebbe sembrare dignitoso. Nella realtà quotidiana di una famiglia con un mutuo da pagare, le cose stanno diversamente e in molti casi non si riesce ad arrivare a fine mese.
Mario ha una casa, ma ha anche le rate del mutuo che ogni mese assorbono una fetta importante delle entrate. A queste si sommano bollette aumentate, spesa alimentare più cara, carburante, assicurazioni e tutte quelle piccole voci che, sommate, diventano una montagna. Il carovita ha eroso il potere d’acquisto di molte famiglie italiane, e quelle monoreddito o con un solo stipendio stabile sono tra le più esposte.
«Prima facevo i conti a fine mese e restava qualcosa», racconta. «Adesso li faccio a metà mese, e spesso mi accorgo che non tornano». Per far quadrare il bilancio, Mario ha scelto di fare gli straordinari ogni volta che possibile. Significa più ore al volante, meno tempo a casa, meno riposo. Un circolo difficile da spezzare: si lavora di più per mantenere lo stesso tenore di vita, ma proprio per questo si ha meno energia e meno tempo da dedicare alla famiglia.
Non guadagnando quanto si dovrebbe, il primo taglio fatto da Mario è stato quello più visibile. Le cene fuori, che un tempo erano un piccolo rito del sabato sera, sono sparite dal calendario. Poi sono saltate le vacanze, anche quelle brevi, anche solo qualche giorno al mare o in montagna.
«Non è solo una questione di soldi», spiega Mario. «È che ti accorgi di aver smesso di pensarci. Non le programmi più, non ne parli neanche. È come se fossero diventate un lusso che non ti appartiene».
Sono rinunce che molti italiani conoscono bene. Secondo le rilevazioni che periodicamente fotografano i consumi delle famiglie, una quota crescente di nuclei ha ridotto le spese per svago, ristorazione e viaggi per far fronte all’aumento dei prezzi dei beni essenziali. Quella di Mario non è una storia isolata: è lo specchio di un ceto medio che si assottiglia, fatto di lavoratori regolari, con un contratto stabile, che pure faticano ad arrivare a fine mese.
Il momento più difficile è arrivato quando il figlio si è avvicinato al diploma. Come accade in tutte le famiglie, è arrivata la domanda sul futuro: e adesso? Università, un corso di formazione, il lavoro?
È qui che Mario ha provato un sentimento che ancora oggi fatica a raccontare. «Ho sperato che non volesse continuare a studiare», ammette. «Ci ho sperato davvero. Lo so che è terribile da dire per un padre, ma sapevo che non ce l’avrei fatta a mantenerlo».
Non è una confessione di egoismo, ma di impotenza. Mario non vuole che il figlio rinunci ai suoi sogni, anzi. È proprio perché desidera il meglio per lui che la prospettiva di non potergli garantire un percorso universitario lo ha fatto sentire in colpa. Meglio, ha pensato, che fosse il ragazzo stesso a non chiedere nulla, piuttosto che dover dire «non possiamo permettercelo».
Il vero ostacolo, spesso, non sono le sole tasse universitarie, che in molti atenei sono proporzionate all’ISEE. Il peso maggiore lo hanno alloggio, trasporti, libri, pasti e spese quotidiane, soprattutto per chi studia fuori sede. Mantenere un figlio in un’altra città può richiedere cifre molto elevate ogni anno, un impegno che uno stipendio come quello di Mario difficilmente può sostenere, specie con un mutuo ancora attivo.
La storia di Mario porta alla luce un tema più grande: il diritto allo studio e la reale possibilità, per i figli di famiglie a reddito medio, di accedere all’istruzione universitaria.
In Italia esistono strumenti pensati per sostenere gli studenti: borse di studio regionali, esoneri e riduzioni delle tasse in base all’ISEE, alloggi universitari, servizi di ristorazione agevolati. Tuttavia, i requisiti di reddito possono escludere proprio le famiglie come quella di Mario: troppo “ricche” sulla carta per accedere ai benefici, troppo strette nella realtà per sostenere i costi da sole.
È la cosiddetta zona grigia di chi guadagna abbastanza da non rientrare nelle soglie, ma non abbastanza da pagare tutto di tasca propria. In quella fascia ricadono moltissimi lavoratori dipendenti: autisti, operai specializzati, impiegati, infermieri, commessi.
Per chi si trova in questa situazione, informarsi è fondamentale. Alcuni punti da considerare:
«Gli ho detto la verità», racconta. «Gli ho spiegato com’è la situazione, senza nascondere nulla. Se vorrà studiare, troveremo un modo. Ma non voglio che pensi che i suoi sogni siano un problema».
Quella conversazione, difficile e sincera, ha cambiato qualcosa. Il figlio ha capito che l’università non è un diritto scontato, ma una conquista che richiede scelte e impegno da parte di tutti. E Mario ha capito che la sua speranza iniziale, quella di vedere il figlio rinunciare da solo, era in fondo solo un modo per proteggersi dal dolore di non poter dare abbastanza.
La testimonianza di Mario Scolastico non è un caso isolato. Racconta una fatica silenziosa, quella di chi lavora tutti i giorni, rispetta le regole, paga il mutuo e fa la propria parte, ma si trova comunque a dover rinunciare a qualcosa di importante.
Quando un padre arriva a sperare che il figlio non voglia studiare, significa che il sistema sta mettendo troppa pressione sulle famiglie. L’istruzione dovrebbe essere un ascensore sociale, non un traguardo riservato a chi parte già avvantaggiato. Se il costo della vita cresce più dei salari e il sostegno pubblico non raggiunge il ceto medio, il rischio è che interi gruppi di giovani meritevoli rinuncino in partenza.
Per questo storie come quella di Mario meritano attenzione. Non per compassione, ma perché pongono domande concrete: come si tutelano i lavori usuranti? Come si adeguano gli stipendi al carovita? Come si amplia l’accesso al diritto allo studio per chi sta in mezzo?
Mario, intanto, continua a guidare il suo bus ogni mattina. Fa un altro straordinario, controlla il conto, sorride quando vede il figlio con i libri in mano. «Non so come faremo», dice. «Ma troveremo il modo. Un padre lo trova sempre».
La Dott.ssa Marianna Bassetti č una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso lUniversitā degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si č specializzata nellanalisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennitā...