UPS annuncia 30mila licenziamenti previsti nel 2026, dopo precedenti tagli tra 2024 e 2025. Tra motivazioni economiche, ristrutturazioni interne e riduzione dei rapporti con Amazon, si profilano rischi anche per i lavoratori italiani.
I recenti annunci provenienti dal settore della logistica hanno suscitato particolare attenzione per quanto riguarda la stabilità occupazionale e le strategie aziendali di colossi mondiali. United Parcel Service (UPS), una delle realtà più conosciute a livello internazionale nell’ambito delle spedizioni, ha dichiarato per il 2026 un piano di riduzione considerevole del proprio personale. Il tema dei tagli ha implicazioni notevoli sia per i lavoratori attualmente impiegati, sia per il mercato globale, in cui le dinamiche tra grandi clienti e fornitori possono determinare scenari decisivi per occupazione e servizi offerti.
L’annuncio dell’eliminazione di 30mila posti di lavoro previsti da UPS nel 2026 si inserisce in una strategia di contenimento dei costi e razionalizzazione delle risorse. L’azienda ha motivato la scelta spiegando che una parte significativa di questi tagli sarà implementata non solo tramite licenziamenti, ma anche attraverso la mancata sostituzione di personale che deciderà di lasciare volontariamente l’impresa. Tale approccio mira a raggiungere risparmi stimati pari a circa 3 miliardi di dollari.
Le ragioni strutturali risiedono nella necessità di rendere più efficiente l’intero sistema, soprattutto dopo una fase di crescente instabilità macroeconomica e un quadro globale caratterizzato da forti tensioni commerciali. La società statunitense ha scelto di coniugare il miglioramento dei conti operativi a una revisione profonda del modello organizzativo, a seguito di segnali di rallentamento nei ricavi rispetto agli anni passati. Se da una parte si prevede un incremento del fatturato fino a 89,7 miliardi di dollari per il 2026, dall’altra la volontà di ottimizzare i margini viene perseguita riducendo drasticamente gli oneri salariali e chiudendo strutture operative ormai ritenute non più strategiche.
È importante inoltre sottolineare che UPS intende razionalizzare ulteriormente la sua collaborazione con alcuni dei principali partner. Tra questi, rientra un significativo ridimensionamento dei volumi affidati da Amazon. Il rapporto con il colosso dell’e-commerce ha infatti visto diminuire progressivamente la propria incidenza sul bilancio aziendale, inducendo UPS a privilegiare pacchi e servizi dai margini più elevati rispetto ai volumi.
Queste scelte sono accompagnate da programmi di incentivazione all’esodo del personale e da un attento monitoraggio degli oneri generati dalle uscite, nel tentativo di contenere il più possibile eventuali impatti negativi sulla gestione operativa complessiva.
La drastica diminuzione del volume di spedizioni affidato ad UPS da parte di Amazon rappresenta uno dei fattori cardine alla base dell’attuale scenario. Negli ultimi anni, il volume generato da Amazon, sebbene imponente dal punto di vista quantitativo, è stato sempre più vissuto come poco remunerativo rispetto alle necessità di profitto della società di spedizioni statunitense.
Il management UPS ha deciso di ridurre progressivamente la dipendenza dal cliente principale, optando per un modello che favorisca i margini rispetto alla mera crescita dei numeri. Questo orientamento è stato accelerato dall’accordo che prevedeva la diminuzione di oltre il 50% del volume affidato da Amazon entro il 2026. La conseguenza diretta è stata la necessità di adattare la rete logistica stessa tramite la chiusura di numerosi centri operativi e la diminuzione della forza lavoro.
L’effetto è visibile anche nelle performance trimestrali: a fronte di una continua pressione sulla redditività, l’azienda è riuscita a superare le attese degli analisti, pur risentendo di un calo dei ricavi consolidati. L’interazione tra riduzione dei volumi e revisione strategica della clientela si riflette nella scelta di privilegiare spedizioni più profittevoli, contenendo le perdite derivate dalla contrazione dell’accordo con Amazon.
Già a partire dal 2024 si erano registrati significativi interventi sulla forza lavoro di UPS. Nel corso di quell’anno l’azienda aveva infatti annunciato il licenziamento di circa 12mila dipendenti. La tendenza si è consolidata ulteriormente nel 2025, periodo durante il quale sono stati tagliati altri 48mila posti, coinvolgendo sia personale manageriale che operativo.
Analizzando le cifre relative a questi interventi si evince che:
La ristrutturazione di UPS ha comportato, oltre al ridimensionamento del personale, una serie di interventi mirati su filiali e centri logistici. Negli ultimi due anni sono stati chiusi complessivamente oltre 166 centri—93 nel solo 2025 e altri 73 entro giugno dello stesso anno—con ulteriori 24 chiusure previste nel 2026. Questi provvedimenti hanno interessato sia immobili di proprietà che strutture in affitto, incidendo su vari livelli del network distributivo negli Stati Uniti.
Dal punto di vista dei costi, la chiusura delle sedi permette un abbattimento sensibile degli oneri fissi, favorendo risparmi significativi a medio termine. L’azienda stima che, grazie alle iniziative avviate tra il 2025 e il 2026, il risparmio totale possa attestarsi tra 3 e 3,5 miliardi di dollari. A questi risultati corrispondono tuttavia uscite straordinarie stimate attorno ai 600 milioni di dollari, legate a indennità e oneri per la rescissione di contratti di locazione.
Alcuni degli effetti indiretti riguardano la razionalizzazione della rete logistica e un miglioramento nei margini operativi (migliorati secondo le stime recenti al 9,6% nel 2026), a fronte di una riduzione dei volumi e una maggiore attenzione ai settori più remunerativi del business.
La forte ondata di tagli e la chiusura di strutture hanno effetti differenziati a seconda dei mercati di riferimento. Negli Stati Uniti, la maggiore incidenza si registra sugli operatori logistici diretti e sul personale amministrativo. Tuttavia, le implicazioni sul territorio europeo e italiano meritano un’analisi dedicata.
UPS non ha finora comunicato tagli specifici per la filiale italiana. Tuttavia, considerando la natura globalizzata del gruppo e la centralizzazione di alcune decisioni strategiche, la possibilità che alcune delle misure introdotte possano riflettersi anche sulle sedi italiane non risulta trascurabile. I lavoratori del nostro paese, infatti, condividono con i colleghi statunitensi la dipendenza dagli indirizzi dettati dalla casa madre, il che pone in evidenza scenari di rischio che vanno attentamente monitorati da rappresentanze sindacali ed enti preposti alla tutela occupazionale.
L’evoluzione delle strategie aziendali della multinazionale potrà comportare una revisione delle mansioni, mobilità interna, o ridimensionamenti anche in Italia, se le contrazioni volute a livello internazionale dovessero coinvolgere le linee di business attive sul nostro territorio. In ogni caso, l’osservazione costante dell’andamento dei volumi, della domanda e della profittabilità in Europa resterà un fattore determinante per valutare eventuali ripercussioni.
Le rappresentanze sindacali sono già in stato di allerta e hanno richiesto informazioni sugli eventuali riflessi degli ultimi annunci sul personale italiano. In base alle normative UE e a quanto previsto dal diritto del lavoro italiano, eventuali processi di riduzione potranno essere affrontati attraverso strumenti specifici quali contratti di solidarietà, incentivi all’esodo o cassa integrazione straordinaria, come già accaduto in passato in analoghi casi di crisi nelle multinazionali.
In sintesi, la salvaguardia della stabilità per i dipendenti occupa la priorità nei piani di confronto tra azienda e lavoratori, mentre il quadro generale resta caratterizzato da una volatilità che impone massima attenzione ad ogni decisione presa a livello corporate.